Racconti Piccanti
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A lezione di gola profonda nei bagni dell’università (parte 2)

A lezione di gola profonda nei bagni dell’università (parte 2)

18 Marzo 2026·6 min di lettura

Non ho chiuso occhio stanotte. Quel messaggio, quelle poche parole scritte con una calma che mi ha fatto rabbrividire, mi sono rimaste appiccicate alla mente. “Bagno terzo piano, 16:45. Non fare tardi.” Chi diavolo era? E perché quel tono mi faceva già sentire la gola che pulsava, come se stessi per ingoiare qualcosa di troppo grosso, troppo presto? Ho passato la giornata a lezione con la testa altrove, scribacchiando appunti senza senso e guardando l’orologio ogni cinque minuti. Quando sono arrivate le 16:40, ero già sulle scale del dipartimento di lettere, con il cuore che mi martellava nel petto e le mani un po’ sudate.

Il terzo piano era deserto come al solito. Il corridoio silenzioso, rotto solo dal ronzio di una lampadina difettosa in fondo. Ho spinto la porta del bagno con una certa cautela, quasi temendo di trovare qualcuno che non avrei voluto vedere. Ma lui era lì, appoggiato al lavandino con una tranquillità che mi ha spiazzato. Alto, altissimo, con spalle larghe che sembravano spingere contro la maglietta nera aderente. Capelli corti, neri, occhi castani che mi hanno fissato con un’intensità dolce ma decisa. Un sorriso appena accennato, che però non lasciava spazio a dubbi: era lui che comandava.

“Sei Marco, vero?” ha detto, con una voce bassa, calma, che sembrava accarezzarmi le orecchie. Ho annuito, incapace di spiccicare una parola, mentre sentivo il viso andare a fuoco. Lui si è staccato dal lavandino, avvicinandosi di un passo. “Bene. In ginocchio, Marco.”

Non ho avuto un secondo per pensare. Le mie ginocchia hanno colpito le piastrelle fredde prima ancora che il cervello registrasse l’ordine. Mi sono trovato a guardarlo dal basso, con il suo corpo che torreggiava sopra di me. Aveva jeans aderenti, e già si vedeva la forma di qualcosa di grosso che premeva contro il tessuto. Il mio cuore ha fatto un balzo, e la gola mi si è stretta per l’aspettativa. Lui si è slacciato la cintura con movimenti lenti, quasi teatrali, poi ha abbassato la zip e ha tirato fuori il cazzo. Semi-duro, già impressionante. Lungo, spesso, con vene che sporgevano come corde sotto la pelle, una cappella larga che brillava leggermente sotto la luce fioca del bagno. E poi le palle, pesanti, che pendevano come un invito. L’odore mi ha colpito subito: sapone misto a un profumo maschio, caldo, che mi ha fatto venire l’acquolina in bocca.

“Voglio vedere quanto resisti,” ha detto, sempre con quella voce bassa, quasi un sussurro. Ha fatto un passo avanti, portando la cappella a sfiorarmi le labbra. “Inizia piano. Lecca.”

Ho obbedito senza esitazione, tirando fuori la lingua per assaporare la pelle liscia della punta. Il sapore salato mi ha fatto chiudere gli occhi per un momento, mentre sentivo il sangue pulsarmi nelle tempie. Ho leccato con cura, girando intorno alla cappella, poi ho preso coraggio e sono sceso verso le palle, pesanti e calde contro la mia lingua. Lui ha emesso un piccolo gemito, appena percettibile, ma sufficiente a farmi tremare. “Bravo, piccolo,” ha detto, posandomi una mano sulla testa. “Ora succhia.”

Ho aperto la bocca, accogliendolo dentro. All’inizio era solo la cappella, che già mi riempiva il palato, ma poi lui ha spinto un po’, con delicatezza, facendomi sentire il peso di ogni centimetro. Ho cercato di rilassarmi, di respirare col naso come faccio sempre, ma quando ha raggiunto l’entrata della gola, un conato mi ha tradito. Ho tossito, tirandomi indietro appena, con le lacrime che mi pizzicavano gli occhi. La saliva mi è colata sul mento, un filo appiccicoso che mi ha fatto sentire una troia totale, e devo ammettere che mi piaceva da morire.

“Rilassati, Marco,” ha detto lui, accarezzandomi i capelli con una dolcezza che contrastava con la situazione. “Respira col naso. Apri la gola, come se stessi sbadigliando. Ce la fai.”

Ho annuito, o almeno ci ho provato, con la bocca ancora mezza piena. Ho fatto un respiro profondo, sentendo l’aria passare a fatica, e ho provato di nuovo. Lui ha spinto piano, controllato, e io ho sentito la cappella premere contro l’orofaringe, un bruciore acuto che mi ha fatto stringere gli occhi. Le lacrime sono scese, calde, lungo le guance, ma non mi sono tirato indietro. Volevo farcela, volevo dimostrargli che potevo essere quello che cercava. La sua mano sulla testa non forzava, ma guidava, un tocco fermo ma gentile. “Bravo, così,” ha mormorato. “Un po’ più in fondo.”

Ogni spinta era un piccolo passo avanti. Sentivo la gola che si allargava, che protestava con un dolore sordo, ma allo stesso tempo si abituava. Sono arrivato a prenderne metà, poi tre quarti, con la saliva che mi colava in rivoli sul mento e sul petto, bagnandomi la maglietta. Facevo rumore, un gorgoglio umido ogni volta che lui entrava e usciva, e i miei respiri erano affannosi, spezzati. Sembravo una pornostar da quattro soldi, ma non mi importava. Ogni volta che lo sentivo gemere piano, ogni volta che mi diceva “sei bravissimo”, sentivo un’ondata di eccitazione che mi faceva tremare le gambe.

“Guarda che bella puttanella sto addestrando,” ha detto a un certo punto, con un tono che era un misto di ammirazione e dominio. Mi ha fatto alzare lo sguardo, incontrando i suoi occhi castani che brillavano di una soddisfazione calma. Ero un disastro, con le lacrime che mi rigavano il viso, il naso che colava leggermente, la bocca lucida di saliva. Ma lui mi guardava come se fossi perfetto così. Ha spinto ancora un po’, non tutto, ma abbastanza da farmi sentire la gola piena, tesa al limite. Ho gorgogliato, un suono gutturale che sembrava quasi un gemito, e lui ha sorriso. “Bravissimo, Marco. Per oggi può bastare.”

Non mi ha lasciato riprendere fiato del tutto. Ha accelerato appena, con spinte ritmiche, non brutali ma decise, e io ho sentito il suo cazzo pulsare dentro di me, le vene che sfregavano contro il palato. Poi, con un gemito più profondo, è venuto. Non tutto in fondo, ma abbastanza da farmi sentire il calore dei getti che mi riempivano la gola. Ho ingoiato a fatica, tossendo un po’, con la saliva e il suo sapore che mi inondavano la bocca. Lui si è tirato fuori piano, lasciandomi riprendere fiato, e con la mano mi ha pulito il viso, asciugandomi le lacrime e la bava con una tenerezza che mi ha spiazzato.

“Ti sei comportato bene,” ha detto, tirandosi su i pantaloni con calma. “Ma non abbiamo finito. Domani, stessa ora, stesso posto. Devi imparare a prenderlo tutto, fino alla base. Ce la fai, vero?”

Ho annuito, con la gola che ancora bruciava e la voce roca che quasi non usciva. “Sì,” ho mormorato, anche se dentro di me tremavo. Tutto? Fino alla base? Il pensiero mi terrorizzava, ma allo stesso tempo mi faceva ribollire il sangue. Lo volevo, disperatamente. Lui mi ha guardato un’ultima volta, con quel sorriso dolce ma autoritario, poi si è voltato verso la porta.

“A domani, Marco,” ha detto, prima di uscire, lasciandomi in ginocchio sulle piastrelle fredde, con la bocca gonfia e il cuore che non smetteva di battere. Mi sono passato una mano sul viso, sentendo la saliva appiccicosa sulle guance, e ho sorriso tra me e me. Chiunque fosse quel ragazzo – non sapevo ancora il suo nome – aveva già cambiato tutto. Non era come gli altri, non era un incontro veloce e senza senso. Lui voleva qualcosa di più, e io non vedevo l’ora di darglielo. Domani. Alle 16:45. Non farò tardi.

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