Racconti Piccanti
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Il piacere dell’umiliazione (parte 6)

Il piacere dell’umiliazione (parte 6)

07 Aprile 2026·14 min di lettura

Il silenzio che è seguito è stato denso, quasi irreale.

Ero ancora in ginocchio al centro del salotto, il petto e le cosce bagnati di piscio caldo che iniziava a raffreddarsi sulla pelle. Il sapore salato e metallico mi riempiva la bocca, la gola, lo stomaco. Avevo ingoiato litri di urina di cinque uomini diversi e il mio corpo lo sentiva tutto. Lo stomaco era gonfio, pesante. Le lacrime mi rigavano il viso, non solo per lo sforzo fisico ma per l’umiliazione profonda che mi aveva appena travolto.

I ragazzi mi fissavano. Alex aveva gli occhi sgranati, un misto di eccitazione e incredulità. Marco sorrideva con quel ghigno largo da ubriaco, chiaramente soddisfatto. Luca si è passato una mano tra i capelli, ridacchiando piano. Nico osservava in silenzio, con quell’aria calma che rendeva tutto ancora più pesante. Riccardo invece mi guardava con un’intensità tranquilla, come un regista che osserva la scena perfetta che ha appena diretto.

Marco è stato il primo a rompere il silenzio, la voce un po’ roca per l’alcol e l’eccitazione.

«Cazzo… l’ha bevuto davvero tutto. Guardate che faccia da urinale. È pieno di piscio dentro e fuori.»

Alex ha riso, nervoso. «E ce l’ha ancora duro. Porca troia, Mattia, sei un caso clinico. Hai appena bevuto cinque pisciate e il tuo cazzo continua a tradirti.»

Riccardo si è alzato lentamente, si è avvicinato e mi ha sollevato il mento con due dita, costringendomi a guardarlo negli occhi.

«Come ti senti, Mattia?» ha chiesto con voce bassa, quasi gentile, ma carica di crudeltà psicologica. «Dimmi la verità. Come ci si sente a essere diventato il cesso umano del gruppo in meno di ventiquattr’ore?»

Ho deglutito il sapore residuo. La voce mi è uscita spezzata.

«Mi… mi vergogno da morire… ma… ce l’ho duro.»

Riccardo ha sorriso soddisfatto. «Bravo. Ammetterlo è il primo passo. Adesso apri la bocca. Voglio che ti pulisci per bene con i cazzi di tutti. Gola profonda, lenta. Voglio vederti mentre senti ancora il nostro piscio nello stomaco mentre ti scopiamo la gola.»

Non ho avuto il tempo di rispondere. Marco è stato il primo. Si è messo davanti a me e mi ha infilato il cazzo già mezzo duro in bocca. Ha spinto subito in profondità, con quel ritmo aggressivo che l’alcol rendeva ancora più deciso.

«Senti il sapore del mio piscio mentre ti scopo la gola? Eh? Rispondi.»

Ho gorgogliato intorno al suo cazzo: «Sss… sì…»

Luca ha riso forte. «Guardate come gli cola ancora piscio e saliva dal mento. È un disastro umano.»

Mentre Marco mi scopava la bocca, ho iniziato a sentire una pressione fortissima alla vescica. Tutta l’acqua che Riccardo mi aveva fatto bere, più il piscio che avevo ingoiato, mi premevano dentro. Avevo bisogno urgente di pisciare. Ho provato a tirarmi indietro per chiedere il permesso, ma Marco mi ha tenuto la testa ferma.

Riccardo se n’è accorto subito. Ha capito al volo.

«No, Mattia. Non vai in bagno. Rimani in ginocchio. Continua a succhiare.»

Ho mugolato di protesta intorno al cazzo di Marco, gli occhi spalancati dal panico. La pressione cresceva, diventava dolorosa. Marco ha tirato fuori il cazzo per un secondo.

«Che c’è, troia? Devi pisciare?»

Ho annuito disperatamente, la voce rotta: «Sì… ti prego… devo andare in bagno…»

Riccardo ha scosso la testa lentamente, con quel sorriso calmo e crudele.

«Niente bagno. Sei il nostro urinale, ricordi? Se devi pisciare, lo fai qui. In ginocchio. Mentre continui a succhiare. Non ti alzi.»

Le parole mi hanno colpito come uno schiaffo. Ho sentito le guance bruciare di vergogna. Intanto Alex si è messo al posto di Marco e mi ha infilato il suo cazzo lungo in gola.

«Dai, succhia. E piscia pure, se proprio devi. Vogliamo vedere.»

Ho provato a resistere. Ho stretto i muscoli, ho cercato di trattenere. Ma il cazzo di Alex mi riempiva la gola, mi distraeva, mi umiliava. La pressione era troppa. Dopo meno di un minuto, mentre Alex mi scopava lentamente la bocca, ho sentito il calore bagnato partire.

Non sono riuscito a fermarmi.

Il piscio è uscito da solo, caldo, abbondante, mentre ero in ginocchio con il cazzo di Alex in gola. Mi colava lungo le cosce, sul pavimento, formando una pozza sotto di me. Non potevo fermarlo. Singhiozzavo intorno al cazzo, le lacrime che scendevano copiose.

I ragazzi hanno esploso in risate e commenti crudeli.

«Cazzo, se la sta facendo addosso!» ha gridato Marco, ridendo forte. «Mentre ha il cazzo in bocca! Che troia patetica.»

Luca ha aggiunto: «Guardate la pozza. Ventisette anni e si piscia addosso come un bambino. E ce l’ha ancora duro, porca puttana.»

Riccardo ha osservato tutto con attenzione, la voce bassa e controllata che tagliava attraverso le risate:

«Ecco cosa sei davvero, Mattia. Non solo un leccapiedi o un pompinaro. Sei un cesso completo. Bevi piscio, ti pisci addosso mentre ti usano la gola, e ti ecciti da morire. Senti come ti trema il cazzo mentre ti scappa? Non nasconderti. È la tua natura.»

Alex ha continuato a scoparmi la gola senza pietà, godendosi lo spettacolo. Il mio piscio continuava a colare, bagnandomi le ginocchia e i piedi. L’odore si è diffuso nella stanza, caldo e umiliante.

Quando Alex ha finito di usarmi la bocca, si è tirato indietro e mi ha guardato dall’alto.

«Adesso lecca il pavimento. Pulisci il tuo piscio con la lingua. E mentre lecchi, di’ grazie.»

Ero distrutto, bagnato, pieno di piscio dentro e fuori, ma il mio cazzo pulsava dolorosamente duro.

Ho chinato la testa verso la pozza sul pavimento e ho iniziato a leccare, la lingua che toccava il mio stesso piscio mescolato a quello che mi era colato dal mento.

«Grazie…» ho mormorato tra un leccata e l’altra, la voce spezzata. «Grazie… per usarmi così…»

Riccardo si è avvicinato, mi ha accarezzato i capelli bagnati con una mano quasi tenera, ma le sue parole sono state spietate:

«Bravo ragazzo. Stai imparando velocemente. Il weekend è ancora lungo. E tu sei solo all’inizio del tuo vero ruolo.»

I ragazzi ridevano ancora, bevevano altra birra, commentavano ogni mio movimento.

Io, in ginocchio nella mia stessa pozza di piscio, con il sapore di cinque pisciate in bocca e il cazzo traditore che non voleva ammosciarsi, sentivo di aver superato un confine da cui non sarei più tornato indietro.

Riccardo mi ha lasciato lì in ginocchio per qualche minuto ancora, nella pozza tiepida del mio stesso piscio, mentre i ragazzi finivano di ridere e commentare. Poi ha battuto le mani una volta, con quel tono pratico che usava quando voleva cambiare ritmo.

«Basta così per ora. Mattia, nuovo compito. Pulisci tutto. Come una sguattera. Straccio e secchio. Il pavimento deve tornare perfetto. Poi ti fai una doccia calda, ti lavi bene. Hai dieci minuti per la doccia, non uno di più.»

Mi ha indicato dove trovare lo straccio, il secchio e il detersivo sotto il lavello della cucina. Nudo, bagnato, puzzolente di piscio, mi sono messo a quattro zampe e ho iniziato a pulire. I ragazzi si sono spostati sul divano e sulle poltrone, bevendo birra e guardandomi lavorare. Ogni tanto uno di loro faceva un commento mentre passavo lo straccio.

Marco: «Guarda come striscia la sguattera. Il cazzo gli dondola mentre pulisce il suo stesso piscio.»

Alex: «Più veloce, troia. Non vogliamo mica puzzare di urina tutta la sera.»

Ho strofinato il pavimento del salotto, poi il corridoio dove qualche goccia era colata. Le ginocchia mi facevano male sul pavimento duro, ma continuavo in silenzio. L’umiliazione di essere ridotto a fare le pulizie di casa nudo, dopo aver bevuto piscio e essermela fatta addosso, era pesante, ma quasi riposante rispetto a quello che era successo prima. Almeno nessuno mi usava la bocca in quel momento.

Quando ho finito, Riccardo ha controllato il pavimento con lo sguardo.

«Accettabile. Vai a farti la doccia. Lascia la porta aperta, ovviamente.»

Sono andato in bagno. L’acqua calda è stata un sollievo benedetto. Mi sono lavato con cura: viso, capelli, corpo, cercando di togliere l’odore e il sapore che mi sentivo ancora addosso. Per quei dieci minuti ho potuto stare da solo con i miei pensieri. Il cazzo mi si era un po’ ammosciato, ma appena ho iniziato a insaponarmi ho sentito che ricominciava a indurirsi. Ho resistito alla tentazione di toccarmi. Sapevo che non mi era permesso.

Quando sono uscito dal bagno, ancora umido, Riccardo mi stava aspettando in corridoio con qualcosa in mano. Era un collarino di pelle nera, spesso, con un anello metallico davanti. Senza dire una parola me l’ha messo al collo, l’ha stretto abbastanza da sentirmi posseduto ma non da soffocarmi. Poi ha agganciato un guinzaglio di cuoio nero all’anello.

«Vieni» ha detto semplicemente, tirando piano.

Mi ha portato così, a quattro zampe, lungo il corridoio fino al salotto. Il guinzaglio era corto. Dovevo tenere la testa bassa.

Quando siamo entrati, i ragazzi erano tutti lì, rilassati sul divano con birre in mano.

Riccardo ha tirato il guinzaglio e mi ha fermato al centro della stanza.

«Guardate un po’ cosa ho trovato in bagno» ha detto con voce calma e teatrale. «La nostra sguattera stava per segarsi sotto la doccia. Ce l’aveva già mezzo duro quando sono entrato.»

I ragazzi sono esplosi in risate e fischi.

Marco ha quasi sputato la birra. «Nooo, davvero? Dopo tutto quello che ha bevuto e dopo essersi pisciato addosso voleva ancora segarsi?»

Luca ha riso forte, battendo le mani sulle cosce. «Che troia disperata. Non gli basta bere piscio e leccare piedi, deve pure farsi una sega di nascosto.»

Alex, con gli occhi che brillavano, ha aggiunto: «E noi che pensavamo stesse solo lavandosi. Invece il cagnolino voleva farsi una bella seghetta pensando a quanto è stato umiliato oggi.»

Nico ha scosso la testa con un mezzo sorriso. «Patetico. Ventisette anni e deve chiedere il permesso persino per toccarsi.»

Riccardo ha tirato leggermente il guinzaglio, facendomi alzare la testa.

«Di’ la verità, Mattia. Volevi segarti, vero?»

Ho sentito il viso andare a fuoco. Il collarino mi stringeva il collo, il guinzaglio mi ricordava che non ero più un uomo libero in quella casa.

«Sì…» ho ammesso a bassa voce.

«Più forte. E guardali negli occhi mentre lo dici.»

«Sì… volevo segarmi…»

Marco ha riso di gusto. «Ascoltatelo. “Volevo segarmi”. Dopo aver bevuto cinque pisciate e aver pulito il suo piscio dal pavimento come una cameriera. Sei proprio un cane in calore, Mattia.»

Luca si è chinato in avanti, puntandomi un dito contro. «Da oggi niente più seghe senza permesso. Se ti scappa, vieni a chiedere come un bravo cagnolino. E magari ti lasciamo guardare mentre noi ci segamo davanti a te.»

Alex ha aggiunto, con voce allegra e crudele: «Oppure ti leghiamo le mani dietro la schiena e ti facciamo guardare la tv con il cazzo duro tutta la sera. Ti piacerebbe, cagnolino?»

Riccardo ha dato un leggero strattone al guinzaglio, costringendomi a stare a quattro zampe con la testa bassa.

«Adesso stai buono qui. Il collarino resta. Il guinzaglio anche. Quando uno di noi vuole usarti la bocca o i piedi, ti tiriamo e tu vieni subito. Chiaro?»

Ho annuito, la voce umiliata: «Sì… chiaro.»

I ragazzi hanno continuato a bere e chiacchierare, ogni tanto tirando il guinzaglio per farmi avvicinare e leccare distrattamente qualche dito del piede o per farmi tenere il cazzo in bocca senza muovermi, solo come un oggetto caldo.

Marco ha commentato ridendo: «Guardate come sta bene con il collare. Sembra proprio un cane da compagnia… da compagnia molto speciale.»

Luca: «Un cane che beve piscio e pulisce pavimenti. Il miglior investimento del weekend.»

Io rimanevo lì, a quattro zampe, nudo, con il collarino di pelle stretto al collo e il guinzaglio in mano a Riccardo, il cazzo di nuovo mezzo duro per l’umiliazione continua.

Il riposo era finito.

Ero tornato a essere solo un animale al servizio del gruppo.

La serata è proseguita in modo lento e naturale, come se il collarino e il guinzaglio fossero sempre stati parte della villa.

Riccardo mi teneva al guinzaglio corto mentre i ragazzi decidevano cosa fare per cena. Alla fine hanno optato per ordinare pizza e kebab da un posto vicino. Mentre aspettavano la consegna, mi hanno fatto restare a quattro zampe accanto al divano, con la testa appoggiata sulla coscia di Marco. Ogni tanto uno di loro tirava leggermente il guinzaglio per farmi leccare le dita dei piedi o per farmi tenere il cazzo in bocca senza muovermi, solo per tenermi caldo e umiliato.

Quando è arrivato il cibo, Riccardo mi ha fatto sedere per terra ai loro piedi, sempre con il collare. Mi hanno dato da mangiare direttamente dalla mano: pezzi di pizza tagliati piccoli, qualche patatina. Dovevo mangiare senza usare le mani, come un cane. Ogni boccone veniva accompagnato da commenti.

«Mangia bene, cagnolino» diceva Alex ridendo. «Non vorrai mica sporcare il pavimento che hai appena pulito.»

Marco mi ha infilato in bocca un pezzo di kebab e poi mi ha tenuto il guinzaglio tirato mentre masticavo.

«Bravo. Sembri proprio affamato dopo aver bevuto tutto quel piscio.»

La cena è andata avanti così, tra risate e chiacchiere normali sui loro lavori, sulle ragazze che frequentavano (o non frequentavano), su quanto fosse comoda la villa. Io ero lì, nudo, con il collarino di pelle, a mangiare dai loro piedi come un animale domestico. Il contrasto tra la loro normalità e la mia degradazione era costante e pesante.

Dopo cena Riccardo ha deciso di rilassarsi guardando un film d’azione. Mi ha fatto sdraiare sul pavimento davanti al divano, con la testa tra le gambe di Luca. Il guinzaglio era legato al bracciolo del divano, così non potevo allontanarmi troppo. Per quasi un’ora sono rimasto lì, immobile, mentre loro guardavano il film. Ogni tanto uno di loro mi tirava il guinzaglio e mi faceva succhiare il cazzo per qualche minuto, senza fretta, solo per passare il tempo.

Verso le dieci e mezza l’atmosfera ha iniziato a scaldarsi di nuovo.

Riccardo ha spento la tv e ha dato uno strattone al guinzaglio.

«In ginocchio, Mattia. È ora di riprendere sul serio.»

Mi sono messo in posizione al centro della stanza. Il collare mi stringeva il collo ogni volta che muovevo la testa.

«Stasera vogliamo testare quanto hai imparato con la gola profonda» ha detto Riccardo con calma. «Uno alla volta, ma più a fondo e più a lungo. E tu dovrai tenere le mani dietro la schiena. Se le usi, perdi altri cento euro.»

Luca è stato il primo. Si è alzato, mi ha preso il guinzaglio in mano e mi ha tirato verso di sé. Il suo cazzo era già duro. Me l’ha infilato in bocca e ha spinto subito in profondità, arrivando fino in gola.

«Respira dal naso, cagnolino. E apri bene quella gola.»

Ha iniziato a scoparmi con spinte lente ma decise, tenendomi il guinzaglio come una redine. Ogni volta che arrivava in fondo gorgogliavo forte, la saliva colava copiosa sul petto. Marco commentava dal divano:

«Guardate come gli si gonfia il collo quando gli entra tutto. Sembra un serpente che ingoia un topo.»

Dopo un paio di minuti Luca ha lasciato il posto a Alex. Il ragazzo più giovane era più lungo e mi arrivava ancora più in fondo. Mi teneva il guinzaglio tirato verso l’alto, costringendomi a tenere la testa in una posizione scomoda mentre mi scopava la gola.

«Così… bravo cane. Succhia il cazzo del padrone.»

Le lacrime mi scendevano sulle guance. Il collare mi premeva sul collo a ogni spinta. Nico è stato il successivo: più calmo, più profondo, più controllato. Mi scopava la gola con movimenti lenti e costanti, guardandomi negli occhi mentre lo facevo.

«Sei proprio un buon cagnolino» mormorava. «La bocca è fatta per questo.»

Marco è stato più aggressivo. Ha usato il guinzaglio per tirarmi la testa avanti e indietro sul suo cazzo spesso, scopandomi la bocca come se fosse un buco qualsiasi.

«Prendilo tutto, troia. Senti ancora il sapore del piscio che hai bevuto? Eh? Rispondi mentre ti scopo.»

Ho biascicato un «Sssì…» bagnato intorno al suo cazzo.

Riccardo ha guardato tutto con attenzione, ogni tanto riprendendo primi piani con il telefono. Alla fine è toccato a lui. Mi ha tirato il guinzaglio facendomi avvicinare tra le sue gambe. Il suo cazzo era spesso e caldo. Me l’ha infilato lentamente fino in fondo, tenendolo lì per lunghi secondi mentre mi guardava.

«Bravissimo, Mattia. Stai diventando davvero bravo. Un cane da gola profonda perfetto.»

Ha iniziato a scoparmi con ritmo costante, profondo, senza fretta. Io tenevo le mani dietro la schiena, il collare che mi stringeva, il guinzaglio che mi ricordava continuamente il mio posto.

Mentre Riccardo mi usava la gola, i ragazzi continuavano a bere e a commentare con voci sempre più disinibite.

Marco: «Guardate come gli cola la bava. Sembra un cane che ha corso troppo.»

Alex: «Secondo me dovremmo portarlo a pisciare fuori in giardino domani mattina, al guinzaglio.»

Luca rideva: «Sì, e fargli alzare la gamba come si deve.»

Riccardo ha tirato fuori il cazzo per un momento, mi ha asciugato le lacrime con il pollice e ha sorriso.

«Hai sentito, cagnolino? Domani mattina ti portiamo fuori. Ma per adesso continua a lavorare.»

Mi ha rimesso il cazzo in gola e ha ripreso a scoparmi lentamente, profondamente, mentre io rimanevo in ginocchio con il collarino di pelle, il guinzaglio teso, il corpo stanco ma il cazzo dolorosamente duro per l’umiliazione continua.

La notte del sabato era appena iniziata.

E io ero solo un cane al servizio del gruppo.

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