Racconti Piccanti
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Lo stagista leccapiedi (parte 2)

Lo stagista leccapiedi (parte 2)

18 Marzo 2026·6 min di lettura

Paolo uscì dall’ufficio di Rebecca con la testa che gli girava e i pantaloni che tiravano in un modo che gridava “vergogna”. Venticinque anni, un cervello che poteva funzionare, una laurea in tasca, e invece eccolo lì, ridotto a un cagnolino eccitato solo per aver annusato il piede di una donna che potrebbe dargli del tu per anzianità. Che vita, eh? Tornò a casa quella sera con un solo pensiero fisso: quella pianta sudata sotto il collant nero, quel rosso sangue delle unghie che gli aveva scavato un buco nel cranio. Si era scaricato come un adolescente al primo porno, e pure con le lacrime agli occhi per la vergogna. Ma il peggio, oh, il peggio era che non vedeva l’ora di tornare in quell’ufficio il giorno dopo. Patetico? Certo. Ma era il suo patetico, come avrebbe detto Rebecca con quel sorrisetto che ti fa venire voglia di strisciare sotto la scrivania e non uscire più.

Il mattino seguente, Paolo si presentò allo studio con una camicia stirata male e un’espressione da condannato a morte. Non aveva dormito un accidente, ovviamente. Continuava a rivedere quel piede, a risentire quell’odore acre e caldo che gli aveva mandato in corto circuito ogni neurone. Entrò nel corridoio dello studio legale con la stessa grazia di un vitello al mattatoio, e subito una voce lo gelò sul posto. “Paolo. Nel mio ufficio. Ora.” Rebecca, ovviamente. Sempre lei. La sua voce era un misto di seta e acciaio, un sussurro che sembrava un ordine di guerra. Lui deglutì a vuoto, il cuore che già gli martellava nel petto, e obbedì senza fiatare. Perché, diciamocelo, il nostro povero cristo non aveva più un briciolo di volontà. Era già suo, anche se ancora non lo sapeva del tutto.

L’ufficio di Rebecca era lo stesso di ieri: vetrate che urlavano potere, scrivania di mogano come un altare pagano, e lei, seduta lì come una regina sul trono. Tailleur nero oggi, tacchi ancora più alti, se possibile, e i capelli tirati in quello chignon severo che sembrava fatto apposta per farti sentire un verme. “Chiudi la porta,” ordinò senza nemmeno guardarlo, mentre sfogliava delle carte con quelle unghie rosse che sembravano armi. Paolo obbedì, ovviamente, con le mani che gli tremavano come se dovesse disinnescare una bomba. “Da oggi sei ufficialmente il mio segretario personale,” annunciò lei, alzando lo sguardo. I suoi occhi erano due lame, e quel sorriso, Cristo santo, quel sorriso era puro sadismo. “Compiti semplici: caffè, fotocopie, archiviazione. E… altre cosette che ti spiegherò strada facendo. Chiaro?” Paolo annuì, la gola secca come il deserto. “S-sì, Rebecca,” balbettò, e lei inclinò la testa, divertita. “Bravissimo. Sai stare al tuo posto. Ora, prendi queste pratiche e mettile in ordine. E non farmelo ripetere.”

La giornata passò in un misto di umiliazione e tensione che avrebbe mandato in tilt chiunque. Paolo correva da una parte all’altra dello studio come un cameriere sottopagato, con Rebecca che lo chiamava ogni dieci minuti per un caffè, un documento, o solo per guardarlo sudare mentre lei accavallava le gambe e faceva dondolare una décolleté con quella lentezza calcolata che lo mandava fuori di testa. Ogni volta che quel piede oscillava, lui sentiva il sangue pompargli nei pantaloni, e il narratore, beh, non può che ridere di questo povero idiota. Venticinque anni e già con un’erezione solo per una scarpa che penzola. Che vita, eh? Ma il bello doveva ancora arrivare. Perché Rebecca non era tipo da giocare a metà. Oh, no. Lei voleva tutto, e lo voleva subito.

Erano le sette di sera passate, l’ufficio era ormai deserto, i corridoi illuminati solo dai neon che ronzavano come mosche. Paolo era ancora lì, a sistemare scartoffie inutili, quando Rebecca lo convocò di nuovo. “Vieni qui, zerbino,” disse con quella voce che sembrava miele avvelenato. Lui entrò, e lei era seduta sulla sua poltrona, le gambe accavallate, ma questa volta senza scarpe. I piedi, nudi, erano posati sul bordo della scrivania, le piante leggermente lucide di sudore dopo una giornata intera, le unghie smaltate di quel rosso sangue che per Paolo era diventato una droga. L’odore lo colpì subito, un misto di pelle calda e salato che gli fece girare la testa. “Chiudi la porta. E siediti. Per terra,” ordinò lei, indicando il pavimento con un gesto del mento. Paolo, il povero cristo, non fiatò. Si inginocchiò davanti alla scrivania, il viso all’altezza di quei piedi che sembravano chiamarlo come sirene.

“Massaggia,” disse Rebecca, e non era una richiesta. Era un comando. Paolo esitò un attimo, le mani che tremavano, ma poi le toccò. La pelle era calda, morbida, leggermente umida sotto le dita, e lui sentì il cazzo indurirsi nei pantaloni in tempo record. Ma Rebecca non era soddisfatta. Oh, no. “Con la lingua,” precisò, guardandolo dall’alto con quel sorrisetto sadico che sembrava dire “sei finito”. Paolo sbatté le palpebre, il cervello in tilt, ma il suo corpo si mosse da solo. Si chinò, il naso a pochi millimetri dalla pianta, e tirò fuori la lingua. Il primo contatto fu un’esplosione: il sapore salato, la consistenza liscia della pelle, l’odore che gli riempiva i polmoni. Leccò piano, dalla base del tallone fino alla punta delle dita, e Rebecca emise un gemito leggero, quasi impercettibile, mentre continuava a leggere email sul laptop come se niente fosse. “Sei proprio un bravo leccapiedi, eh?” sussurrò, e quelle parole lo colpirono come una frustata. “Chissà cosa direbbe la tua mamma se ti vedesse così, a succhiare i piedi di una donna che potrebbe cambiarti il pannolino.” Paolo arrossì fino alla radice dei capelli, ma non si fermò. Non poteva. Leccò tra le dita, succhiò ogni dito uno per uno, l’alluce che gli riempiva la bocca mentre il sapore acre gli esplodeva sulla lingua.

Rebecca lo guardava, gli occhi che brillavano di un divertimento crudele. “Non venire senza permesso, zerbino,” lo ammonì, e poi, con un movimento lento, posò l’altro piede direttamente sulle sue ginocchia. La pressione era leggera, ma bastò a fargli sfuggire un gemito patetico. Lei rise piano, un suono che sembrava un coltello. “Sei durissimo, vero? Povero ragazzo. Non sai proprio controllarti.” E con il piede iniziò a sfiorarlo, proprio lì, sopra i pantaloni, un movimento lento e deliberato che lo fece tremare come una foglia. Paolo continuava a leccare, la lingua che scivolava su quella pianta sudata, mentre il piede di Rebecca lo strofinava senza pietà. “Succhia l’alluce, forza,” ordinò, e lui obbedì, la bocca piena, gli occhi chiusi per l’umiliazione e il piacere che lo stavano distruggendo. Non durò molto. Pochi secondi di quel piede che lo strofinava, e Paolo venne nei pantaloni con un gemito strozzato, un disastro umido che lo fece sentire ancora più patetico. Rebecca ritirò il piede, lo guardò con un’espressione di puro disgusto divertito. “Bravo zerbino. Ora pulisciti e sparisci. Domani ti voglio qui alle otto in punto. Abbiamo tanto da fare, tu e io.”

Paolo si alzò, le gambe molli, il viso in fiamme, e uscì dall’ufficio senza dire una parola. Ma mentre chiudeva la porta dietro di sé, con i pantaloni ancora appiccicosi e la testa piena di vergogna, sentì la voce di Rebecca che lo richiamava. “Ah, Paolo. Domani porta un panno. Le mie scarpe hanno bisogno di una lucidatura… speciale.” La porta si chiuse, e lui rimase lì, nel corridoio deserto, con il cuore che gli martellava nel petto e una certezza che lo schiacciava: era solo l’inizio. E il peggio, oh, il peggio doveva ancora arrivare. Perché Rebecca aveva appena iniziato a giocare, e lui, il povero cristo, era già troppo dentro per tirarsi indietro.

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