E lo chiamarono “mangiasborra”
Era una di quelle sere d’estate appiccicose, di quelle in cui il sudore ti cola lungo la schiena anche se stai fermo. I cinque amici, tutti sulla ventina, avevano appena finito la loro solita partitella serale di calcetto in un campetto scalcagnato alla periferia della città. La birra scorreva a fiumi già durante la partita, ma nello spogliatoio del centro sportivo – un buco puzzolente di muffa e cloro – avevano tirato fuori un’altra cassa di lattine fredde. Erano mezzi ubriachi, con le magliette zuppe appiccicate al torso, i capelli arruffati e le facce rosse per la fatica e l’alcol. C’era Marco, il più grosso, con le spalle larghe e un tatuaggio sbiadito sul bicipite; Luca, magro e nervoso, con un ghigno sempre stampato in faccia; Davide, capelli ricci e un po’ di pancetta; Stefano, il più alto, con gambe da ciclista; e poi c’era Giacomo, il più timido, quello che parlava poco e arrossiva per un nonnulla, con un fisico normale, né muscoloso né grasso, e due occhi grandi che sembravano sempre un po’ persi.
Stavano lì, seduti sulle panche di legno scrostato, a bere e sparare cavolate. L’aria era densa di risate e del tanfo di sudore. Luca, che aveva sempre la battuta pronta, a un certo punto se ne uscì con un’idea del cazzo, ma che fece sbellicare tutti: “Ragazzi, giochiamo al biscotto. Chi viene per ultimo se lo magna”. Tirò fuori dalla borsa un pacchetto di Oro Saiwa, sghignazzando come un idiota. Gli altri lo guardarono un attimo, poi Marco scoppiò a ridere: “Cazzo, sì, facciamolo. Tanto siamo fra noi, chi vuoi che lo sappia?”. Stefano annuì, svuotando l’ultima birra, e Davide si grattò la testa ma non disse di no. Giacomo, invece, fece una smorfia, rosso in faccia: “Ma che schifo, sul serio?”. Ma gli altri lo presero in giro: “Dai, fifone, non fare la fighetta!”. Alla fine, un po’ per non sembrare uno sfigato, un po’ perché l’alcol gli aveva tolto ogni inibizione, si lasciò convincere.
La tensione nello spogliatoio cambiò in un attimo. Non era più solo un gioco di battute. Si alzarono tutti, un po’ goffi, e si misero in cerchio al centro della stanza. Luca posò il biscotto su una panca al centro, come fosse un trofeo. “Regole semplici: ci seguiamo tutti insieme, chi arriva per ultimo si magna il biscotto con sopra la sborra di tutti. Chiaro?”. Risate sguaiate riempirono la stanza mentre si slacciavano i pantaloncini e si calavano le mutande alle caviglie. Si guardarono un attimo, un misto di imbarazzo e strafottenza, ma l’alcol li faceva sentire invincibili. Marco fu il primo a tirarlo fuori, con una risata: “Guardate e imparate, stronzi”. Aveva un cazzo grosso, tozzo, con una vena che sporgeva sul lato. Luca non era da meno, anche se più lungo e sottile, e lo agitò come fosse un’arma: “Ce l’hai piccolo, eh, Marco?”. Stefano e Davide scoppiarono a ridere, mentre Giacomo, che cercava di non guardare nessuno, aveva le guance in fiamme. Il suo era nella media, niente di che, ma si sentiva osservato e a disagio.
Iniziarono a segarsi, ognuno con il suo ritmo, in piedi, le mutande arrotolate alle caviglie, i pantaloncini da calcio ancora mezzi addosso. Le risate si mescolavano agli insulti: “Dai, frocio, sbrigati!” urlò Marco a Davide, che rispondeva con un “Fottiti, guarda che sborro prima io!”. Luca, con il ghigno di sempre, guardava gli altri e commentava: “Ma guarda che polso, Stefano, sembri un professionista delle pippe!”. L’aria si riempì di grugniti, del rumore delle mani che scorrevano veloci sulla pelle, e di qualche risata nervosa. Giacomo stava in silenzio, concentrato, ma con la faccia rossa come un peperone. Non era abituato a queste cose, non si sentiva a suo agio, ma allo stesso tempo non voleva essere l’ultimo. Pensava: “Cazzo, non posso perdere, non voglio che mi sfottano per mesi”. Ma più ci pensava, più si distraeva, e il ritmo rallentava.
La tensione crebbe, i respiri si fecero più corti. Marco fu il primo a venire, con un grugnito profondo, schizzando sul biscotto da una distanza di mezzo metro. “Ecco fatto, stronzi, battuti!” disse, tirandosi su le mutande con un sorriso da vincitore. Luca lo seguì poco dopo, con un “Cazzo, sì!” mentre il suo getto colpiva il biscotto già appiccicoso. Stefano e Davide arrivarono quasi insieme, tra risate e insulti, lasciando il povero Giacomo da solo, ancora lì a segarsi con un’espressione di panico. Gli altri iniziarono a sfotterlo: “Dai, sbrigati, che abbiamo fame!” urlò Marco, e Luca aggiunse: “Ce l’hai piccolo, eh? Non ce la fai!”. Giacomo, con il cuore che gli batteva all’impazzata, finalmente ci riuscì, con un gemito strozzato, e il suo schizzo finì sul biscotto ormai zuppo. Gli altri applaudirono urlando, battendo le mani come fosse una vittoria epica: “L’ultimo! L’ultimo!”.
Marco prese il biscotto con due dita, tenendolo come fosse una reliquia schifosa, e lo avvicinò alla faccia di Giacomo. “Forza, campione, te lo sei guadagnato”. Giacomo lo guardò con gli occhi spalancati, le guance rosse da far paura, e provò a protestare: “Ma dai, sul serio? È uno schifo…”. Ma gli altri lo interruppero subito: “Niente scuse, mangia, frocio!” disse Luca, ridendo così forte che quasi si strozzava. Stefano gli diede una pacca sulla spalla: “È il rito, bello, non si scappa”. Alla fine, con un’espressione di puro disgusto, Giacomo avvicinò il biscotto alla bocca. L’odore era forte, un misto di dolce e salato che gli dava la nausea. Lo leccò appena, facendo una smorfia, mentre gli altri si sbellicavano dalle risate. “Cazzo, guarda che faccia!” urlò Davide, tenendosi la pancia. Poi, con un respiro profondo, Giacomo lo mise in bocca tutto intero, masticando veloce per non pensarci troppo. Il sapore era orribile, appiccicoso, e gli dava i conati, ma lo mandò giù con un sorso di birra che Marco gli passò subito dopo.
“Benvenuto, Mangiasborra!” gridò Luca, e gli altri ripeterono il soprannome in coro, ridendo e battendogli le mani sulle spalle. Giacomo, ancora rosso in faccia, si asciugò la bocca con il dorso della mano e cercò di fare un sorriso, anche se dentro si sentiva un idiota. Però, in fondo, non gli dispiaceva del tutto. Era una di quelle cazzate che fanno i ragazzi, di quelle che fra dieci anni avrebbero ricordato ridendo davanti a una birra. Si tirò su le mutande, si rimise i pantaloncini e, mentre gli altri continuavano a sfotterlo, si unì alle risate, un po’ per forza, un po’ perché, in qualche strano modo, si sentiva parte del gruppo come mai prima.
