Il massaggio segreto ai piedi durante la cena di lavoro
Sono seduto a questo tavolo da quasi un’ora, con il rumore delle posate e le voci dei miei colleghi che mi ronzano nelle orecchie. È una cena di lavoro, una di quelle serate in cui devi sorridere anche se non ne hai voglia, annuire a ogni battuta del capo e fingere interesse per discussioni su bilanci e strategie. Io sono solo uno stagista, ventiquattro anni, il più giovane della squadra. Mi chiamo Matteo, e stasera mi sento fuori posto, con la camicia che tira un po’ sulle spalle e il nodo della cravatta che sembra stringersi da solo.
Di fronte a me c’è lui, il mio capo, Riccardo. Ha quarant’anni, un fisico asciutto ma solido, capelli brizzolati e un sorriso che ti spiazza. È uno di quei tipi che comandano senza mai alzare la voce, con uno sguardo che ti inchioda. Mi ha preso sotto la sua ala da quando ho iniziato, tre mesi fa, e non so se sia un bene o un male. Mi chiama “ragazzo” davanti a tutti, ma c’è sempre qualcosa nei suoi occhi, un lampo di ironia, come se sapesse qualcosa che io non so.
La cena procede lenta. Abbiamo già finito il primo, e sto cercando di non sbadigliare mentre una collega racconta un aneddoto noioso su un cliente. Riccardo è rilassato, con la camicia sbottonata sul collo e le maniche arrotolate che mostrano avambracci muscolosi. Beve un sorso di vino, mi guarda per un istante, poi sorride. Niente di strano, penso, ma poi sento qualcosa sotto il tavolo.
Un calore improvviso sulle gambe, proprio sopra le ginocchia. Mi irrigidisco. Sono piedi, nudi, caldi, che premono contro di me. Alzo gli occhi, incrocio il suo sguardo. Riccardo non smette di parlare con la collega alla sua destra, ma i suoi piedi si muovono, lenti, sfregando contro il tessuto dei miei pantaloni. Sento il sudore della sua pelle, un odore leggero ma acre che mi colpisce il naso, mescolato al profumo del vino e del cibo. Il cuore mi batte forte, non riesco a muovermi.
“Matteo, tutto bene?” mi chiede all’improvviso, voltandosi verso di me con un sorriso beffardo. La sua voce è calma, come se niente fosse.
“Sì… sì, tutto a posto,” balbetto, cercando di mantenere la compostezza. Sotto il tavolo, i suoi piedi premono più forte, le dita che si piegano contro la mia coscia. Sento un’ondata di calore che mi sale lungo la schiena, e, maledizione, non posso farci niente: il mio corpo reagisce. I pantaloni si tendono, e so che se qualcuno guardasse sotto la tovaglia lo noterebbe subito.
Riccardo lo sa. Lo vedo dal modo in cui socchiude gli occhi, dal ghigno che gli sfugge mentre risponde a un altro collega. “Bene, ragazzo, perché stasera abbiamo ancora tanto di cui parlare,” dice, e le sue parole hanno un doppio senso che mi fa stringere i denti. I suoi piedi si spostano, uno sale più in alto, sfiorando l’interno della mia coscia. Il calore della sua pelle è insopportabile, il sudore che lascia una traccia umida sui miei pantaloni. Mi mordo il labbro, cercando di non fare rumore.
“Matteo, puoi passarmi il pane?” chiede una collega accanto a me. Mi volto, con il viso in fiamme, e annuisco mentre allungo la mano verso il cestino. Sotto il tavolo, Riccardo non si ferma. Sento il suo tallone premere contro di me, e poi le dita che si muovono, quasi a esplorare. Stringo la tovaglia con una mano, il respiro corto.
“Ecco… ecco qua,” dico alla collega, con la voce che trema. Lei non nota nulla, ma Riccardo sì. Mi guarda, e c’è una luce di divertimento nei suoi occhi.
“Grazie, ragazzo,” dice, con quella voce profonda che mi fa rabbrividire. Poi, sottovoce, solo per me, aggiunge: “Perché non fai qualcosa per me, eh? Sotto il tavolo. Nessuno lo vedrà.”
Mi blocco. So cosa intende. Il cuore mi martella nel petto, ma c’è qualcosa nella sua voce, nel modo in cui mi guarda, che mi fa sentire come se non potessi dire di no. Esito, poi faccio scivolare una mano sotto la tovaglia, lentamente. Le mie dita trovano il suo piede, caldo, umido di sudore. Lo tocco con cautela, sentendo la pelle ruvida sotto il palmo. Lui non batte ciglio, continua a parlare con gli altri di un progetto imminente, ma spinge il piede contro la mia mano, come a dirmi di continuare.
Inizio a massaggiare, con movimenti lenti, premendo sui suoi talloni, sulle piante dei piedi. L’odore è forte, un mix di sudore e pelle che mi riempie le narici, ma invece di disgustarmi mi eccita ancora di più. Sento il sangue pulsare, il tessuto dei pantaloni che tira dolorosamente. Le mie dita si muovono, stringendo e rilasciando, mentre il suo piede si rilassava sotto il mio tocco.
“Ottimo lavoro, Matteo,” dice a un tratto, alzando la voce come se stesse parlando del progetto. Gli altri annuiscono, ignari, mentre io sento il suo piede spingere più forte contro la mia mano. “Davvero un ottimo lavoro,” ripete, e il tono è così carico di sottintesi che devo abbassare lo sguardo per non tradirmi.
La cena continua, ma per me il mondo si è ridotto a quel tavolo, a quel contatto sotto la tovaglia. Ogni tanto mi lancia un’occhiata, un sorriso appena accennato, mentre i suoi piedi si muovono, uno contro la mia coscia, l’altro nella mia mano. Sento la tensione crescere, il desiderio che mi brucia dentro. Vorrei alzarmi, scappare in bagno per calmarmi, ma so che non posso. Sono intrappolato, e lui lo sa.
Dopo il secondo piatto, mentre gli altri sono distratti dal dessert, Riccardo si sporge leggermente verso di me. “Seguimi in bagno,” sussurra, così piano che quasi non lo sento. Si alza, scusandosi con gli altri per un momento, e io resto lì, con le mani che tremano. Aspetto qualche istante, poi mi alzo anch’io, borbottando una scusa.
Il bagno del ristorante è piccolo, con due lavandini e un’unica cabina. Lui è già dentro, la porta socchiusa. Entro, chiudo a chiave dietro di me. L’aria è densa, odora di sapone e di qualcosa di più acre, il suo odore. Mi guarda, appoggiato al muro, con quel sorriso che mi fa impazzire.
“Pensavi di poterti nascondere, eh?” dice, incrociando le braccia. “Ti ho visto, ragazzo. Ti piace, vero?”
Non rispondo subito, il respiro corto. “Io… non lo so,” mormoro, ma la mia voce è debole, e lui lo sa.
“Non fare il timido,” dice, avvicinandosi. È più alto di me, la sua presenza mi sovrasta. Mi spinge contro il muro, le sue mani sui miei fianchi. “Lo sento da come ti muovi. Da come mi guardi. Vuoi di più, non è vero?”
Annuisco, incapace di mentire. La sua mano scivola lungo il mio fianco, poi davanti, trovando la prova evidente della mia eccitazione. Stringe, e io soffoco un gemito. “Lo sapevo,” dice, con una risata bassa. “Adesso vediamo quanto sei bravo a obbedire.”
Mi spinge verso il basso, e io mi inginocchio senza protestare. Il pavimento è freddo sotto di me, ma non ci faccio caso. Lui si slaccia i pantaloni, e io vedo per la prima volta cosa mi aspetta. È grande, più di quanto immaginassi, e duro, con la pelle tesa e un odore forte, muschiato, che mi colpisce in pieno. Mi guarda dall’alto, con un’espressione di puro controllo.
“Avanti, ragazzo,” dice, la voce roca. “Fammi vedere quanto sei riconoscente per il tuo posto di lavoro.”
Apro la bocca, esitante, e lo prendo. Il sapore è salato, intenso, e il calore mi riempie. Muovo la lingua, sentendo ogni dettaglio, ogni vena sotto la pelle. Lui geme piano, una mano nei miei capelli, guidandomi. “Così, bravo,” mormora. “Non fermarti. Prendilo tutto.”
Obbedisco, spingendomi oltre, sentendo il peso nella mia gola. Il suono che faccio è osceno, umido, e si mescola al suo respiro pesante. Il suo odore mi avvolge, il sudore e il calore della sua pelle che mi fanno girare la testa. Mi stringe i capelli più forte, muovendosi contro di me. “Cazzo, sei proprio un bravo ragazzo,” dice, con un tono che è insieme di scherno e piacere. “Non pensavo fossi così affamato.”
Continuo, le mani sulle sue cosce, sentendo i muscoli tesi sotto le dita. Ogni tanto alzo gli occhi, incontrando il suo sguardo, e vedo che gode nel vedermi così, sottomesso. La mia eccitazione è insopportabile, ma non oso toccarmi, non senza il suo permesso.
Dopo qualche minuto, mi tira su, con forza. “Basta,” dice, ansimando. “Girati. Voglio di più.” Mi volta verso il muro, le mani contro le piastrelle fredde. Sento i suoi pantaloni scendere del tutto, il suono della cintura che tocca il pavimento. Poi le sue mani sui miei fianchi, che mi abbassano i pantaloni e i boxer in un unico movimento. Sono esposto, vulnerabile, e sento il suo sguardo su di me.
“Guarda che bel culetto,” dice, con una risata bassa. Mi dà una sculacciata leggera, il suono che riecheggia nel bagno. Sento il bruciore, e poi il calore della sua mano che strofina. “Pronto per me, ragazzo?”
“Sì,” mormoro, la voce tremante. Non so se lo sono davvero, ma non importa. Lo voglio. Lo sento premere contro di me, caldo e duro, e il mio corpo si tende per l’anticipazione. Usa le dita per prepararmi, e il contatto è ruvido, ma il bruciore si mescola a un piacere che mi fa gemere. “Piano,” dico, ma lui ride.
“Piano? Non sei tu a decidere,” risponde, e poi spinge, lentamente ma con decisione. Il dolore è acuto, ma si trasforma in qualcosa di diverso, un calore profondo che mi fa stringere i denti. È grande, troppo grande, e mi riempie completamente. Sento ogni centimetro, ogni movimento, mentre si spinge dentro di me.
“Cristo, sei stretto,” grugnisce, le mani sui miei fianchi che stringono forte. “Rilassati, ragazzo, o ti faccio male sul serio.” Il suo respiro è caldo contro il mio collo, l’odore del suo sudore che mi inonda. Inizia a muoversi, con spinte lente ma profonde, e io non posso fare altro che gemere, le mani che scivolano sulle piastrelle.
“Ti piace, eh?” dice, la voce roca. “Dimmi quanto ti piace.”
“Mi piace… tanto,” ansimo, incapace di mentire. Ogni spinta mi fa tremare, il suono dei nostri corpi che si scontrano riempie il bagno. Sento il suo calore, il suo peso contro di me, e il piacere che cresce, insostenibile.
“Bravo,” dice, accelerando. “Prendilo tutto. Fammi vedere quanto sei mio.” Le sue parole mi colpiscono come un pugno, e il mio corpo risponde, stringendosi attorno a lui. Lo sento gemere, un suono gutturale, e capisco che è vicino. Anch’io lo sono, senza nemmeno toccarmi, solo per la pressione e il ritmo delle sue spinte.
“Sto per venire,” dice, ansimando. “Dove lo vuoi, ragazzo?” La sua voce è tesa, carica di desiderio.
“Dentro,” rispondo, senza pensare. Voglio sentirlo, tutto. Lui ride, un suono profondo, e poi spinge più forte, una, due, tre volte. Sento il calore che si sparge dentro di me, il suo corpo che trema contro il mio. È troppo, e vengo anch’io, un’esplosione che mi fa quasi crollare, il piacere che mi attraversa come una scarica.
Restiamo così per un momento, ansanti, con il suono dei nostri respiri che riempie il silenzio. Poi si ritira, lentamente, e sento il vuoto, il bruciore che rimane. Mi aiuta a rialzarmi, e ci sistemiamo in silenzio. Mi guarda, con quel sorriso di sempre, e dice solo: “Ottimo lavoro, Matteo. Torniamo di là.”
Usciamo dal bagno, uno dopo l’altro, come se niente fosse. Torniamo al tavolo, e gli altri non si accorgono di nulla. Mi siedo, con il corpo ancora tremante, e Riccardo mi lancia un’occhiata, un cenno appena percettibile. So che non è finita. Non con lui. E, in qualche modo, non vedo l’ora di scoprire cosa verrà dopo.
