Con il mio migliore amico Davide
Sono Monica, ho ventiquattro anni, e in questo momento ho la bocca piena di Davide. Lui è il mio migliore amico dai tempi del liceo, quello che mi è sempre stato dietro, con quegli occhi da cucciolo che a volte mi fanno ridere, a volte mi irritano. Non gli ho mai dato corda, non seriamente. Eppure, eccomi qui, in ginocchio sul pavimento della mia camera, con le sue mani tra i miei capelli e il suo sapore salato che mi invade la lingua.
È iniziato tutto qualche ora fa. Eravamo sul divano, a casa mia, a guardare una serie scema su Netflix. Lui scherzava, come sempre, buttando lì battute sul fatto che non gli do mai una chance. “Moni, ma quando capisci che sono l’uomo della tua vita?” ha detto ridendo, dandomi una spinta leggera sulla spalla. Io ho alzato gli occhi al cielo, “Davide, smettila, sei patetico.” Ma c’era qualcosa nel modo in cui mi guardava, un misto di sfida e desiderio, che mi ha fatto accelerare il battito. Non so perché, ma gli ho detto: “Sai che c’è? Vuoi vedere quanto vali? Provaci.” Non so se fosse una provocazione o se, sotto sotto, lo volessi davvero. Lui è rimasto zitto per un secondo, poi ha sorriso, un sorriso storto, da stronzo. “Non dire cazzate, Monica, perché se inizio non mi fermo.”
Non so come siamo passati dal divano alla mia camera. So solo che in pochi minuti i suoi jeans erano calati alle caviglie, e io ero davanti a lui, con il cuore che mi martellava nel petto. “Moni, sei sicura?” mi ha chiesto, la voce un po’ roca, mentre si abbassava la zip. Ho annuito, senza guardarlo negli occhi. Non volevo pensarci troppo. E ora eccomi qui, con le sue mani che mi stringono la nuca, guidandomi su di lui, mentre il suo respiro si fa più pesante.
“Dai, piccola, così, brava,” mi dice, con un tono che oscilla tra il dolce e il duro, come se non sapesse decidere se coccolarmi o dominarmi. Il suo cazzo è grosso, troppo grosso per la mia bocca, lo sento spingere contro la gola, e ogni tanto mi manca l’aria. Ma non mi fermo. Non voglio fermarmi. Più faccio fatica, più mi accorgo di essere bagnata, fradicia, come se il disagio mi accendesse ancora di più. Le mie mani sono sulle sue cosce, le unghie che affondano nella carne soda, mentre lui spinge i fianchi in avanti, riempiendomi la bocca fino a farmi quasi soffocare.
“Piano, Davide, cazzo,” rantolo, tirandomi indietro per un attimo, con la saliva che mi cola lungo il mento. Lui ride, una risata bassa, quasi cattiva. “Piano un cazzo, Moni. Lo vuoi, no? Guarda come sei eccitata.” E ha ragione. Mi tocco tra le gambe, sopra i leggins, e sento il tessuto umido sotto le dita. Mi sditalino con furia, senza nemmeno pensarci, mentre lo riprendo in bocca, spingendomi più a fondo che posso. Il suo odore è forte, muschiato, mi riempie il naso, e il sapore di lui mi fa quasi girare la testa.
“Brava, piccola, succhiamelo tutto,” mi incita, stringendo di più i miei capelli. Ogni sua parola mi fa tremare, mi spinge a dargli di più, anche se la gola mi brucia e gli occhi mi lacrimano. Lo sento pulsare contro la mia lingua, duro, caldo, e ogni tanto emette un gemito profondo, gutturale, che mi fa venire i brividi lungo la schiena.
Poi, all’improvviso, il mio cellulare squilla. Lo vedo illuminarsi sul comodino, il nome “Mamma” che lampeggia sullo schermo. Davide lo nota prima di me, e con un ghigno lo prende in mano. “No, non rispondere, cazzo,” cerco di dire, ma la mia voce è soffocata, spezzata, con lui ancora in bocca. Lui non mi ascolta. Preme il tasto verde e mette il vivavoce, tenendomi la testa ferma con l’altra mano, spingendomi di nuovo su di lui.
“Pronto, Monica?” sento la voce di mia madre, chiara e ignara, dall’altra parte. Davide mi guarda dall’alto, con quel sorrisetto stronzo, e risponde al posto mio. “Signora, sono Davide. Monica è un po’ occupata, la sto aiutando con una cosa di studio.” Io cerco di tirarmi indietro, ma lui mi tiene ferma, il suo cazzo che mi riempie la bocca, impedendomi di parlare chiaramente. “Moni, come stai?” chiede lei. Io rantolo un “Bene,” con la voce strozzata, mentre Davide scoppia a ridere. “Sta mangiando, signora, non si preoccupi,” aggiunge, con un tono così tranquillo che mi fa venire voglia di prenderlo a schiaffi, se solo non fossi così eccitata da non riuscire a pensare.
Mia madre dice qualcosa tipo “Ah, va bene, ci sentiamo dopo,” e riattacca. Davide getta il telefono sul letto e mi guarda, con gli occhi che brillano di malizia. “Hai sentito, Moni? Sto mangiando, eh? Ti piace mangiarmi il cazzo, vero?” Le sue parole mi colpiscono come una scossa, crude e dirette, e io non riesco a rispondere, non con la bocca piena di lui, ma il mio corpo parla al posto mio. Sono un lago tra le gambe, le dita che si muovono frenetiche sotto i leggins, mentre lui continua a spingere, sempre più forte, sempre più a fondo.
“Cazzo, Moni, sei incredibile,” geme, con la voce che trema un po’. Lo sento contrarsi, il ritmo dei suoi fianchi che si fa irregolare, e capisco che sta per venire. “Prendilo tutto, piccola, dai,” mi ordina, e io obbedisco, anche se la gola mi brucia e il respiro mi manca. Quando esplode, è un’ondata calda, densa, che mi riempie la bocca, scende lungo la gola. È troppo, mi soffoca, ma lo ingoio, con gli occhi chiusi, mentre lui ansima sopra di me, le mani che finalmente mollano la presa sui miei capelli.
Si tira indietro, lentamente, e io mi passo una mano sul mento, cercando di riprendere fiato. Lui si rimette i pantaloni, con calma, come se niente fosse, e mi guarda con un sorriso dolce, quasi fuori posto dopo tutto questo. “Ti amo tanto, Moni,” mi dice, con un tono sincero che mi spiazza. Io rido, una risata stanca, e scuoto la testa. “Sei un cretino, Davide. Ti voglio bene, ma non staremo mai insieme. Sei il mio migliore amico, punto.”
Lui si stringe nelle spalle, come se lo sapesse già, ma nei suoi occhi c’è un’ombra di delusione. “Va bene, Moni. Però questo… lo rifacciamo, vero?” Io non rispondo subito, mi alzo in piedi, con le gambe che tremano un po’. Non so se lo rifaremo, ma so che questo momento mi è rimasto dentro, più di quanto voglia ammettere.
Ma non è finita. Davide si avvicina, mi prende per i fianchi e mi spinge sul letto. “Non pensare che sia tutto qua,” mi sussurra all’orecchio, con quella voce che mi fa venire la pelle d’oca. Mi sfila i leggins in un gesto veloce, e io non oppongo resistenza. Sono ancora eccitata, il cuore che batte forte, il corpo che pulsa di desiderio. Lui si inginocchia tra le mie gambe, e sento il suo respiro caldo sulla pelle prima ancora che mi tocchi. “Cazzo, Moni, sei fradicia,” dice, con un tono quasi sorpreso, e io arrossisco, ma non riesco a dire nulla, non quando la sua lingua mi sfiora, lenta, deliberata.
È una sensazione che mi fa inarcare la schiena, un calore umido che si spande ovunque. Lui si muove con sicurezza, le mani che mi tengono le cosce aperte, mentre io afferro le lenzuola, stringendole tra le dita. “Davide, oh cazzo,” gemo, senza riuscire a trattenermi, e lui ride contro di me, il suono che vibra sulla mia pelle. “Ti piace, eh? Dimmi quanto ti piace,” mi provoca, alzando lo sguardo per un attimo. Io non riesco a parlare, non davvero, ma i miei gemiti parlano per me, sempre più forti, sempre più disperati.
La sua lingua si muove più veloce, più decisa, e io sento il piacere montare dentro di me, come una marea che non posso fermare. Ogni tanto si ferma, solo per torturarmi, e mi guarda con quel sorrisetto che odio e amo allo stesso tempo. “Non venire ancora, Moni, non te lo permetto,” dice, e io vorrei urlargli contro, ma sono troppo persa, troppo vicina al limite. Quando finalmente mi lascia andare, quando mi spinge oltre con un ultimo movimento della lingua, è come un’esplosione. Grido, il corpo che trema, le gambe che si chiudono istintivamente intorno a lui, mentre l’orgasmo mi travolge, lasciandomi senza fiato.
Resto sdraiata, con il respiro corto, mentre lui si alza e si pulisce la bocca con il dorso della mano. “Sei uno spettacolo, lo sai?” dice, con una voce che sembra quasi ammirata. Io lo guardo, ancora intontita, e scuoto la testa. “Sei un bastardo,” mormoro, ma c’è un sorriso sulle mie labbra. Lui ride, si sdraia accanto a me per un momento, e restiamo in silenzio, con solo il suono dei nostri respiri a riempire la stanza.
Poi si alza, si sistema i vestiti. “Devo andare, Moni. Ci vediamo domani?” chiede, come se niente fosse successo. Io annuisco, senza guardarlo negli occhi. “Sì, ci vediamo.” Quando chiude la porta dietro di sé, resto sdraiata lì, con il sapore di lui ancora in bocca, il corpo ancora caldo, e un casino di pensieri che non so come gestire. Ma una cosa è certa: non dimenticherò facilmente quello che è successo oggi.
