Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

Il casting che mi ha sfondato… l’ego

Il casting che mi ha sfondato… l’ego

09 Marzo 2026·5 min di lettura

Mi chiamo Marco, ho 27 anni e da quando ne avevo 16 so di essere gay, passivo al 100%, e con una vena da troietta sfacciata che non riesco a tenere a freno. Mi piace sentirmi guardato, desiderato, umiliato un po’. Ho sempre avuto quel fisico snello, quasi da ragazzo, culo tondo, pelle liscia, capelli lunghi castani che mi cadono sugli occhi. Mi trucco leggero quando esco la sera, metto slip di pizzo, tacchi se capita. Non ho mai nascosto chi sono, anzi: lo sbandiero. Per questo, quando ho visto l’annuncio online – “casting per film porno gay, ragazzi sottomessi, 25-30 anni, esperienza non necessaria” – ho pensato: è per me. Ho mandato foto nudo, video di me che mi masturbo con un plug nel culo, e due giorni dopo mi hanno richiamato.

L’indirizzo era un capannone industriale riconvertito in studio foto/video, periferia di Roma. Sono arrivato alle 15 in punto, jeans attillati, maglietta cropped che lasciava vedere l’ombelico, un filo di kajal sugli occhi. Mi ha aperto il regista: un tipo sui 50 anni, un po’ grassoccio, camicia a quadri sbottonata sul petto peloso, barba incolta, sguardo da chi ne ha viste tante. Si chiama Gianni. Mi ha squadrato dalla testa ai piedi, ha fatto un mezzo sorriso e ha detto: «Entra, bella, vediamo che sai fare».

Dentro c’erano già due uomini, seduti su due poltrone di pelle nera. Sui 45 anni, muscolosi, completi scuri eleganti, camicie bianche aperte sul collo, orologi grossi al polso. Sembravano usciti da un film di mafia, ma sexy da morire. Uno aveva i capelli rasati ai lati e barba curata, l’altro capelli corti brizzolati e mascella squadrata. Mi si è drizzato all’istante solo a guardarli. Ho pensato: cazzo, questi due mi sfondano per ore, giro alla pecora, doppia penetrazione, tutto il pacchetto.

Gianni ha chiuso la porta a chiave, ha acceso le luci da set e ha detto: «Spogliati, Marco. Tutto. Subito». Ho obbedito senza fiatare, eccitato da morire. Mi sono tolto la maglietta, i jeans, le mutandine di pizzo nero, restando nudo con il cazzo già mezzo duro che ballonzolava. Lui ha preso un collare di pelle nera con anello metallico, me l’ha messo al collo e ha stretto la fibbia. «Bravo, così sembri già una puttanella da film di nicchia».

Mi ha fatto mettere in ginocchio sul pavimento freddo, poi ha iniziato a scattare foto con una reflex professionale. «Mani dietro la schiena. Culo in fuori. Bocca aperta». Io eseguivo, sentendomi umiliato ma eccitato da morire. I due uomini si sono alzati, si sono messi in posa dominante: uno con le mani in tasca, l’altro con le braccia incrociate sul petto, guardandomi dall’alto in basso. Gianni scattava: «Testa bassa, lingua fuori. Ora guardali negli occhi e fai la faccia da troia implorante». Il cazzo mi pulsava, gocciolava pre-sborra sul pavimento. Pensavo: tra poco mi montano, mi riempiono la bocca, il culo, tutto.

Dopo una ventina di pose ho chiesto con voce tremante: «Ok… quando iniziamo a scopare?». Silenzio. Poi tutti e tre sono scoppiati a ridere. Gianni ha posato la macchina e ha detto: «Amore, noi siamo etero. Questi due sono attori straight, fanno scene di dominazione per film gay di nicchia. Non ti toccano neanche con un dito. Tu sei il prodotto, loro sono la cornice». Mi sono sentito sprofondare. Il cuore mi batteva forte, le guance in fiamme. Ero nudo, collare al collo, cazzo duro come marmo, e questi tre etero mi stavano usando come bambola gonfiabile per fare foto. Invece di incazzarmi, però, mi sono eccitato ancora di più. Era proprio l’umiliazione che mi mandava fuori di testa.

I due uomini si sono seduti di nuovo sulle poltrone, uno di fronte all’altro. Si sono tolti le scarpe di pelle lucida, poi le calze nere. Piedi grandi, curati, un po’ sudati dall’attesa. Davanti a ogni poltrona, sul pavimento, c’era un dildo nero grosso, venticinque centimetri, venoso, base larga. Gianni ha detto: «Ora succhialo. Prima uno, poi l’altro. Fai vedere quanto sei bravo».

Mi sono messo carponi davanti al primo, quello con la barba curata. Ho aperto la bocca, ho preso la cappella tra le labbra e ho iniziato a succhiare piano, lingua che girava intorno. Lui ha appoggiato il piede nudo sulla mia nuca, ha premuto forte spingendomi giù. «Più profondo, troietta. Ingoia». Il dildo mi arrivava in gola, mi faceva lacrimare, ma continuavo, saliva che colava sul mento. Gianni scattava foto da vicino: primi piani della mia bocca spalancata, del collare che tirava, del mio cazzo che gocciolava sul pavimento.

Poi sono strisciato verso l’altro. Stesso copione: bocca aperta, dildo dentro, piede sulla testa che mi spingeva. Lui premeva più forte, diceva cose tipo: «Guarda che fame ha questa puttana. Succhialo come se fosse vero, che magari un giorno ti capita». Ridevano tutti e tre, mi sfottevano: «Sembri nata per questo, Marco», «Cazzo duro e zero dignità, perfetto», «Guarda come gli cola la bava, sembra una cagna in calore».

Ero durissimo, il cazzo mi faceva male da quanto pulsava, ma non potevo toccarmi. Gianni continuava a scattare, flash che mi accecavano. Dopo una decina di minuti di succhiate alternate, i due uomini si sono slacciati i pantaloni. Cazzi duri, grossi, venosi. Non mi hanno toccato, si sono segati davanti alla mia faccia, veloci, grugnendo. «Apri la bocca, troia, tienila spalancata».

Il primo è venuto per primo: schizzi caldi sulla guancia sinistra, sul naso, sulle labbra. Il secondo subito dopo: sborra sulla fronte, sugli occhi, sul mento. Mi colava ovunque, densa, calda. Gianni si è avvicinato con la reflex, ha fatto una serie di primi piani ravvicinati: il mio viso impiastricciato, gli occhi semichiusi, la bocca ancora aperta con filamenti di sperma che pendevano, il collare lucido di saliva. «Perfetto. Questa è la copertina».

Mi hanno lasciato lì in ginocchio, nudo, collare al collo, faccia coperta di sborra, cazzo ancora duro che gocciolava. Gianni ha spento le luci principali, ha detto: «Bravissimo, Marco. Ti richiamo se serve un bis». I due uomini si sono rivestiti ridendo, mi hanno dato una pacca sulla testa come a un cane bravo e sono usciti.

Sono rimasto solo per qualche minuto, ansimante, umiliato fino al midollo, ma con un’eccitazione che non riuscivo a spiegare. Mi sono masturbato lì per terra, sfregandomi il cazzo con la mano piena di sborra altrui, e sono venuto in silenzio, schizzando sul pavimento sporco.

Mentre tornavo a casa in macchina, con la faccia ancora appiccicosa e il collare che tenevo al collo come trofeo, ho pensato: cazzo, lo rifarei domani. E forse lo rifarò.

Lascia un commento