Racconti Piccanti
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Troia o Re? (parte 2)

Troia o Re? (parte 2)

18 Marzo 2026·7 min di lettura

Il mattino del terzo giorno si aprì con un silenzio pesante nell’appartamento. Luca si svegliò con un nodo allo stomaco, il corpo ancora liscio e nudo sotto le lenzuola sottili. Gli slip minuscoli, quelli che era stato costretto a indossare la sera prima, giacevano sgualciti ai piedi del letto. Li aveva tolti durante la notte, incapace di sopportare oltre quella sensazione di esposizione costante, anche se sapeva che le telecamere avevano ripreso tutto. Si alzò, evitando di guardarsi allo specchio, e si infilò una maglietta e un paio di pantaloncini forniti dalla produzione. Il tessuto gli sembrava una barriera fragile contro gli occhi di tutti, umani e meccanici.

Nel salone, gli altri erano già svegli. Marco, a torso nudo, faceva flessioni sul pavimento, contando ad alta voce come per dimostrare qualcosa a un pubblico invisibile. Davide, seduto sul divano con una birra in mano nonostante fossero appena le nove, lo osservava con un ghigno. Nico stava armeggiando con un mazzo di carte, mentre Andrea, in un angolo, fissava lo schermo gigante dove scorrevano i commenti della chat in diretta. “Ehi, troietta, dormito bene?” esordì Nico non appena Luca entrò nella stanza, alzando lo sguardo con un sorriso velenoso. Luca arrossì, abbassando gli occhi, ma non rispose. Non aveva senso replicare: qualsiasi cosa avesse detto sarebbe stata usata contro di lui.

La voce metallica interruppe il momento, ronzando dagli altoparlanti nascosti. “Buongiorno, concorrenti. Oggi è il giorno delle scommesse. Sfida principale: un torneo di carte. Chi perde la mano finale subirà una punizione decisa dal vincitore. Preparatevi. Il gioco inizia tra dieci minuti.” Un brivido freddo corse lungo la schiena di Luca. Sapeva che, in un modo o nell’altro, sarebbe finito lui nel mirino. Non era mai stato bravo a carte, e gli altri sembravano già pronti a massacrarlo.

Il tavolo venne allestito al centro del salone, con le telecamere che si posizionavano strategicamente per riprendere ogni espressione, ogni gesto. Marco si sedette con un’aria di superiorità, mescolando le carte con mani sicure. “Chi perde si prepara a fare il servo per un giorno,” annunciò con un sorriso da predatore. Davide rise, battendo un pugno sul tavolo. “Servo un cazzo, facciamo qualcosa di meglio. Chi perde fa un servizietto a chi vince. Qualcosa di… personale.” La sua risata sguaiata riempì la stanza, e Luca sentì il sangue gelarsi nelle vene. Sapeva esattamente cosa intendesse.

Il gioco fu un disastro prevedibile per lui. Marco e Davide dominavano, bluffando con una sicurezza che Luca non riusciva nemmeno a fingere. Nico giocava con leggerezza, buttando lì battute tipo “Se perdi, Luca, ti metto il mio cazzo in bocca, tanto per allenarti.” Andrea, come al solito, stava zitto, ma i suoi occhi brillavano di una curiosità che metteva Luca a disagio. Mano dopo mano, Luca accumulò sconfitte, fino alla partita finale. Marco vinse con un poker d’assi, gettando le carte sul tavolo con un urlo di trionfo. “Chi è il re, cazzo? Io!” Poi si voltò verso Luca, che aveva perso con una misera coppia di due. “E tu, troietta, sei la mia puttana personale per oggi. Vieni qua.”

Luca sentì il cuore battergli così forte da sembrare sul punto di esplodere. “C-cosa vuoi dire?” balbettò, ma Marco lo interruppe con un gesto della mano. “Lo sai benissimo. Ti ho visto ieri, tutto depilato e con quel culo in mostra. Ora vediamo se sai fare qualcosa di utile con quella boccuccia.” La stanza esplose in risate, con Davide che applaudiva e Nico che aggiungeva: “Apri bene, femminuccia, non fare la schizzinosa.” Andrea, rosso in viso, distolse lo sguardo ma non disse nulla per fermarli.

Luca scosse la testa, le mani che tremavano. “No, non… non posso…” Ma Marco si alzò, torreggiando su di lui, i muscoli tesi sotto la luce al neon. “Non puoi un cazzo. Hai perso, e ora fai quello che dico. In ginocchio. Ora.” La voce era un ringhio, e Luca, con le lacrime agli occhi per l’umiliazione, si abbassò lentamente. Le telecamere zoommarono senza pietà, catturando ogni dettaglio del suo viso arrossato, delle sue labbra tremanti. Marco si slacciò i pantaloni, lasciando cadere la cintura con un rumore secco sul pavimento. “Solo trenta secondi,” disse, con un ghigno. “Se fai schifo, li allunghiamo a due minuti.”

Il momento fu un’agonia. Luca, con il viso in fiamme, fece quello che gli veniva chiesto, sentendo il peso degli sguardi degli altri e delle telecamere che registravano ogni istante. I commenti della chat, proiettati sullo schermo, erano un coro di insulti e incoraggiamenti perversi: “Succhialo meglio, troia!” “Guarda come si impegna la puttanella!” Quando i trenta secondi finirono, Marco lo spinse via con una risata. “Non sei neanche male, sai? Ma devi allenarti.” Davide, con un’espressione sadica, propose: “Facciamolo andare fino in fondo la prossima volta. Tanto si vede che gli piace.” Luca, ancora in ginocchio, sentì una vergogna bruciante, ma anche qualcosa di più oscuro, qualcosa che lo terrorizzava: una parte di lui, minuscola ma innegabile, si era eccitata.

Quella sera, nel confessionale, Luca non riuscì nemmeno a guardare la telecamera. “Io… non so cosa dire,” mormorò, la voce spezzata. “Mi sento uno schifo. Mi hanno trattato come… come una cosa. E il pubblico, cazzo, il pubblico lo ha visto tutto. Ma… non so perché, non riesco a odiarlo del tutto. È come se una parte di me volesse… non lo so, essere usata così. E questo mi fa paura.” Uscì dalla stanzetta con il cuore pesante, sapendo che quelle parole sarebbero state trasmesse, che la sua vergogna sarebbe diventata ancora più pubblica.

Il quarto giorno portò un’escalation che Luca non avrebbe mai immaginato. La voce metallica annunciò una nuova sfida: una gara di resistenza fisica, con un twist. Chi perdeva avrebbe dovuto accettare una “punizione estetica” decisa dalla produzione. Luca, già stanco e psicologicamente distrutto, non aveva chance. La sfida consisteva nel tenere una posizione di plank il più a lungo possibile, e mentre Marco e Davide resistevano come statue, lui crollò dopo appena un minuto, le braccia che tremavano e il sudore che gli colava sul viso.

La punizione arrivò sotto forma di una scatola nera consegnata da un drone attraverso una fessura nel soffitto. Dentro c’erano trucchi, una parrucca bionda, della lingerie di pizzo nero e un oggetto che fece gelare il sangue a Luca: un plug anale di silicone, lucido e minaccioso. Marco scoppiò a ridere, prendendo in mano il plug e rigirandoselo tra le dita. “Oh, troietta, questo è il tuo giorno fortunato. Ti trasformiamo nella nostra puttana ufficiale.” Nico, con un sorriso maligno, aggiunse: “Ti mettiamo pure il rossetto, così sembri una vera signora.”

Luca provò a protestare, ma Davide lo afferrò per un braccio, spingendolo verso il centro della stanza. “Smettila di frignare. Ti vestiamo noi, se non vuoi farlo da solo.” Con mani tremanti, sotto gli occhi di tutti e delle telecamere che non perdevano un dettaglio, Luca si lasciò spogliare e rivestire con la lingerie. Il pizzo gli pizzicava la pelle depilata, e la parrucca gli cadeva sugli occhi, facendolo sentire ridicolo. Quando Marco gli applicò il rossetto, con gesti volutamente goffi, gli altri risero così forte che Luca avrebbe voluto sparire. “Sembri pronto per un calendario porno,” commentò Nico, scattandogli una foto immaginaria con le mani.

Il plug fu l’umiliazione finale. Davide, con un ghigno sadico, insistette per inserirlo di persona. “Rilassati, troietta, altrimenti fa più male,” disse, mentre Luca stringeva i denti, il viso contorto in una smorfia di imbarazzo e disagio. Quando fu dentro, la sensazione era aliena, invadente, ma anche… qualcosa di più. Luca non voleva ammetterlo, ma il suo corpo reagì in un modo che lo fece arrossire ancora di più. Le telecamere zoommarono senza pietà, e la chat esplose di commenti: “Guarda come gode la troia!” “Fategli fare un balletto con quel coso dentro!”

La giornata finì con una “sfilata” imposta dagli altri. Luca fu costretto a camminare per il salone, barcollando sui tacchi alti forniti nella scatola, mentre Marco e Davide lo incitavano con insulti e schiaffi sul culo. “Muovi quel culo, puttanella,” ringhiò Davide, dandogli una pacca che lo fece quasi cadere. Nico, ridendo, propose: “Domani lo facciamo ballare un twerk. Vediamo se sa fare anche quello.” Andrea, come sempre, non intervenne, ma i suoi occhi non si staccavano da Luca, un misto di imbarazzo ed eccitazione che lo tradiva.

Quella notte, Luca non dormì. Seduto sul letto, con il plug ancora dentro e la lingerie che gli stringeva la pelle, fissava il vuoto. Sapeva che il quinto giorno sarebbe stato peggio. Lo avevano già accennato: una nuova sfida, una nuova scommessa, e un’umiliazione ancora più profonda. Nel confessionale, con la voce rotta, mormorò: “Non so quanto ancora posso resistere. Ma… una parte di me non vuole nemmeno resistere. E questo mi spaventa più di tutto.” Mentre usciva, sentì la voce di Marco dal salone, che parlava agli altri con tono complice: “Domani alziamo il livello. Vediamo fino a che punto possiamo spingere questa troia.” Luca chiuse gli occhi, il cuore che batteva forte, chiedendosi quale sarebbe stato il prossimo passo nella sua discesa.

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