Umiliato dai piedini di Viola
Viola uscì dalla palestra alle dieci di sera, con i muscoli ancora caldi dopo un allenamento da due ore. Aveva vent’anni, un corpo scolpito da anni di fitness, gambe tornite e un atteggiamento che urlava sicurezza. La sua pelle luccicava di sudore, i capelli scuri legati in una coda alta, e le sneakers da ginnastica erano impregnate di un odore pungente che lei non si preoccupava di mascherare. Sapeva che quel profumo intenso, quasi acre, era un’arma. E lo usava con gusto, soprattutto con uomini come Carlo.
Carlo, quarantanove anni, era un ex personal trainer, ormai in pensione, che bazzicava ancora intorno alla palestra come un cane randagio in cerca di un padrone. Alto, con spalle larghe ma un po’ incurvate dagli anni, aveva i capelli grigi tagliati corti e un’aria da uomo che aveva smesso di comandare da un pezzo. Da settimane seguiva Viola con lo sguardo, trovando scuse per parlarle, per offrirle un consiglio su un esercizio, per starle vicino. Lei lo aveva notato subito: uno che si sottometteva senza nemmeno bisogno di chiederlo. E questo la divertiva.
Nel parcheggio sotterraneo della palestra, un posto semideserto a quell’ora ma con il rischio costante di auto che entravano o uscivano, Viola si fermò accanto alla sua utilitaria malconcia. Le luci al neon tremolavano, lasciando zone d’ombra tra le colonne di cemento e le file di macchine. Si appoggiò al cofano, incrociò le braccia e guardò Carlo che la seguiva a qualche metro di distanza, con quella sua camminata incerta da chi non sa se è voluto o solo tollerato. Lei sogghignò. “Sempre qui, eh? Non ti stanchi mai di guardarmi il culo mentre faccio squat?”
Carlo arrossì, ma non distolse lo sguardo. “Non è quello… cioè, sì, sei brava, si vede che ti impegni. Io… volevo solo dirti che stai andando bene.” La voce gli uscì roca, un po’ patetica. Viola alzò un sopracciglio, divertita. Sapeva che non era per quello che la seguiva. Lo vedeva nei suoi occhi, in come si mordeva il labbro ogni volta che lei si asciugava il sudore dalla fronte con la manica. Era fame. E non del tipo che si placa con una proteina in polvere.
Si chinò lentamente, slacciando le sneakers. Il suono della zip che si apriva ruppe il silenzio del parcheggio. Quando si tolse la prima scarpa, l’odore colpì l’aria come un pugno: intenso, salato, un misto di sudore fresco e tessuti impregnati di mesi di allenamenti. I suoi piedi, atletici e con la pelle leggermente ruvida per i calli leggeri, erano ancora umidi. Lei li appoggiò sull’asfalto freddo, guardandolo con un sorriso che era più un ordine che un invito. “Sai cosa voglio, vero?” disse, la voce bassa ma ferma. Carlo deglutì, il pomo d’Adamo che si muoveva vistosamente. “Io… non sono sicuro…” balbettò, ma i suoi occhi erano già fissi sulle sue piante, sulle dita leggermente arrossate dal calore delle scarpe.
Viola rise piano, un suono tagliente. “Non fare il finto tonto. In ginocchio tra le macchine e puliscimi i piedi con la lingua… se qualcuno arriva, continua lo stesso.” Le parole uscirono come un comando militare, e Carlo, nonostante un lampo di esitazione nei suoi occhi, si abbassò lentamente. Il cuore gli batteva forte, un misto di vergogna e desiderio che lo paralizzava e lo spingeva allo stesso tempo. Sapeva che era sbagliato, che qualcuno poteva vederli, che il rischio era alto. Ma proprio per quello non riusciva a dire di no. Il bisogno di obbedire a quella ragazza, così giovane e così padrona di lui, era più forte di qualsiasi buonsenso.
Si inginocchiò sull’asfalto sporco, le ginocchia che scricchiolavano contro il pavimento ruvido. Viola sollevò un piede, appoggiandolo appena sopra la sua spalla, e lui lo prese tra le mani con una delicatezza che sembrava fuori posto in quel contesto. La pelle era calda, umida, e l’odore gli riempì le narici, forte e quasi soffocante. Esitò un attimo, ma il suo sguardo incontrò quello di lei, freddo e divertito. “Forza, non ho tutta la notte,” lo spronò. Carlo chiuse gli occhi e tirò fuori la lingua, posandola sulla pianta del piede. Il sapore era salato, acre, con una nota quasi terrosa. Sentì un brivido lungo la schiena, un misto di disgusto e piacere che non riusciva a separare.
Mentre le leccava la pianta, muovendo la lingua con lentezza, sentendo ogni ruvidità dei calli sotto la lingua, un’auto entrò nel parcheggio. I fari li illuminarono per un istante, e Carlo si irrigidì, il cuore che gli martellava nel petto. Ma Viola non si mosse, non abbassò il piede. “Continua,” gli ordinò, la voce calma ma inflessibile. Lui obbedì, la lingua che scivolava tra le dita, succhiando piano la pelle umida mentre il rumore di passi lontani e di una portiera che si chiudeva riecheggiava nel silenzio. Il rischio lo terrorizzava, ma lo eccitava anche, e lo stesso valeva per lei. Viola sentiva l’adrenalina scorrere, il pensiero di essere visti da uno degli altri iscritti della palestra le faceva battere il cuore più forte.
“Lecca più forte… annusa il mio odore da palestra… sei solo un servo,” gli disse, la voce carica di un misto di scherno e dominio. Carlo gemette piano, un suono soffocato mentre inspirava profondamente, l’odore che gli riempiva i polmoni. Lei gli strofinò il piede sulla faccia, spalmando il sudore e la saliva sulla sua guancia, sul naso, sulle labbra. Lui non si ribellò, lasciò che facesse, la lingua che continuava a lavorare, a pulire ogni centimetro della sua pelle. Quando sollevò anche l’altro piede, appoggiandolo sulla sua bocca, Carlo lo prese senza esitare, succhiando tra le dita, sentendo il sapore che gli inondava la bocca. Il suono dei loro respiri, del leggero schiocco della sua lingua contro la pelle umida, era l’unico rumore tra loro, interrotto solo dal passaggio sporadico di un’auto o da voci lontane.
Viola lo guardò dall’alto, le labbra piegate in un sorriso soddisfatto. Gli premeva entrambi i piedi sulla faccia ora, le dita che si insinuavano quasi dentro la sua bocca, i talloni che gli schiacciavano le guance. “Bravo, così,” mormorò, quasi come se stesse lodando un cane. Carlo non rispose, non poteva. Era troppo preso, la mente annebbiata dall’odore, dal sapore, dall’umiliazione che lo eccitava in un modo che non avrebbe mai ammesso ad alta voce. Sentiva il pavimento duro sotto le ginocchia, il freddo che gli penetrava nei pantaloni, ma non gli importava. Continuò a leccare, a succhiare, a obbedire, finché lei non decise che era abbastanza.
Con un gesto lento, Viola tirò indietro i piedi, lasciandoli cadere sull’asfalto. La sua faccia era lucida, un misto di saliva e sudore che gli colava lungo il mento. Lo guardò per un momento, poi rise piano. “Sei un disastro. Ma hai fatto un buon lavoro.” Si chinò a rimettersi le sneakers, senza fretta, mentre lui restava lì, in ginocchio, il respiro corto e gli occhi bassi. Non disse niente, non si alzò. Lei gli diede un ultimo sguardo, un misto di disprezzo e divertimento, prima di aprire la portiera della sua macchina. “Ci vediamo domani, servo,” disse, salendo a bordo e chiudendo lo sportello con un tonfo. Carlo non si mosse, rimase lì, il sapore dei suoi piedi ancora sulla lingua, mentre il motore si avviava e lei se ne andava, lasciandolo solo nel buio del parcheggio.
