Sì, capo
Eccomi qui, un altro giorno in questo ufficio che puzza di carta e caffè freddo. Sono il classico impiegato da quattro soldi, ventisette anni, un contratto a tempo determinato e un computer aziendale che, diciamocelo, è stato testimone di cose che non dovrebbe. Tre mesi fa ho fatto l’errore di aprire un sito che non avrei dovuto, proprio mentre il capo, Marco, quarantacinque anni, sposato e con l’aria di uno che non sorride mai, passava dietro di me. Non so come abbia fatto a vedere lo schermo, ma l’ha visto. E invece di licenziarmi su due piedi, mi ha chiamato nel suo ufficio, ha chiuso la porta a chiave e mi ha fatto chinare sulla sua scrivania. Da quel giorno sono diventato il suo giocattolo personale, il suo segreto sporco. E ieri sera mi arriva un messaggio: “Domani vieni senza mutande”. Ho risposto solo “Sì, capo”, perché a questo punto so che non c’è spazio per dire altro.
Stamattina mi sono presentato al lavoro con i jeans aderenti, senza niente sotto, come ordinato. Ogni passo è un fastidio, il tessuto ruvido che sfrega direttamente sulla pelle mi ricorda cosa mi aspetta. Entro in ufficio e Marco è già lì, seduto alla sua scrivania, con quella camicia azzurra stirata alla perfezione e l’espressione di chi sta per firmare un contratto milionario, non per fare quello che fa con me. Mi lancia un’occhiata rapida, un ghigno appena accennato, e mi fa segno di sedermi alla mia postazione. “Buongiorno, ragazzo. Oggi abbiamo un po’ di lavoro extra, lo sai, no?” dice con quel tono che sembra professionale ma che nasconde tutto il resto. Io annuisco, rosso in faccia, e mi metto al computer, sentendo già il cuore che batte più forte.
Le ore passano lente, un’agonia di mail e fogli Excel, mentre il pensiero di cosa succederà durante la pausa pranzo mi tiene sull’orlo. Ogni tanto lo vedo alzarsi, passare vicino alla mia scrivania e sussurrarmi qualcosa tipo “Hai fatto come ti ho detto, vero?”. Io balbetto un “Sì, capo” e lui si allontana ridacchiando. Finalmente arriva l’una. Gli altri colleghi escono per mangiare un panino al bar di sotto, e io resto dentro, come sempre. Marco chiude la porta dell’ufficio, tira le tende e si siede sulla sua poltrona di pelle. “Vieni qua sotto,” ordina, battendo una mano sulla scrivania. Non c’è bisogno che aggiunga altro.
Mi alzo, le gambe che tremano un po’, e mi avvicino. Mi inginocchio sotto la scrivania, nello spazio stretto tra le sue gambe aperte. L’odore di lui mi colpisce subito, un mix di sudore e dopobarba che ormai conosco fin troppo bene. Alza un sopracciglio e mi guarda dall’alto. “Allora, vediamo se hai obbedito. Tirati giù i pantaloni.” Lo faccio, con le mani che faticano a slacciare il bottone, e quando i jeans scivolano sulle cosce, il suo sorriso si allarga. “Bravo, molto bravo. Niente mutande, proprio come volevo. Sei proprio una puttanella obbediente, eh?” Le sue parole mi bruciano, ma non dico niente. So che è parte del gioco.
Si slaccia la cintura con un gesto lento, il suono del metallo che scatta mi fa sobbalzare. Tira giù la zip e si libera, mostrandomi il suo cazzo già mezzo duro, grosso e venato, con quel peso che sembra sempre troppo per la mia bocca. “Avanti, lo sai cosa devi fare. Fammi vedere quanto ti piace.” Mi avvicino, la lingua che sfiora la punta, e il sapore salato mi invade subito. È caldo, pulsante, e mentre lo prendo in bocca sento il suo gemito basso, quasi un ringhio. “Cazzo, sì, così. Più a fondo, non fare il timido.” Mi spinge la testa con una mano, i suoi dita che si infilano tra i miei capelli e mi guidano con forza. Fatico a respirare, la gola che si contrae, ma lui non molla. “Guarda come lo prendi bene. Scommetto che ti alleni a casa, vero?” dice ridendo, e io non posso rispondere, non con la bocca piena.
Continuo a succhiare, la saliva che mi cola sul mento, il rumore osceno che riempie la stanza. Ogni tanto mi lascia riprendere fiato, solo per insultarmi di nuovo. “Sei patetico, lo sai? Inginocchiato qua sotto come un cane. Ma ti piace, eh? Guardati, sei già duro.” E ha ragione, maledizione, lo sono. Lo sento, il mio cazzo che preme contro i jeans abbassati, tradendo ogni briciolo di dignità che mi resta. Lui se ne accorge e scoppia a ridere. “Patetico. Toccatelo, avanti. Fammi vedere come ti fai schifo da solo.” Obbedisco, la mano che scivola su di me, e il piacere mi colpisce come una scarica, mescolato all’umiliazione di essere lì, sotto la sua scrivania, mentre lui mi usa.
Dopo un po’ mi tira su per i capelli, il dolore che mi fa stringere i denti. “Basta, non voglio venire subito. Alzati e girati.” Mi alzo, barcollando, e mi appoggio alla scrivania, il legno freddo contro i palmi. Sento il rumore dei suoi pantaloni che scendono del tutto, poi le sue mani che mi afferrano i fianchi. “Chinati di più, fammi vedere quel culo.” Mi spinge giù, la faccia quasi schiacciata contro la superficie, e sento la sua mano che mi sculaccia forte, una, due volte. Il bruciore si propaga, e io stringo i denti per non gemere. “Bel culetto, proprio come piace a me. Scommetto che non vedevi l’ora, eh?” Non aspetto nemmeno di rispondere, perché so che non gli interessa.
Sento il suono di un pacchetto che si apre, poi il freddo del lubrificante che mi cola tra le natiche. Rabbrividisco, ma lui non perde tempo. Con un dito mi prepara, brusco e senza troppi complimenti, mentre con l’altra mano mi tiene fermo. “Rilassati, non fare lo stronzo. Lo sai che lo vuoi.” E ha ragione, anche se non lo ammetterò mai. Quando finalmente si posiziona dietro di me, sento la pressione del suo cazzo contro di me, grosso e insistente. “Pronto o no, io entro,” dice con un ghigno, e poi spinge, lento ma deciso. Il dolore mi fa stringere i denti, un bruciore che si mescola a un piacere contorto mentre mi riempie completamente. “Cazzo, sei stretto. Ti piace farti rompere il culo dal tuo capo, vero?” ansima, e io non rispondo, non ci riesco, con il fiato mozzato.
Comincia a muoversi, prima lento, poi sempre più forte, ogni spinta un colpo che mi fa sbattere contro la scrivania. Il legno scricchiola, il rumore dei nostri corpi che si scontrano riempie l’ufficio. Sento il suo respiro pesante, i suoi grugniti, e le sue mani che mi stringono i fianchi così forte che so che mi lasceranno i segni. “Prendilo tutto, dai, non fare la femminuccia,” ringhia, e io mi limito ad ansimare, il piacere che mi travolge nonostante tutto. Il suo cazzo mi scava dentro, ogni movimento preciso e brutale, e il calore che si accumula dentro di me mi fa tremare le gambe.
Dopo un po’ rallenta, solo per prendermi in giro. “Vuoi che smetta? Dillo, avanti. Dì che non ce la fai più.” Ma sa che non lo farò, e infatti non dico niente. Mi tira su per le spalle, mi fa girare e mi spinge di nuovo in ginocchio. “Apri la bocca, voglio finirti in faccia.” Obbedisco, la lingua fuori, mentre lui si masturba davanti a me, il suo cazzo a pochi centimetri dal mio viso. “Guardati, sembri una puttana da quattro soldi. Prendilo tutto, dai.” E poi viene, caldo e appiccicoso, schizzi che mi colpiscono la faccia e la bocca, il sapore amaro che mi invade. Resto lì, ansimante, mentre lui si pulisce con un fazzoletto e si rimette a posto i pantaloni.
“Bravino, come sempre,” dice, dandomi una pacca sulla spalla come se avessimo appena finito una riunione. “Ora pulisciti e torna al lavoro. Abbiamo ancora un’ora prima della chiusura, e stasera ti voglio nel bagno. Non fare tardi.” Mi alzo, ancora tremante, e mi tiro su i jeans con mani incerte. La sua voce mi segue mentre esco dall’ufficio per andare a lavarmi la faccia. “E ricordati, domani porta quel plug che ti ho dato. Voglio vederti camminare tutto il giorno con quella cosa dentro.”
Torno alla mia postazione, il viso ancora arrossato, il corpo che pulsa di un misto di dolore e piacere. Gli altri colleghi rientrano dalla pausa pranzo, ignari di tutto, mentre io fisso lo schermo del computer senza riuscire a concentrarmi. So che stasera mi aspetta un altro round nel bagno, con le piastrelle fredde contro la schiena e il suo fiato caldo sul collo. E so che domani farò come mi ha detto, perché a questo punto non c’è più niente da dire. “Sì, capo” è l’unica risposta che conosco.
