Durante la festa
Il tetto del palazzo era un mosaico di luci e ombre, con il brusio della festa aziendale che si mescolava al vento tiepido di fine estate. La città si stendeva sotto di loro, un tappeto di puntini luminosi, ma nessuno dei due ci faceva caso. Marco, quarantenne con una camicia bianca leggermente stropicciata, si era già scolato tre bicchieri di prosecco e rideva un po’ troppo forte alle battute dei colleghi. Accanto a lui, Giulia, trentacinque anni, con un vestito nero aderente e tacchi che iniziavano a farle male, gli lanciava sguardi che non avevano nulla di professionale.
Erano anni che lavoravano insieme, sempre con quella tensione sottile che non si era mai concretizzata in niente di più di qualche battuta ambigua o un tocco casuale sulla spalla. Ma quella sera, con l’alcol che scorreva e l’atmosfera rilassata della festa, qualcosa era diverso. Marco le aveva sussurrato all’orecchio, mentre ballavano stretti in mezzo agli altri, “Seguimi, ho bisogno di una pausa.” Giulia non aveva esitato, lasciando il suo bicchiere mezzo pieno su un tavolo e seguendolo verso un angolo del terrazzo, lontano dalle luci colorate e dalla musica.
“Non ti stanchi mai di questi tacchi?” le chiese lui, appoggiandosi al muretto che delimitava il bordo del tetto. Sotto, le voci e le risate dei colleghi salivano come un’eco lontana, mescolate al ritmo pulsante della musica.
“Li odio,” rispose lei, con un sorriso stanco. “Ma fanno la loro figura, no?”
Marco la guardò, gli occhi che scivolavano lungo le sue gambe scoperte. “Altroché. Ma ora siediti, dai. Non c’è nessuno qui a giudicarti.”
Giulia si issò sul muretto accanto a lui, lasciando penzolare i piedi. Con un gesto lento, si sfilò una scarpa, poi l’altra, lasciandole cadere con un tonfo leggero sul pavimento di cemento. I piedi, arrossati dalla pressione dei tacchi, erano lucidi di sudore, e lei li mosse con un sospiro di sollievo. “Dio, che liberazione. Non ne potevo più.”
Marco la osservava, il respiro un po’ più corto. “Sai, non lo diresti mai, ma hai dei piedi bellissimi.”
Lei lo guardò, sorpresa, con un sorrisetto che nascondeva una curiosità crescente. “Ma che dici? Sono un disastro, guarda come sono sudati. Ho ballato tutta la sera.”
“Appunto,” rispose lui, la voce più bassa, quasi un sussurro. “Non mi dispiace. Anzi.” Si chinò leggermente verso di lei, il tono che si faceva più audace. “Fammi vedere da vicino.”
Giulia inclinò la testa, un lampo di malizia negli occhi. “Vuoi guardarli meglio? O vuoi fare altro?”
Marco non rispose subito. Si alzò dal muretto, si guardò intorno per assicurarsi che fossero davvero soli, poi si chinò davanti a lei, posando le mani sulle sue cosce scoperte. “Fammi provare una cosa. Fidati.”
Lei lo fissò per un istante, il cuore che batteva più forte, poi annuì lentamente. Marco le prese un piede con delicatezza, alzandolo fino a portarlo vicino al viso. L’odore era pungente, un misto di sudore e pelle scaldata dalle ore passate nelle scarpe, ma non lo respinse. Anzi, inspirò profondamente, chiudendo gli occhi per un attimo. “Cazzo, è forte,” mormorò, quasi tra sé.
Giulia rise piano, un po’ imbarazzata ma eccitata da quella situazione inaspettata. “Ti piace davvero? Non sei normale.”
“Non lo sono,” rispose lui, aprendo gli occhi e guardandola con un’intensità che la fece rabbrividire. Poi, senza aggiungere altro, tirò fuori la lingua e leccò lentamente la pianta del piede, partendo dal tallone e risalendo verso le dita. Il contatto era caldo, umido, e Giulia trattenne il fiato, sorpresa dalla sensazione. La lingua di Marco era decisa, esplorava ogni curva, assaporando il gusto salato della sua pelle. Lei sentì un formicolio risalirle lungo la gamba, un misto di solletico e desiderio.
“Porca miseria, Marco,” sussurrò, la voce incrinata. “Che stai facendo? È… strano.”
“Strano ma buono, no?” replicò lui, alzando lo sguardo senza smettere di leccare. Passò tra le dita, succhiandole una a una, il suono della sua bocca che si mescolava al vento leggero e alle risate lontane sotto di loro. La sensazione era intensa, quasi invadente, ma Giulia non si ritrasse. Anzi, spinse il piede un po’ più verso di lui, lasciandolo fare.
“Non pensavo fossi così… aperto,” disse lei, cercando di mantenere un tono scherzoso, ma il respiro tradiva la sua eccitazione. “Ti eccita davvero questa cosa?”
Marco si fermò un attimo, le labbra ancora umide, e la guardò dritto negli occhi. “Guardami e dimmi se non mi eccita.” Indicò con un cenno i pantaloni, dove si vedeva chiaramente il rigonfiamento. Giulia abbassò lo sguardo, mordendosi il labbro inferiore.
“Ok, sei… evidente,” disse, con una risata nervosa. “Ma non ti basta leccare, vero?”
“No,” rispose lui, secco. Si alzò in piedi, asciugandosi la bocca con il dorso della mano, e le fece cenno di scendere dal muretto. “Girati. Appoggiati lì.”
Giulia obbedì, scendendo con un movimento fluido e posizionandosi contro il muretto, le mani appoggiate sulla superficie ruvida. Sentiva il cuore martellarle nel petto mentre Marco si avvicinava, premendosi contro di lei da dietro. La sua erezione era dura, evidente attraverso la stoffa dei pantaloni, e premeva contro il suo sedere. Lei si voltò appena, guardandolo da sopra la spalla. “E se qualcuno ci vede? Siamo pazzi a fare questo qui.”
“Non ci vede nessuno,” rispose lui, la voce rauca. Le sue mani scivolarono sotto il vestito, sollevandolo fino a scoprire le cosce e poi il perizoma nero. “E anche se fosse, che importa? Dimmi che non lo vuoi.”
Giulia non rispose subito. Sentiva le sue dita calde che le accarezzavano la pelle, scendendo lungo i fianchi, e poi più in basso, sfiorando il tessuto sottile tra le gambe. Un gemito le sfuggì dalle labbra prima che potesse controllarsi. “Lo voglio. Ma fai in fretta, non abbiamo tutto il tempo del mondo.”
Marco non perse tempo. Si slacciò la cintura con un gesto rapido, il suono del metallo che tintinnava mentre abbassava la zip. Tirò fuori il membro, già duro e pulsante, e lo strofinò contro di lei, ancora sopra il perizoma. Era lungo, spesso, e la sensazione della pelle calda contro la stoffa la fece tremare. “Senti questo,” mormorò lui, spingendosi più vicino. “Ti faccio vedere quanto mi fai impazzire.”
Lei si inarcò leggermente, offrendosi di più. “Smettila di parlare e muoviti. Non sto qui ad aspettare tutta la notte.”
Con un movimento deciso, Marco scostò il perizoma di lato, esponendola completamente. La brezza fresca le sfiorò la pelle, facendola rabbrividire, ma fu subito sostituita dal calore del suo corpo. Lui si posizionò, la punta del membro che premeva contro di lei, e poi spinse piano, entrando con una lentezza che la fece gemere. Era stretto, caldo, e ogni centimetro sembrava amplificare ogni sensazione. “Cazzo, sei bagnata,” disse lui, la voce roca mentre si spingeva più a fondo. “Ti piaceva che ti leccassi i piedi, eh?”
Giulia strinse le mani sul muretto, le unghie che grattavano la superficie. “Chiudi quella bocca e spingi più forte,” rispose, il tono tra il divertito e l’impaziente. “Non sono mica di porcellana.”
Marco non se lo fece ripetere. Afferrò i suoi fianchi con forza, le dita che affondavano nella carne, e iniziò a muoversi, prima con spinte lente ma profonde, poi sempre più rapide. Ogni colpo era deciso, il suono dei loro corpi che si scontravano si mescolava al vento e alle voci lontane della festa. Giulia sentiva ogni dettaglio: la pressione dentro di lei, il calore della sua pelle, l’odore del suo sudore misto al profumo della sua colonia. Anche il suo respiro, affannoso, vicino al suo orecchio, era un suono che la faceva impazzire.
“Ti piace così, vero?” le chiese lui, rallentando un attimo per riprendere fiato. “Dimmi quanto ti piace.”
Lei si voltò appena, gli occhi socchiusi. “Mi piace, ok? Ma non fermarti, cazzo. Fammi sentire tutto.”
Marco ghignò, poi si chinò su di lei, il petto premuto contro la sua schiena. Una mano scivolò sotto il vestito, trovando il seno e stringendolo attraverso il tessuto. Il capezzolo era già duro sotto le sue dita, e lui lo pizzicò leggermente, facendola sussultare. “Sei tutta un fuoco,” mormorò, mentre con l’altra mano le stringeva il fianco per spingersi ancora più a fondo. La sensazione era quasi troppo intensa, un misto di pressione e attrito che le faceva girare la testa.
Giulia si morse il labbro per non gridare, ma piccoli gemiti le sfuggivano comunque. “Se continui così… non resisto,” riuscì a dire, la voce spezzata. Sentiva il piacere montare, una tensione che si accumulava dentro di lei, pronta a esplodere. Anche Marco sembrava vicino al limite: il suo ritmo si fece più irregolare, il respiro più corto. “Dimmi dove lo vuoi,” le chiese, la voce tesa. “Non ci vuole molto.”
“Dentro,” rispose lei senza esitazione, spingendosi indietro contro di lui. “Fallo, ora.”
Quelle parole furono abbastanza. Marco si lasciò andare con un grugnito basso, spingendo un’ultima volta mentre si svuotava dentro di lei. La sensazione calda e intensa la travolse, portandola oltre il limite. Giulia si irrigidì, un gemito soffocato che le sfuggì mentre l’orgasmo la scuoteva, le gambe che tremavano sotto il suo peso. Rimasero così per qualche istante, ansimanti, i corpi ancora uniti, mentre il mondo intorno a loro tornava lentamente a fuoco.
Sotto di loro, le risate e la musica continuavano, ignare di tutto. Marco si ritrasse piano, sistemandosi i pantaloni, mentre Giulia si raddrizzò, aggiustandosi il vestito con mani ancora incerte. Si guardarono, un sorriso complice che passava tra loro senza bisogno di parole.
“Direi che questa pausa è stata… utile,” disse lei, la voce ancora un po’ roca.
“Altroché,” rispose lui, passandosi una mano tra i capelli. “Ma ora torniamo giù, prima che qualcuno inizi a cercarci.”
Giulia annuì, raccogliendo le scarpe da terra ma decidendo di non rimetterle subito. Scesero insieme verso la festa, i passi leggeri sul pavimento del terrazzo, mentre le risate sotto di loro li accoglievano di nuovo, come se niente fosse accaduto.
