Racconti Piccanti
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Il coinquilino perfetto (parte 2)

Il coinquilino perfetto (parte 2)

31 Marzo 2026·4 min di lettura

Le settimane successive trasformarono la convivenza in una lenta, inesorabile discesa.

Lorenzo non chiedeva più. Ordinava.

All’inizio erano piccole cose, quasi innocenti. Tornava dalla palestra, si sedeva sul divano e, senza dire una parola, poggiava i piedi sudati sul tavolino basso, proprio davanti a Marco che stava guardando il telegiornale. I calzini bianchi, ormai grigiastri per l’uso, venivano sfilati con un gesto pigro e lasciati cadere sul pavimento, a pochi centimetri dalle scarpe perfettamente allineate di Marco.

«Massaggiami» diceva semplicemente, la voce bassa e tranquilla, come se stesse chiedendo di passargli il telecomando.

E Marco obbediva. Si inginocchiava tra le gambe di Lorenzo, prendeva quei piedi grandi e caldi tra le mani e li lavorava per lunghi minuti. L’odore era diventato una presenza costante: intenso, salato, leggermente fermentato dopo ore di allenamento. Marco respirava con il naso premuto quasi contro la pianta, le dita che affondavano nella carne umida, la lingua che, a volte, senza che se ne accorgesse, sfiorava la pelle tra le dita.

Lorenzo se n’era accorto da tempo.

Una sera di novembre, dopo un allenamento particolarmente duro, Lorenzo rientrò senza farsi la doccia. Si tolse scarpe e calzini direttamente in salotto, poi si allungò sul divano.

«Oggi è stata una merda. Vieni qui.»

Marco si avvicinò già con il respiro accelerato. Si inginocchiò. Lorenzo alzò il piede destro e glielo premette direttamente sulla faccia.

«Annusa» ordinò piano.

Marco tremò. Il piede era bollente, bagnato di sudore fresco. L’odore lo invase: forte, acre, virile. Premette il naso contro l’arco, inspirando profondamente, mentre l’uccello gli si gonfiava dolorosamente dentro i pantaloni.

Lorenzo rise piano, un suono basso e soddisfatto.

«Lo sapevo. Sei proprio un porcellino, eh?»

Marco arrossì violentemente, ma non si ritrasse. Anzi, aprì la bocca e baciò la pianta sudata, la lingua che scivolava timidamente sulla pelle salata.

«Bravo» mormorò Lorenzo, spingendo il piede più forte contro la sua faccia. «Lecca. Puliscimi bene.»

Marco obbedì. La lingua passò tra le dita, raccolse il sudore accumulato, succhiò delicatamente ogni singolo dito. Il sapore era forte, muschiato, leggermente terroso. L’umiliazione gli bruciava nello stomaco, ma l’eccitazione era così violenta che gli girava la testa.

Lorenzo lo guardò dall’alto mentre Marco adorava il suo piede sinistro con la stessa devozione.

«Sai, Marco… sei patetico. Un contabile di trentun anni che si eccita leccando i piedi sudati di un altro uomo.» Fece una pausa, sorridendo. «Eppure lo fai così bene.»

Quella notte Lorenzo portò a casa una ragazza.

Marco, chiuso nella sua stanza, sentì tutto attraverso le pareti sottili: i gemiti di lei, i colpi ritmici del letto, la voce profonda di Lorenzo che le diceva cose sporche. Sentì Lorenzo venire con un grugnito basso e soddisfatto. Poi il silenzio, rotto solo dal rumore di qualcuno che andava in bagno.

Marco rimase sdraiato al buio, l’uccello duro da ore, che pulsava inutilmente contro il tessuto dei boxer. Non poteva toccarsi. Non lo faceva più da settimane: ogni volta che ci provava, l’immagine dei piedi di Lorenzo gli invadeva la mente e lo faceva sentire ancora più sporco, ancora più dipendente.

Due sere dopo, Lorenzo entrò in camera di Marco senza bussare.

Teneva in mano una piccola scatola nera.

«Togliti i pantaloni» disse senza preamboli.

Marco lo fissò, il cuore che batteva all’impazzata.

«Cosa…?»

«Hai capito. Via i pantaloni e i boxer. Subito.»

La voce di Lorenzo non ammetteva repliche. Marco obbedì, tremando. Il suo uccello, già mezzo duro, scattò fuori, tradendolo.

Lorenzo aprì la scatola e mostrò una gabbia di castità in plastica trasparente, con un piccolo lucchetto.

«Questa è per te. Da oggi non ti tocchi più. Ti aiuterà a concentrarti sul lavoro… e su di me.» Sorrise, crudele e sicuro. «Lo so che ti ecciti solo con i miei piedi. Questa ti terrà in riga.»

Marco provò a protestare, ma la voce gli uscì flebile.

«Lorenzo… ti prego…»

«In ginocchio.»

Marco si inginocchiò. Lorenzo gli infilò la gabbia con gesti pratici, quasi clinici. Il suo uccello, traditore, si indurì ulteriormente mentre veniva imprigionato. Lorenzo chiuse il lucchetto con uno scatto secco.

«Chiave la tengo io.»

Poi, come se niente fosse, si sedette sul bordo del letto di Marco e alzò un piede.

«Adesso ringraziami come si deve.»

Marco si chinò. Baciò il piede sudato di Lorenzo con reverenza, la lingua che leccava avidamente la pianta umida. La gabbia stringeva dolorosamente, impedendogli qualsiasi erezione completa. Il dolore si mescolava al piacere, rendendo tutto più intenso, più umiliante.

Lorenzo gli accarezzò i capelli con finta dolcezza.

«Da stasera, ogni volta che torno dalla palestra, mi aspetti in ginocchio nell’ingresso. Mi togli le scarpe, mi sfili i calzini con i denti e mi pulisci i piedi con la lingua. Prima uno, poi l’altro. Per almeno mezz’ora. Capito?»

Marco annuì, la bocca piena del sapore salato del piede di Lorenzo.

«Sì… padrone.»

La parola gli uscì spontanea, rotta dalla vergogna.

Lorenzo rise piano.

«Bravo il mio porcellino.»

Da quel momento la routine cambiò.

Ogni sera Marco aspettava in ginocchio. Leccava, baciava, succhiava. Lorenzo gli teneva il piede premuto sulla faccia mentre guardava il telefono o chiacchierava con qualche ragazza al telefono, raccontandole quanto fosse “bravo il suo coinquilino a fare massaggi”.

Le pareti sottili continuavano a trasmettere i suoni delle sue scopate: gemiti femminili, il rumore della carne che sbatteva, le parole sporche di Lorenzo.

Marco rimaneva in gabbia, dolorante, eccitato oltre ogni limite, con la faccia tra i piedi del suo padrone, mentre il suo uccello imprigionato gocciolava inutilmente di desiderio frustrato.

Si sentiva patetico. Si sentiva dipendente. Si sentiva vivo come non mai.

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