Racconti Piccanti
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Quando muori dalla voglia di prendere cazzi

Quando muori dalla voglia di prendere cazzi

31 Marzo 2026·7 min di lettura

Eccomi qui, un sabato sera come tanti, a fissare il riflesso di me stesso nello specchio del bagno. Ho 22 anni, una faccia qualunque, capelli castani un po’ spettinati e un’ansia che mi stringe lo stomaco. Sono Massimo, uno studente universitario che cerca di non farsi notare troppo, ma stasera è diverso. Stasera sono stato invitato a una festa a casa di Filippo, il ragazzo che mi fa perdere la testa da mesi. Filippo, 24 anni, alto, con quel sorriso storto che mi manda in tilt e un modo di fare che urla sicurezza. Non so perché mi abbia invitato, non siamo esattamente amici stretti, ma quando mi ha mandato quel messaggio su WhatsApp con un “Ci vediamo stasera, dai che ci divertiamo”, ho sentito il cuore battermi in gola.

La festa è in un appartamento al terzo piano di un palazzo vecchio, in una zona un po’ fuori dal centro. Salgo le scale con una bottiglia di birra economica in mano, il rumore della musica che già rimbomba attraverso la porta. Quando entro, l’aria è densa di fumo e odore di alcol. Ci saranno una trentina di persone, tutte a ridere, bere, ballare. Filippo mi vede subito, mi fa un cenno con la testa e viene verso di me con una birra in mano. “Ehi, Massimo, ce l’hai fatta! Dai, prendi qualcosa da bere e rilassati.” Ha la voce un po’ impastata, gli occhi lucidi. È già mezzo ubriaco, ma a me non importa. Lo guardo e vedo solo il suo corpo sotto quella maglietta aderente, i jeans stretti che gli segnano il culo in un modo che mi fa sudare le mani.

Mi mescolo alla folla, ma i miei occhi sono sempre su di lui. Lo vedo ridere con gli altri, toccare spalle, fare battute. Ogni tanto mi lancia uno sguardo, e io mi chiedo se sto immaginando tutto o se c’è davvero qualcosa. Dopo un’ora, sono un po’ brillo anch’io, ma il cuore mi batte ancora forte. Filippo si avvicina di nuovo, stavolta con un sorrisetto che non riesco a decifrare. “Vieni un attimo, ti faccio vedere una cosa,” mi dice, e mi trascina verso un corridoio lontano dalla confusione. Non so cosa aspettarmi, ma lo seguo come un cane che scodinzola dietro il padrone.

Siamo in una stanza piccola, forse una lavanderia, con una pila di vestiti sporchi in un angolo e una finestra socchiusa. Lui chiude la porta dietro di noi e si appoggia al muro, guardandomi con quegli occhi che sembrano volermi mangiare. “Sai, Massimo, ho notato come mi guardi sempre,” dice, e la sua voce è bassa, quasi un sussurro. Mi si secca la gola. “Non so di cosa parli,” mento, ma lui ride, una risata roca. “Non fare il finto tonto. Ti piace, vero? Ti piace guardarmi.” Mi sento scoperto, nudo, ma allo stesso tempo eccitato da morire. Non rispondo, e lui fa un passo avanti, così vicino che sento il suo respiro caldo sul viso. Mi sfiora il braccio con le dita, e io tremo. “Non ti preoccupare, non lo dico a nessuno,” aggiunge, e poi si slaccia la cintura con un movimento lento, quasi teatrale.

Il cuore mi batte così forte che penso possa sentirlo. Vorrei dirgli di smetterla, che non sono così, che non voglio, ma la verità è che lo voglio eccome. Lo voglio da quando l’ho visto la prima volta in aula. Mi inginocchio senza nemmeno pensarci, spinto da un istinto che non controllo. Lui mi guarda dall’alto, con quel sorrisetto che mi fa sentire piccolo ma anche desiderato. Mi abbassa i pantaloni con una mano, e io vedo il rigonfiamento nei suoi boxer. “Dai, Massimo, fammi vedere quanto sei bravo,” dice, e io non resisto più. Gli tiro giù i boxer, e il suo cazzo salta fuori, duro, grosso, con una vena che corre lungo l’asta. Lo prendo in mano, sento il calore, la durezza, e poi lo metto in bocca. Il sapore è salato, forte, ma mi piace. Lui geme piano, appoggia una mano sulla mia testa e inizia a spingere leggermente. “Cazzo, sì, così,” mormora, e io mi impegno, succhiando, leccando, cercando di dargli tutto quello che vuole.

Siamo in quel momento, persi, quando la porta si apre di colpo. Mi blocco, il cuore che mi schizza in gola. È Diego, un tipo che conosco di vista, uno di quelli sempre al centro dell’attenzione. Ha un’espressione sorpresa, ma non scandalizzata. “Porca troia, che succede qui?” dice ridendo, e io mi sento morire. Vorrei sparire, ma Filippo non sembra minimamente turbato. Si tira su i pantaloni con calma e guarda Diego con un sorriso sfrontato. “Niente, Massimo mi stava facendo un favore. Vuoi provare anche tu? È bravo, sai.” Mi sento umiliato, un giocattolo, ma allo stesso tempo un brivido mi corre lungo la schiena. Diego inarca un sopracciglio, ci pensa un attimo, poi scrolla le spalle. “Perché no? Dai, Massimo, vediamo se Filippo dice la verità.”

Mi guardano entrambi, e io sono paralizzato. Una parte di me vuole scappare, urlare che non sono un oggetto, ma un’altra parte, quella che brucia dentro, mi dice che lo voglio. Voglio sentirmi usato, voglio dare piacere, voglio essere al centro della loro attenzione. “Ok,” dico con un filo di voce, e Diego si avvicina. È più basso di Filippo, ma più muscoloso, con le braccia tatuate e un’aria da strafottente. Si slaccia i pantaloni e tira fuori il suo cazzo, già mezzo duro. “Forza, non farmi aspettare,” dice, e io mi sposto verso di lui, inginocchiandomi di nuovo. Lo prendo in bocca, e il sapore è diverso, più acre, ma non mi disgusta. Diego geme subito, forte, e mi spinge la testa con più forza di Filippo. “Cazzo, sì, succhia bene,” dice, e io obbedisco, alternando tra lingua e labbra, sentendo il suo cazzo indurirsi sempre di più.

Filippo ci guarda, e vedo che si sta toccando attraverso i pantaloni. “Te l’avevo detto che è bravo,” dice a Diego, e poi si avvicina di nuovo. “Dai, Massimo, non lasciare me a bocca asciutta.” Mi ritrovo a passare da uno all’altro, succhiandoli alternativamente, con le loro mani che mi guidano, i loro gemiti che riempiono la stanza. Mi fa male la mascella, ma non mi fermo. Mi piace, cazzo se mi piace. Sento il loro odore, il sudore, il calore dei loro corpi. Diego ha un ritmo più frenetico, Filippo è più lento ma profondo, e io cerco di accontentarli entrambi. “Muori dalla voglia di prendere cazzi, eh?” dice Diego ridendo, e io non rispondo, ma so che ha ragione.

Dopo un po’, Filippo mi tira su per un braccio. “Basta così, voglio di più,” dice, e mi spinge verso un vecchio tavolo nell’angolo della stanza. Mi fa piegare in avanti, con le mani appoggiate sul bordo. Sento i pantaloni che mi vengono abbassati, il freddo dell’aria sulla pelle, e poi le sue mani che mi allargano le natiche. “Rilassati, ok?” mi dice, e io annuisco, anche se ho paura. Sento qualcosa di freddo, probabilmente saliva, e poi la pressione del suo cazzo contro di me. Spinge piano, e io stringo i denti, sentendo il dolore mescolarsi a un piacere strano, profondo. “Cazzo, sei stretto,” dice, e io respiro a fatica mentre si fa strada dentro di me. Quando è tutto dentro, si ferma un attimo, lasciandomi abituare, e poi inizia a muoversi, lento ma deciso. Ogni spinta mi fa gemere, un misto di fastidio e godimento che non riesco a spiegare.

Diego, nel frattempo, si è messo davanti a me, il cazzo di nuovo in mano. “Apri la bocca,” ordina, e io lo faccio. Mi ritrovo così, piegato sul tavolo, con Filippo che mi scopa da dietro e Diego che mi spinge il cazzo in gola. Il ritmo è caotico, i loro gemiti si mischiano ai miei mugolii soffocati. Sento l’odore del sudore, il suono dei loro movimenti, il tavolo che scricchiola sotto il mio peso. Filippo mi afferra i fianchi con forza, spingendo più veloce. “Cazzo, sto per venire,” dice, e io sento il suo respiro spezzato. Diego non è da meno, mi tiene la testa ferma e si svuota nella mia bocca con un grugnito. Io ingoio, senza pensarci, mentre Filippo si tira fuori all’ultimo secondo e viene sulla mia schiena, il calore del suo liquido che mi fa rabbrividire.

Restiamo così per un attimo, ansimando tutti e tre. Poi Diego si tira su i pantaloni e ride. “Beh, niente male, Massimo. Alla prossima.” Filippo mi dà una pacca sul culo, quasi amichevole, e si sistema i vestiti. “Sei stato grande, davvero,” dice, e io mi tiro su, con le gambe che tremano e la testa che gira. Non dico niente, mi limito a sistemarmi i vestiti e a guardarli uscire dalla stanza, lasciandomi solo con il caos di pensieri e il corpo ancora pulsante di adrenalina. Non so cosa penserò domani, ma ora, in questo momento, so solo che non mi pento di niente.

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