Pazza per i piedi del giovane capo dominante
Mi chiamo Jessica, ho 35 anni, e da dieci anni sono la responsabile marketing in un’agenzia di comunicazione a Milano. L’ufficio è il mio regno: un open space caotico con scrivanie bianche Ikea, monitor curvi e poster motivazionali appesi storti. Conosco ogni deadline, ogni cliente capriccioso che cambia idea all’ultimo minuto, ogni collega con le sue manie – da quello che lascia tazze sporche ovunque a quella che parla al telefono come se fosse sola al mondo. Sono io che tengo le fila: organizzo i meeting, gestisco i budget che evaporano come neve al sole, e alla fine della giornata, quando tutti se ne vanno, resto spesso l’ultima a spegnere le luci. Mi piace questa routine. Mi fa sentire solida, competente, adulta. Ma ultimamente, tutto è cambiato. E il motivo ha un nome: Tommaso.
È arrivato quattro mesi fa, fresco di laurea in economia a Londra – o almeno così dice il suo CV gonfiato. Venticinque anni, figlio del direttore generale, che lo ha piazzato qui come “project manager senior” dopo un tirocinio ridicolo pagato una miseria. Nepotismo puro, sfacciato. Lo sanno tutti, ma nessuno osa dirlo ad alta voce. Io lo odio dal primo giorno. Arrogante, pigro, con quel sorriso da “so di poter fare quello che voglio”. Arriva in ritardo, risponde alle mail con frasi secche e emoji, e nelle riunioni interrompe tutti con idee banali che spaccia per geniali. “Dobbiamo viralizzare su TikTok”, dice, come se non ci avessimo pensato noi altri da anni. E il peggio è che, essendo il figlio del capo, nessuno lo corregge. Io lo faccio, a volte. Gli mando mail educate ma ferme: “Tommaso, la scadenza era ieri”. Lui risponde con un pollice in su o un “ok boomer”, che mi fa bollire il sangue. Ho 35 anni, non 60. Ma è proprio questo che mi fa incazzare di più: è più giovane di me di dieci anni, e mi tratta come se fossi io la stagista.
Eppure… cazzo, è sexy. Lo ammetto solo a me stessa, la notte, quando non riesco a dormire. Alto un metro e ottanta, fisico asciutto da chi fa sport ma non esagera, capelli castani sempre un po’ arruffati, barba incolta che gli dà un’aria da ribelle. Occhi verdi che ti trafiggono quando ti guarda, come se sapesse esattamente cosa stai nascondendo. E il modo in cui si veste: magliette larghe che gli scivolano sulle spalle, pantaloncini da ginnastica che gli segnano le cosce muscolose, e quelle infradito nere Havaianas che indossa tutto l’anno. Inverno con calzini, estate a piedi nudi. I piedi. Ecco il problema vero. Non so quando è iniziato, ma ho iniziato a fissarli. Piedi grandi, misura 44 almeno, abbronzati anche d’inverno – chissà, forse va in vacanza ai Caraibi col papà – dita lunghe e dritte, unghie curate ma non perfette, con quel velo di peluria sul dorso che li rende… maschili. Quando si toglie le infradito sotto la scrivania e li allunga, incrociandoli, io… perdo il filo. Mi eccito. Mi bagnano le mutandine solo a guardarli. Mi sento ridicola, una pervertita. Ho 35 anni, un lavoro serio, un appartamento con mutuo, e mi eccito per i piedi di un ragazzino viziato? Ma non riesco a smettere. Ogni volta che lo vedo, i miei occhi scivolano lì. E lui… credo se ne sia accorto.
È successo gradualmente. Prima, durante una riunione, ha scalciato via le infradito e ha appoggiato i piedi sulla sedia vuota di fianco. Io ero di fronte, e non riuscivo a concentrarmi sul report che stavo presentando. Poi, in pausa caffè, si è seduto sul divanetto e ha allungato le gambe, piedi nudi che sfioravano il pavimento freddo. Ho versato il caffè troppo caldo, scottandomi la mano. “Tutto ok, Jess?” ha chiesto con quel sorrisetto. Jess. Mi chiama Jess, come se fossimo amici. Io lo chiamo Tommaso, con tono professionale. Ma dentro, lo immagino che mi ordina di leccargli i piedi, di umiliarmi per lui. Fantasie che mi fanno vergognare, ma che mi fanno venire sotto la doccia la sera.
Quel pomeriggio di luglio, l’ufficio era un forno. Aria condizionata guasta, finestre aperte ma l’afa milanese entrava come un nemico. Gli altri erano usciti presto per il ponte del 2 giugno – ferie, famiglie, laghi. Io ero rimasta per chiudere un progetto urgente. E lui… lui era lì. Si è seduto alla scrivania di fronte alla mia – quella di Marco, in ferie – ha acceso il suo MacBook, e ha buttato le infradito per terra con un tonfo sordo. Poi ha appoggiato i piedi nudi sulla scrivania, proprio davanti al mio monitor. Talloni sul bordo del legno, dita che si flettevano piano, come se stesse stiracchiandosi. L’odore lieve di pelle calda e sudore mi è arrivato alle narici. Ho abbassato gli occhi sul mio schermo, fingendo di digitare furiosamente, ma il cuore mi martellava nel petto. La fica pulsava, un calore che saliva dalla pancia. Lui mi guardava fisso, un sorrisetto che gli incurvava le labbra.
«Tutto bene, Jess? Sembri accaldata.»
Ho annuito, senza alzare lo sguardo. «Fa caldo.»
Ha spostato un piede, l’ha fatto dondolare piano, l’alluce che sfiorava quasi il mio schermo. «Già. Io sudo da morire con queste infradito. Ma sono comode.»
Ho deglutito. Dentro di me, un turbine: rabbia per la sua arroganza, desiderio che mi bagnava le mutandine. Volevo urlargli di smetterla, di comportarsi da professionista. Invece, fissavo quel piede, ipnotizzata.
A un certo punto, ha detto: «Vieni qua un attimo. Siediti qui davanti. Dobbiamo parlare del report.»
Indicava la sedia di fronte a lui, dall’altro lato della scrivania. Mi sono alzata, gambe che tremavano leggermente, mi sono seduta. I suoi piedi erano a venti centimetri dal mio viso. Odore più forte ora: sale, pelle, un velo di terra dalla strada. Dita che si muovevano lente, come se sapesse esattamente l’effetto che mi facevano. Ho incrociato le gambe, stringendo le cosce per calmare il calore tra di esse.
Lui ha sorriso, un sorriso da predatore.
«Sai, Jess, ti vedo sempre fissarli. I miei piedi. Pensi che non me ne accorga? Ogni riunione, ogni pausa, i tuoi occhi scendono lì. Perché?»
Ho arrossito violentemente, le guance in fiamme. Volevo negare, alzarmi, scappare dall’ufficio. Invece, ho balbettato una scusa patetica: «Io… ho fatto un corso di riflessologia plantare l’anno scorso. Magari… ti serve un massaggio? Dopo una giornata intera in infradito, i piedi si stancano.»
Ha riso forte, una risata che echeggiava nell’ufficio vuoto. «Riflessologia plantare? Che stronzata adorabile. Ma ok, massaggiami pure. Vediamo quanto sei brava con le mani.»
Non ha detto no. Ha allungato un piede verso di me, quasi sfiorandomi il ginocchio. L’ho preso tra le mani tremanti. Pelle calda, leggermente umida di sudore. Ho iniziato a premere con i pollici sull’arco plantare, cerchi lenti, come ricordavo dal corso che avevo fatto davvero, per hobby. Lui ha chiuso gli occhi un secondo, ha sospirato profondo.
«Cazzo… non male. Continua.»
Ho continuato, dita che scivolavano tra le sue, pollice che premeva sui punti riflessi. Ero bagnata fradicia, le mutandine appiccicate alla pelle. Il mio respiro accelerato, il suo piede pesante nelle mie mani. Dopo un paio di minuti, ha aperto gli occhi, mi ha fissata.
«Smettila con ’sta farsa, Jessica. Leccameli. Ora.»
Ho alzato lo sguardo, bocca secca. Lui mi fissava, serio, occhi verdi che mi inchiodavano.
«Lecca.»
Non ho pensato. Mi sono chinata, lingua sulla pianta del piede. Sapore di sale, pelle calda, un po’ di polvere e sudore. Ho leccato dal tallone alle dita, lenta, lingua piatta che lasciava tracce umide. Lui ha gemuto piano, voce roca.
«Bravo. Succhia le dita, una per una.»
Ho preso l’alluce in bocca, succhiando piano, lingua che girava intorno. Sapore più forte lì, intimo. Lui ha tirato fuori il cazzo dai pantaloncini, se lo segava lento guardandomi fare.
«Togliti le mutandine. Damele.»
Mi sono alzata appena, mani sotto la gonna, ho sfilato le mutandine nere di pizzo bagnate. Gliele ho passate sopra la scrivania. Lui le ha prese, se le è portate al naso, ha inspirato forte, occhi chiusi.
«Cazzo quanto puzzi di troia in calore… bagnata fradicia per i miei piedi.»
Ha continuato a segarsi mentre io leccavo l’altro piede, succhiando le dita una per una, lingua che infilavo tra di esse, mordicchiando piano il tallone. Lui gemeva, voce sempre più bassa.
«Alzati. In ginocchio qui, tra le mie gambe.»
Mi sono inginocchiata sul pavimento duro dell’ufficio, tra le sue cosce aperte. Il cazzo duro, grosso, venoso, cappella lucida di pre-sborra. Me l’ha preso per la base, me l’ha strusciato sulle labbra umide.
«Guardami negli occhi. Succhia.»
Ho aperto la bocca. Lui è entrato piano, poi ha spinto fino in gola. Mi ha tenuto la testa con una mano, pompando lento ma profondo.
«Dimmi che sei una troia. Dillo con la bocca piena.»
Ho biascicato, saliva che colava sul mento: «Sono… una troia…»
«Più forte, troia.»
«Sono una troia…»
Ha riso, ha spinto più profondo, scopandomi la bocca con ritmo costante.
«Brava. La troia del capo. Succhia meglio, fai vedere quanto lo vuoi.»
Ho succhiato forte, lingua che girava intorno al glande, gola che si apriva per prenderlo tutto. Lui gemeva, occhi fissi nei miei, umiliandomi con lo sguardo.
Poi mi ha tirata su per i capelli, mi ha girata, mi ha piegata sul tavolo. Gonna alzata fino alla vita, culo in fuori. Ha preso una delle sue infradito da terra, me l’ha sbattuta sul culo nudo. Schiaffi secchi, brucianti, uno dopo l’altro.
«Conta, troia.»
«Uno… due… tre…»
Dopo dieci schiaffi ha buttato l’infradito, mi ha preso una manciata di capelli, mi ha tirato la testa indietro forte.
«Ora ti apro il culo, Jessica. Lo vuoi il mio cazzo lì?»
«Sì… cazzo sì…»
Ha sputato sul buchetto esposto, ci ha strusciato la cappella gonfia, poi ha spinto piano all’inizio, aprendo l’anello stretto. Bruciore forte, ho urlato piano «oddio… piano…». Lui ha riso, ha spinto di più, entrando centimetro per centimetro fino a fondo.
«Senti come ti sfonda… troia matura che si fa inculare dal capo venticinquenne. Godi, eh?»
Mi scopava il culo con colpi secchi, profondi, mano nei capelli che tirava, l’altra che mi schiaffeggiava le chiappe alternando. Io gemevo, spingendo indietro il bacino, il dolore che si mescolava al piacere distorto, la fica che gocciolava lungo le cosce.
È venuto dentro con un grugnito rauco, sperma caldo che mi riempiva il culo, colava fuori quando si è tirato via piano.
Mi ha lasciata lì, piegata sul tavolo, culo gonfio e dolorante, mutandine in mano sua, sperma che colava lungo le cosce interne. Si è rivestito senza fretta, ha rimesso le infradito, mi ha dato una pacca leggera sul culo arrossato.
«Brava, Jess. Domani porta le autoreggenti. E non mettere le mutandine sotto la gonna. Voglio controllare.»
È uscito dall’ufficio, spegnendo la luce principale, lasciandomi al buio con solo il bagliore del mio monitor.
Io sono rimasta lì un minuto, ansimante, umiliata, bagnata, distrutta. Poi mi sono rivestita piano, ho spento il computer, ho preso la borsa e sono andata a casa.
Mio marito mi ha chiesto com’era andata la giornata in ufficio.
«Normale» ho detto, con un sorriso finto.
Ma dentro sapevamo entrambi che non lo era. E una parte di me, la più oscura, non vedeva l’ora che arrivasse domani.
