Un compleanno degenerato
Sono Sara, ho 22 anni, e non so bene come sia successo tutto. Studio all’università, vivo in un appartamento minuscolo con altre due ragazze, e di solito passo le giornate tra libri e appunti. Sono sempre stata timida, una di quelle che arrossiscono se qualcuno ti guarda troppo a lungo. Ho un corpo piccolo, magro, con curve appena accennate, e non mi sono mai sentita particolarmente a mio agio a mostrarlo. Ma quella sera, alla festa di compleanno di mio cugino Luca, è successo qualcosa che non avrei mai immaginato.
Eravamo a casa sua, un appartamento grande con un salotto spazioso e un tavolo lungo dove abbiamo iniziato a bere e ridere. C’eravamo io, Luca, altri cinque cugini e amici suoi, tutti maschi, e tre delle mie amiche più strette, Chiara, Martina e Giulia. La serata è partita tranquilla: pizza, birra, qualche brindisi per i 25 anni di Luca. Poi qualcuno ha proposto di fare degli shot di tequila, e da lì l’atmosfera si è scaldata. Ridevamo, ci prendevamo in giro, e a un certo punto è saltata fuori l’idea di giocare a strip poker. “Solo per divertirci,” ha detto Marco, un amico di Luca, con un ghigno. Io ho esitato, ma le mie amiche mi hanno spinto. “Dai, Sara, non fare la santarellina, è solo un gioco,” ha detto Chiara, dandomi una pacca sulla spalla.
Non sono mai stata brava a poker, e infatti ho iniziato a perdere subito. Ogni mano era un disastro: prima la maglietta, poi i jeans, e in poco tempo ero in reggiseno e mutandine, seduta con le braccia incrociate sul petto, rossa come un pomodoro. Gli altri ridevano, facevano battute, ma io sentivo le guance bruciare. Quando ho perso un’altra mano, e Marco mi ha detto con un sorriso: “Forza, Sara, tocca al reggiseno,” mi sono sentita morire. “Basta… mi vergogno… non fatemi spogliare del tutto…” ho detto con la voce tremante, gli occhi lucidi. Stavo quasi per piangere.
Chiara si è avvicinata e mi ha messo una mano sulla spalla. “Sara, rilassati, siamo solo noi. È famiglia, che male c’è? Nessuno ti giudica.” Martina ha annuito, ridendo. “È solo un gioco, non fare la drammatica.” Ho cercato di respirare, ma il cuore mi batteva forte. Con le mani tremanti, ho slacciato il reggiseno e l’ho lasciato cadere. Poi, con un’altra mano persa, anche le mutandine. Ero nuda, al centro del salotto, con tutti gli occhi addosso. Mi sentivo piccola, esposta, e cercavo di coprirmi con le braccia, ma qualcuno rideva, qualcuno fischiava. “Dai, non fare la timida,” ha detto Luca, cercando di sdrammatizzare. Poi ho sentito delle mani sfiorarmi la schiena, le spalle, “per scherzo”, dicevano. Ma ogni tocco mi faceva sobbalzare, un misto di vergogna e qualcosa che non riuscivo a capire, un calore strano che mi saliva dallo stomaco.
A un certo punto, Marco, che era seduto vicino a me, si è avvicinato troppo. “Sei carina quando arrossisci,” ha detto piano, e prima che potessi rispondere, mi ha baciato. Un bacio veloce, duro, che mi ha spiazzato. Mi sono tirata indietro, con il cuore in gola. “No… siamo parenti… non possiamo,” ho balbettato, ma lui ha sorriso. “Siamo lontani, Sara, rilassati. Nessuno lo saprà.” Il suo tono era tranquillo, ma insistente. Ho guardato gli altri: alcuni ridevano, altri guardavano con curiosità. Le mie amiche non dicevano nulla, solo Chiara ha alzato le spalle come a dire “fai quello che vuoi”. Ero confusa, ma il suo tocco, la sua mano che mi sfiorava la gamba, mi faceva tremare in un modo che non era solo paura.
Non so come, ma mi sono lasciata andare. Le sue mani mi hanno tirato verso di lui, e abbiamo iniziato a baciarci più a fondo. Sentivo la sua lingua spingere contro la mia, il suo respiro pesante. Mi ha fatto sdraiare sul divano, e le sue mani hanno iniziato a esplorarmi, scendendo lungo il mio corpo. Ero nuda, esposta, ma il calore che sentivo dentro stava prendendo il sopravvento sulla vergogna. “Rilassati,” mi ha sussurrato Marco, mentre le sue dita mi sfioravano tra le gambe, lente, sicure. Ho chiuso gli occhi, il respiro corto, e ho lasciato che continuasse. Intorno a noi, gli altri ci guardavano, qualcuno rideva piano, qualcuno si avvicinava. Sentivo i loro commenti, “Cazzo, non ci credo che lo sta facendo,” ha detto uno dei cugini, ma non riuscivo a concentrarmi su niente se non sulle sue mani.
Poi Marco si è fermato e mi ha guardato negli occhi. “Vuoi che continuo?” ha chiesto, con un tono che non lasciava spazio a dubbi. Ho annuito, senza parole, e lui ha sorriso. Si è tolto la maglietta, i jeans, ed è rimasto in boxer. Ho visto il rigonfiamento lì sotto, e ho sentito un’altra ondata di calore. Ha tirato fuori il cazzo, duro, e me lo ha messo vicino al viso. “Dai, toccalo,” ha detto, con voce rauca. Ho esitato, ma poi l’ho preso in mano, sentendo la pelle calda, liscia. “Brava,” ha detto, e mi ha guidato, spingendomi piano la testa verso di lui. Ho aperto la bocca, timida, e ho iniziato a succhiare, sentendo il suo gemito sopra di me. “Cazzo, sì, così,” ha detto, con le mani nei miei capelli.
Non ero più solo io e Marco. Gli altri si erano avvicinati, e uno alla volta hanno iniziato a spogliarsi. Luca, mio cugino, mi ha guardato con un’espressione strana, ma poi si è slacciato i pantaloni. “Non pensavo che fossi così,” ha detto, con un mezzo sorriso. Mi sono sentita bruciare di imbarazzo, ma il desiderio era più forte. Uno dopo l’altro, ho preso in bocca i loro cazzi, uno più duro dell’altro, mentre Marco mi teneva ferma, guidandomi. “Sei una troietta, lo sai?” ha detto uno degli amici, ridendo, ma non mi importava. Sentivo le loro mani ovunque, sul mio corpo, tra le gambe, sui capezzoli. Ero bagnata, fradicia, e non riuscivo a fermarmi.
Poi Marco mi ha tirato su e mi ha fatto mettere a quattro zampe sul divano. “Adesso ti scopo,” ha detto, senza giri di parole, e ho sentito la sua punta spingere contro di me. Ero stretta, tesa, ma lui è entrato piano, facendomi gemere. “Cazzo, quanto sei stretta,” ha detto, mentre iniziava a muoversi, prima lento, poi più forte. Ogni spinta mi faceva tremare, e sentivo il suo respiro ansimante, il rumore della sua pelle contro la mia. “Ti piace, eh?” ha chiesto, e io ho annuito, incapace di parlare. Poi un altro, non so chi, si è messo davanti a me, spingendomi il cazzo in bocca mentre Marco mi scopava da dietro. Ero in mezzo, usata da entrambi, e non riuscivo a pensare a niente se non al piacere che mi stava travolgendo.
Non so quanto è durato, ma a un certo punto ho sentito un calore assurdo, un’onda che mi saliva da dentro. “Non fermatevi… riempitemi tutti!” ho urlato, con la voce rotta, mentre venivo, squirting sul divano, il corpo che tremava senza controllo. Loro ridevano, gemevano, e uno dopo l’altro hanno continuato a scoparmi, alternandosi, prendendomi in ogni modo. Mi hanno girato, messo sopra, sotto, e io li lasciavo fare, persa in quel piacere che non avevo mai provato prima. Sentivo i loro odori, il sudore, il loro fiato caldo, i gemiti, i “cazzo, sì” che uscivano dalle loro bocche. Alla fine, erano tutti intorno a me, e io ero esausta, con il corpo appiccicoso, il respiro pesante.
La mattina dopo, mi sono svegliata sul divano, con un mal di testa tremendo e il corpo che sembrava non appartenermi più. Il salotto era un disastro, bottiglie vuote ovunque, e gli altri dormivano sparsi tra divani e pavimento. Nessuno ha detto niente, solo qualche sguardo imbarazzato mentre ci svegliavamo. Abbiamo fatto colazione in silenzio, con il caffè che bruciava la gola. Ma poi, mentre ero in cucina a lavare una tazza, il telefono ha vibrato. Era Marco. “Quando rifacciamo?” c’era scritto. Ho fissato lo schermo per un momento, con il cuore che batteva di nuovo, e un sorriso piccolo, involontario, mi è scappato.
