Racconti Piccanti
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Sbattuto in bagno mentre il mio ragazzo gioca a Fortnite

Sbattuto in bagno mentre il mio ragazzo gioca a Fortnite

16 Marzo 2026·7 min di lettura

Sono Tommaso, ho 24 anni, e vivo in un appartamentino al terzo piano con Giulio, il mio ragazzo. Giulio ha 26 anni, ed è il classico tipo che passa ore incollato al PC a giocare a Fortnite. Cuffie in testa, microfono sempre acceso, grida ordini ai suoi amici online come se fosse in una missione di vita o morte. Io lo amo, davvero, è dolce a modo suo, ma a volte mi sento un po’ invisibile. Soprattutto quando è in quelle sessioni infinite e io giro per casa senza niente da fare. È in uno di quei momenti che è iniziato tutto con Fabio, il vicino del piano di sopra.

Fabio ha 38 anni, è un operaio, uno di quelli che tornano a casa con la maglietta appiccicata di sudore e i muscoli che sembrano scolpiti nel marmo. È separato da un paio d’anni, e ogni tanto bussa alla nostra porta per chiedere “un po’ di zucchero” o “un cacciavite”, ma io lo so che sono scuse. Vuole solo chiacchierare. Ha gli occhi scuri, una barba corta e ispida, e le mani ruvide che sembrano raccontare storie di fatica. Non è il tipo che ci prova spudoratamente, ma c’è sempre quel sorrisetto, quel modo di guardarmi un po’ troppo a lungo che mi fa arrossire.

Quel giorno, un sabato pomeriggio, Giulio era nel salotto, come al solito, con le cuffie e il PC acceso. “Vai, vai, coprimi!” gridava nel microfono, perso nel suo mondo. Io ero in cucina, in pantaloncini corti e una maglietta vecchia, a lavare i piatti per noia. Suona il campanello. Vado ad aprire, e ovviamente è Fabio. Indossa una canottiera nera che gli tira sui pettorali e un paio di jeans logori. Ha una bottiglia di birra in mano, mezza vuota.

“Ehi, Tommaso, scusa se disturbo… hai mica del sale? Ho finito e sto cucinando.” La sua voce è bassa, roca, e mi guarda dritto negli occhi. Sento un piccolo brivido, ma mi dico che è solo nella mia testa.

“Sì, certo, entra,” gli rispondo, con un sorriso un po’ troppo aperto. Lo faccio passare, chiudendo la porta piano per non attirare l’attenzione di Giulio. “Aspetta qui, vado a prenderlo.”

Mentre mi giro verso la credenza, sento i suoi passi dietro di me. Non è andato in salotto, è rimasto in cucina. Mi volto e lo trovo a un metro da me, che si appoggia al bancone con una mano, l’altra che giocherella con la bottiglia. “Giulio è sempre attaccato a quel gioco, eh?” dice, con un tono che sembra una provocazione.

“Già, praticamente vive lì dentro,” rispondo, ridendo un po’ imbarazzato. Prendo il sale, ma invece di darglielo subito, resto fermo, con la scatolina in mano. Non so perché, ma non voglio che se ne vada subito. “Vuoi qualcosa da bere? Abbiamo della birra in frigo.”

Lui alza un sopracciglio, sorride. “Volentieri, ma solo se bevi con me. Non mi piace bere da solo.” Il suo sguardo mi pesa addosso, e io sento le guance che si scaldano. So che sto giocando con il fuoco, ma c’è qualcosa in lui, nel modo in cui mi guarda, che mi fa sentire desiderato. Giulio non mi guarda così da settimane.

Prendo due birre, le apro e gliene passo una. Beviamo in silenzio per un attimo, ma l’aria è densa, pesante. Lui si avvicina di un passo, e io non mi sposto. “Sei un ragazzo carino, lo sai?” dice a voce bassa, quasi un sussurro, per non farsi sentire da Giulio. Il cuore mi batte forte, ma faccio finta di niente.

“Grazie… anche tu non sei male,” rispondo, con un tono che vuole sembrare scherzoso, ma esce un po’ troppo serio. Lui ride piano, poi si avvicina ancora. Sento il suo profumo, un misto di sudore e dopobarba cheap. Mi sfiora il braccio con le dita, un tocco leggero ma deciso, e io non mi tiro indietro. Ho un nodo in gola. So che dovrei fermarlo, ma non voglio.

“Non ti dà fastidio che il tuo ragazzo ti trascuri così?” chiede, e la sua mano ora è sul mio fianco, appena sopra il bordo dei pantaloncini. Mi mordo il labbro, combattuto. Da una parte c’è Giulio, dall’altra questo desiderio che mi brucia dentro. Alla fine, scuoto la testa.

“No, non proprio. Ogni tanto ci vuole una distrazione,” dico, e la mia voce trema un po’. Lui capisce al volo. La sua mano scivola più in basso, mi stringe il fianco, e io lascio che mi tiri verso di lui. Siamo vicinissimi, sento il suo respiro caldo sul collo. Mi guarda negli occhi, come a chiedere il permesso, e io non dico niente. È il mio sì silenzioso.

Mi spinge contro il bancone, la sua mano scivola sotto i miei pantaloncini, e io trattengo un gemito. Mi accarezza sopra le mutande, e io sono già duro, non ci posso fare niente. “Shh, fai piano,” mi sussurra all’orecchio, e io annuisco, con il cuore che mi martella nel petto. Mi stringe il cazzo con una mano, iniziando a muoverla su e giù, lentamente, e io mi appoggio al bancone per non cadere. È una sega veloce, ma intensa, le sue dita sono ruvide, e io sto già per venire. Mi fermo, gli stringo il polso. “Aspetta… non qui,” sussurro, con la voce rotta.

Lo prendo per mano e lo porto verso il bagno, che è dall’altra parte del corridoio. Chiudo la porta, ma non a chiave, lasciandola socchiusa. È un rischio del cazzo, lo so, ma l’adrenalina mi fa andare avanti. Mi inginocchio davanti a lui, gli slaccio i jeans con mani tremanti. Quando tiro fuori il suo cazzo, resto un attimo fermo. È grosso, duro, con le vene che pulsano. Lo prendo in mano, lo accarezzo, e poi lo porto alla bocca. Lui geme piano, mette una mano sulla mia testa, ma senza spingere. Succhio lentamente, la lingua che gira intorno alla cappella, e lui inizia a respirare più forte. “Cazzo, sei bravo,” sussurra, e io alzo gli occhi per guardarlo. Ha la testa buttata indietro, gli occhi socchiusi. Il rumore della mia bocca che lo succhia è l’unica cosa che si sente, oltre alle urla di Giulio dal salotto. “Headshot! Prendete questo, stronzi!” grida, e io quasi rido con il cazzo di Fabio in bocca.

Dopo un po’, lui mi tira su, mi fa alzare. “Girati,” dice, con un tono che non ammette repliche. Mi volto, mi abbasso i pantaloncini e le mutande fino alle ginocchia, e mi appoggio al lavandino. Davanti a me c’è lo specchio, vedo la mia faccia rossa, gli occhi lucidi. Mi mordo le labbra per non fare rumore. Fabio si mette dietro di me, sento le sue mani sulle mie chiappe, che le allargano. Sputa sulle dita, me le passa sul buco, e io stringo i denti. È freddo, ma mi piace. Poi sento la punta del suo cazzo che preme, e mi irrigidisco.

“Rilassati, ci vado piano,” mi dice, e io annuisco. Spinge dentro, piano, e fa male, ma non troppo. Mi abituo in fretta, e quando è tutto dentro, inizia a muoversi. Prima lento, poi più veloce. Ogni spinta mi fa sbattere contro il lavandino, il mio cazzo duro sbatte contro il bordo freddo. Nello specchio vedo la mia faccia, sto cercando di non urlare, mi mordo le labbra così forte che quasi sanguinano. Lui mi tiene per i fianchi, le sue mani mi stringono forte, e ogni tanto mi dà una sculacciata leggera. “Cazzo, sei stretto,” grugnisce piano, e io non rispondo, sto solo cercando di non gemere.

Il ritmo aumenta, lo sento che mi sbatte dentro con forza, il rumore della pelle contro la pelle è soffocato ma chiaro. Sudo, ho i capelli appiccicati alla fronte, e nello specchio vedo lui dietro di me, i muscoli del braccio che si tendono mentre mi tiene fermo. L’odore di sesso riempie il bagno, un misto di sudore e lubrificante naturale. Sto per venire senza nemmeno toccarmi, ma lui rallenta un attimo, si china su di me, il suo petto contro la mia schiena. “Ci sei?” mi sussurra all’orecchio, e io annuisco, incapace di parlare.

Riprende a spingere, forte, e dopo poche spinte sento il suo respiro diventare un rantolo. “Cazzo, sto per venire,” dice, e io gli stringo il culo con i muscoli, come a dirgli di non fermarsi. Lo sento che si svuota dentro di me, caldo, e nello stesso momento Giulio urla dal salotto: “Headshot! Vi ho fatti secchi!” Io vengo senza toccarmi, schizzando sul lavandino, le gambe che tremano. Restiamo fermi un attimo, lui ancora dentro di me, il suo fiato sul mio collo. Poi si tira fuori piano, e io sento il suo sperma che mi cola lungo le cosce. Mi tiro su le mutande e i pantaloncini, con il culo che pulsa ancora e le mutande piene di sperma, appiccicose.

Fabio si sistema i jeans, mi guarda con un sorrisetto. “Ci vediamo presto, no?” dice, a voce bassissima. Io annuisco, senza dire niente. Lui esce dal bagno, e io mi do una sistemata veloce allo specchio. Esco anch’io, con le gambe molli, e vado in salotto. Giulio è sempre lì, cuffie in testa, ignaro di tutto. Mi chino, gli do un bacio sulla guancia. “Vado a dormire, amore,” dico, con la voce più normale che riesco a fare. Lui borbotta un “Ok, notte” senza nemmeno guardarmi. Vado in camera, mi butto sul letto, e mentre mi addormento sento ancora il culo che pulsa, il calore di Fabio dentro di me. Non so cosa succederà domani, ma stasera non me ne frega niente.

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