Racconti Piccanti
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Usatemi, Non Fermatevi

Usatemi, Non Fermatevi

20 Marzo 2026·8 min di lettura

Sono Beatrice, ho ventinove anni e quella sera non avevo idea di come sarebbe finita. Ero uscita con le mie amiche per scaricare un po’ di stress dopo una settimana infernale al lavoro. Abbiamo scelto una discoteca in centro, un posto enorme, sempre pieno di gente, con luci stroboscopiche e musica che ti entra nelle ossa. Indossavo un vestito corto, nero, aderente, di quelli che ti fanno sentire sexy ma non volgare. Sotto, un completino intimo in pizzo, più per me stessa che per chiunque altro. Non avevo in testa di rimorchiare, volevo solo ballare e ridere con le ragazze.

La serata era iniziata bene. Dopo un paio di drink, stavamo saltando sulla pista, urlando per sovrastare la musica. Ridevo con Chiara, la mia migliore amica, mentre mi raccontava di un tizio che ci provava con lei in modo goffo. Eravamo sudate, un po’ brille, ma felici. Poi, di colpo, tutto si è spento. Un blackout. Buio totale. La musica si è fermata, sostituita da un silenzio inquietante, poi da urla, risate isteriche e il rumore di gente che si spintonava. Non vedevo nulla, solo ombre confuse. Qualcuno mi ha urtata forte, facendomi perdere l’equilibrio. “Ehi, fate piano!” ho gridato, ma la mia voce si è persa nel caos.

Ho cercato di raggiungere il bordo della pista, tastando l’aria con le mani, ma la folla mi spingeva da tutte le parti. Poi ho sentito uno strappo. Il mio vestito. Un idiota, non so chi, ha tirato il tessuto con forza, ridendo. “Ops, scusa bella!” ha detto una voce maschile, prima di sparire nel buio. Il vestito si è lacerato lungo il fianco, lasciandomi con la pelle scoperta. Ho provato a coprirmi con le mani, il cuore che mi batteva all’impazzata. “Chiara! Ragazze, dove siete?!” ho urlato, ma nessuna risposta. Solo spintoni e risate. Ero in preda al panico, sudata, con le guance in fiamme per l’imbarazzo.

Non so come, ma nella calca qualcuno mi ha toccata di nuovo. Non un urto accidentale, ma una mano decisa sul fianco, poi sul culo. Ho cercato di scostarmi, ma un’altra mano ha afferrato l’elastico delle mutandine e ha tirato. Un altro strappo. Sono rimaste nude, o quasi, perché quel che restava delle mutandine mi è scivolato lungo le gambe. Ero nuda, in mezzo a centinaia di persone, al buio. Le lacrime mi sono salite agli occhi. “Aiutatemi… per favore, copritemi…” ho mormorato, la voce spezzata. Ma nessuno mi ascoltava. O forse sì. Ho sentito mani, troppe mani, che mi sfioravano la pelle. Sul seno, sulle cosce, ovunque. Non vedevo chi fossero, non capivo nulla. Tremavo, ma c’era anche qualcos’altro, un calore strano, un misto di paura e adrenalina che non riuscivo a controllare.

“Chi c’è? Basta, lasciatemi!” ho detto, cercando di sembrare decisa, ma la mia voce era debole. Una risata bassa mi ha risposto. “Rilassati, stiamo solo giocando,” ha detto un tizio, con un tono che non aveva nulla di scherzoso. Non so perché, ma quelle parole, invece di farmi arrabbiare, hanno scatenato qualcosa dentro di me. Ero spaventata, sì, ma anche… eccitata? Non riuscivo a capirmi. Le mani continuavano a toccarmi, sempre più insistenti. Qualcuno mi ha afferrato per i fianchi, tirandomi verso di sé. Ho sentito un corpo caldo premere contro il mio, il respiro di uno sconosciuto sul collo. “Sei uno spettacolo, lo sai?” ha sussurrato. Non ho risposto, ma non mi sono nemmeno ribellata. Il buio mi proteggeva in un certo senso, come se tutto quello che succedeva non fosse reale.

Poi, un po’ di luce è tornata. Non tutto, solo qualche lampada di emergenza, un bagliore fioco che illuminava a malapena la pista. Ero al centro, circondata da un gruppo di persone, non so quante, forse dieci, forse di più. Alcuni ridevano, altri mi guardavano con occhi che non lasciavano spazio a interpretazioni. Ero nuda, con i capelli appiccicati al viso per il sudore, le guance rosse di vergogna. Ma non ho provato a scappare. Non ci ho nemmeno pensato. Una parte di me, quella che non capisco neanche adesso, voleva restare lì.

Uno dei tizi, un tipo alto con una maglietta aderente, si è avvicinato. “Non devi aver paura, stiamo solo divertendoci,” ha detto, con un sorriso storto. “Non voglio problemi, davvero,” ho balbettato, ma lui ha scosso la testa. “Nessun problema. Dimmi, vuoi che ci fermiamo?” Mi ha guardata negli occhi, e io… non ho detto di no. Non ho detto nulla. Ho solo abbassato lo sguardo, sentendo il cuore che mi martellava nel petto. Lui ha interpretato il mio silenzio come un sì. Si è avvicinato ancora, mi ha preso per il mento e mi ha baciata. Un bacio duro, invadente, con la lingua che cercava la mia senza chiedermi il permesso. E io gliel’ho dato. Non so perché, ma l’ho fatto.

Le sue mani sono scese sul mio corpo, sfiorandomi i seni, poi più giù, tra le cosce. Ero già bagnata, lo sentivo, e questo mi faceva vergognare ancora di più, ma non riuscivo a fermarmi. “Cazzo, sei pronta,” ha detto lui, ridendo piano. Mi ha girata, spingendomi contro un altro tizio che era dietro di me. “Guardate quanto è bella,” ha detto agli altri, e io ho sentito le loro voci, i loro commenti. “Dammela un attimo,” ha detto uno, e mi sono ritrovata con le sue mani sui fianchi, mentre il primo continuava a toccarmi davanti. Mi sentivo esposta, vulnerabile, ma anche desiderata in un modo che non avevo mai provato.

Mi hanno spinta in ginocchio, non con forza, ma con decisione. Non ho resistito. Il pavimento era appiccicoso, probabilmente di alcol versato, e mi sono appoggiata con le mani per non cadere. Uno di loro si è abbassato la zip dei jeans davanti a me. “Apri la bocca,” ha detto, senza mezzi termini. Ho esitato un secondo, poi l’ho fatto. Non so perché. Forse perché in quel momento non ero più io, o forse perché lo volevo davvero. Ho sentito il sapore salato, il calore, mentre lui mi guidava con una mano nei capelli. “Brava, così,” ha detto, con un grugnito. Intorno, gli altri guardavano, qualcuno rideva, qualcuno si avvicinava. Non ero sola con lui, erano in tanti, e uno dopo l’altro si sono messi davanti a me. Ho perso il conto. Le loro voci si mescolavano, ordini secchi, commenti. “Succhialo bene,” “Guarda come ci sa fare.” Io non parlavo, facevo solo quello che mi dicevano, con il respiro affannoso e la testa che girava.

Dopo un po’, mi hanno tirata su. Ero stanca, con le ginocchia che bruciavano, ma non era finita. Uno di loro, un tipo con i capelli corti e le braccia tatuate, mi ha presa per la vita e mi ha sollevata come se non pesassi nulla. “Ora vediamo quanto ti piace,” ha detto, con un ghigno. Mi ha appoggiata contro di lui, in piedi, le mie gambe avvolte intorno ai suoi fianchi. Ho sentito la sua erezione premere contro di me, poi entrare, senza troppe cerimonie. Ho gridato, non per il dolore, ma per la sensazione, intensa, quasi insostenibile. “Cazzo, sei stretta,” ha detto, iniziando a muoversi, con spinte profonde che mi facevano tremare. Intorno, gli altri ci guardavano, qualcuno si toccava, altri ridevano. Ero al centro di tutto, nuda, sudata, con i capelli che mi cadevano sul viso e il fiato corto.

Non so come, ma le parole mi sono uscite da sole. “Usatemi… non fermatevi!” ho urlato, con la voce roca. Non so perché l’ho detto, non ci ho pensato. Ma loro hanno ascoltato. Un altro si è avvicinato, da dietro, e ha iniziato a toccarmi, preparandomi per quello che sarebbe successo dopo. Ho sentito le sue mani, poi il suo corpo premere contro il mio. Ero stretta tra due persone, con uno davanti che continuava a scoparmi in piedi e un altro dietro che cercava di entrare. “Rilassati, ci stai,” ha detto, e io ho cercato di fare come diceva. Quando è successo, ho gridato di nuovo, un misto di dolore e piacere che non riuscivo a distinguere. Si muovevano insieme, con un ritmo che mi faceva perdere la testa. Il sudore mi colava lungo la schiena, l’odore di sesso e alcol riempiva l’aria, i loro grugniti e le mie urla si mescolavano al rumore della folla lontana.

Non so quanto è durato. Minuti, forse di più. Ero stordita, con il corpo che reagiva a ogni spinta, a ogni tocco. “Cazzo, sto venendo,” ha detto uno di loro, e io ho sentito il calore dentro di me, poi fuori, mentre si tirava indietro. Un altro ha preso il suo posto, senza darmi tregua. “Ancora, ti prego,” ho detto, o forse l’ho solo pensato. Ero fuori di me, persa in quello che stava succedendo. Ogni tanto guardavo intorno, vedevo i loro volti, alcuni seri, altri che ridevano, ma nessuno si fermava. Il pavimento sotto di noi era bagnato, il rumore dei nostri corpi che si scontravano era quasi coperto dalla musica che, non so come, era tornata a suonare in lontananza.

Alla fine, quando non ce la facevo più, mi hanno lasciata andare. Ero distrutta, con le gambe che tremavano e il respiro che non tornava normale. Uno di loro, il primo che mi aveva baciata, mi ha passato la sua giacca. “Copriti, dai,” ha detto, con un tono che non era né gentile né cattivo, solo pratico. L’ho presa, me la sono messa addosso, sentendo il tessuto ruvido sulla pelle nuda. Non ho detto niente, non ce n’era bisogno. Mi sono guardata intorno un’ultima volta, ho visto la pista che tornava a riempirsi di gente come se nulla fosse successo, e sono uscita.

Fuori, l’aria fredda mi ha colpito come uno schiaffo. Mi sono fermata un attimo, con la giacca che mi copriva a malapena, e ho respirato profondamente. Non so cosa provavo. Non era vergogna, non era rimorso. Era… qualcosa di diverso, qualcosa che non so spiegare. Una settimana dopo, sono tornata in quella discoteca. Non so perché, ma l’ho fatto. Con un altro vestito corto, con lo stesso completino sotto, e con una parte di me che, forse, sperava che accadesse di nuovo.

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