Racconti Piccanti
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Il piacere dell’umiliazione

Il piacere dell’umiliazione

07 Aprile 2026·15 min di lettura

Mi chiamo Mattia, ho ventisette anni e sono single da troppo tempo. Vivo in un bilocale stretto e un po’ malmesso in periferia, di quelli che puzzano ancora di sigarette del precedente inquilino anche se ho cambiato le tende due volte. Lavoro come magazziniere part-time, ma lo stipendio basta appena per l’affitto e le bollette. Il resto è un buco nero di debiti: prestiti per l’università mai finiti, rate della macchina che ho dovuto vendere, carte di credito che non riesco più a pagare. Ogni mattina mi sveglio con la stessa domanda: come cazzo faccio a uscirne?

Quel pomeriggio ero sul divano, telefono in mano, a scorrere annunci di lavoro improbabili quando l’ho visto.

“Attore amatoriale per video adulti gay – pagamento immediato e alto. Solo maggiorenni, discrezione assoluta. Preferibilmente passivi. Chiamare Riccardo.”

Il compenso scritto era di 800 euro per una sessione di due ore. Ottocento euro. Per me erano una cifra assurda, quasi irreale. Ho fissato lo schermo per almeno cinque minuti, il cuore che batteva forte. Ero gay, passivo, e non mi ero mai vergognato del mio orientamento. Però fare porno… era un altro discorso.

Ho chiamato lo stesso. Tanto, cosa avevo da perdere?

Ha risposto al terzo squillo una voce calda, profonda, tranquilla.

«Pronto, sono Riccardo.»

Ho deglutito. «Ciao… ho visto l’annuncio. Per il video.»

«Perfetto. Ti spiego subito di che si tratta, così sei tranquillo.»

Parlava in modo gentile, professionale, come se stesse parlando di un lavoro normale. Mi ha detto che realizzava contenuti di nicchia, roba amatoriale ma di qualità, venduta a un pubblico specifico che pagava bene. L’enfasi era su deepthroat e umiliazione verbale. Niente violenza fisica, niente cose estreme, solo parole, controllo e gola profonda. Le riprese si sarebbero fatte a casa mia, per dare un senso di realismo. Se fossi andato bene, avremmo potuto fare altre sessioni e guadagnare di più nel tempo.

«Ti va di provarci?» mi ha chiesto alla fine, senza pressione.

Ho sentito un calore strano salirmi dallo stomaco. Non era solo disperazione per i soldi. C’era anche qualcos’altro. Qualcosa che mi faceva formicolare la pelle.

«Sì» ho risposto, la voce un po’ rauca. «Ci sto.»

Abbiamo fissato per il giorno dopo alle 15:00. Mi ha chiesto le misure del mio appartamento, se avevo un divano grande, un letto decente. Poi ha concluso con un tono quasi paterno:

«Tranquillo, Mattia. Andrà tutto bene. Ci penso io a guidarti.»

Quando ho chiuso la chiamata, mi sono accorto che ce l’avevo mezzo duro.

Il giorno dopo ero un fascio di nervi. Avevo pulito casa come un ossesso, ma non riuscivo a nascondere che era un appartamento modesto: mobili IKEA vecchi, macchie sul divano, la cucina piccola e disordinata. Alle 14:50 ho sentito suonare il citofono.

Sono sceso ad aprire. Riccardo è entrato per primo. Alto, spalle larghe, sui trentacinque anni, capelli corti scuri e un sorriso calmo che sembrava dire “so già tutto di te”. Indossava una semplice felpa nera e jeans. Dietro di lui due ragazzi giovani, forse ventitré-ventiquattro anni: uno con la macchina da presa grossa, l’altro con uno zaino pieno di attrezzatura audio. Mi hanno salutato con un cenno del capo, senza dire una parola. Sembravano già divertiti.

Riccardo mi ha stretto la mano con decisione.

«Mattia, piacere. Bella casa» ha detto, guardandosi intorno con un mezzo sorriso che non sembrava un complimento sincero.

Mi ha fatto strada come se fosse casa sua. I due tecnici hanno iniziato a montare le luci e i microfoni senza chiedere permesso, spostando una sedia, spostando il tavolino. Io stavo lì in piedi, impacciato, con le mani in tasca.

Riccardo si è tolto la felpa, rimanendo in t-shirt aderente. Aveva un fisico solido, da uomo che si allena senza esagerare. Mi ha guardato dritto negli occhi.

«Spogliati completamente, Mattia. Voglio vederti nudo.»

La voce era calma, ma non ammetteva repliche. Ho sentito il viso andare a fuoco. Ho esitato solo un secondo, poi mi sono tolto la maglietta, i pantaloni della tuta, i boxer. Sono rimasto lì, nudo, in mezzo al salotto, con il cazzo che già cominciava a indurirsi per l’imbarazzo.

Riccardo mi ha osservato lentamente, dalla testa ai piedi, senza fretta.

«Bel corpo» ha commentato, poi ha guardato verso la telecamera che il ragazzo stava già puntando. «Guardate che bel passivo abbiamo oggi. Ventisette anni, single, disperato per i soldi. Vero, Mattia?»

Ho annuito, la gola secca.

«Rispondi a voce alta. La gente che compra questi video vuole sentire la tua voce mentre ti umilio.»

«Sì… è vero» ho mormorato.

Lui ha sorriso, si è avvicinato e mi ha messo una mano sulla spalla, pesante, possessiva.

«Oggi ti scopo la gola, lentamente. Voglio vedere quanto riesci a prenderlo fino in fondo. E tu mi dirai quanto ti piace essere trattato da puttana, okay?»

I due tecnici non hanno detto niente, ma ho sentito uno dei due trattenere a stento una risatina bassa. Il suono mi ha trafitto lo stomaco. Vergogna pura.

Riccardo mi ha preso il mento con due dita, alzandomi il viso.

«Inginocchiati davanti al divano. Mani dietro la schiena. Apri la bocca.»

Mi sono messo in ginocchio. Il pavimento era freddo. Il cuore mi batteva così forte che lo sentivo nelle orecchie. Riccardo si è slacciato i jeans con calma, ha tirato fuori il cazzo già mezzo duro, spesso, venoso. Me lo ha sfregato piano sulle labbra.

«Guarda in camera, Mattia. Di’ il tuo nome e di’ perché sei qui in ginocchio nudo come un coglione.»

Ho alzato gli occhi verso l’obiettivo. La luce rossa della telecamera mi fissava.

«Mi chiamo Mattia… ho ventisette anni… e sono qui perché ho bisogno di soldi…»

Riccardo ha riso piano, una risata bassa e soddisfatta.

«Bravo. E adesso apri bene quella bocca da troia. Iniziamo piano.»

Ha appoggiato la cappella sulle mie labbra e ha spinto lentamente in avanti.

Il sapore era forte, virile. Ho sentito la gola contrarsi subito. Lui ha tenuto la mano sulla mia nuca, senza forzare troppo, ma senza lasciarmi scappare.

«Rilassati… respira dal naso. Oggi impari a prenderlo tutto.»

Dietro di me, uno dei due ragazzi ha ridacchiato di nuovo, stavolta senza trattenersi del tutto.

E io, inginocchiato nudo nel mio salotto, con il cazzo di uno sconosciuto che mi riempiva lentamente la bocca, ho sentito qualcosa di caldo e umiliante salire dentro di me.

Non era solo vergogna.

Era anche eccitazione.

E quella scoperta mi ha fatto tremare.

Riccardo teneva la mano ferma sulla mia nuca, senza spingere ancora, ma abbastanza per farmi capire che non potevo tirarmi indietro. Il suo cazzo era caldo, spesso, e mi riempiva già metà della bocca. Sentivo il sapore salato della pelle, il leggero odore di sapone e di uomo. Ho cercato di respirare dal naso come mi aveva detto, ma il cuore mi martellava così forte che mi sembrava di soffocare lo stesso.

«Guarda in camera, Mattia» ha detto lui con quella voce calma, quasi gentile. «Di’ ai tuoi futuri spettatori quanto sei disperato.»

Ho alzato gli occhi verso l’obiettivo. La luce rossa era accesa. I due tecnici erano lì, uno dietro la macchina da presa, l’altro con il microfono a giraffa puntato verso di noi. Non parlavano, ma sentivo i loro sguardi. Uno di loro ha spostato il peso da un piede all’altro e ha fatto un mezzo sorriso che non sono riuscito a ignorare.

«Sono… disperato» ho biascicato intorno al cazzo di Riccardo, la voce impastata e ridicola. «Ho tanti debiti… e ho accettato di farmi scopare la gola per soldi.»

Riccardo ha riso piano, un suono basso che gli è vibrato nel petto. Ha mosso i fianchi appena, spingendo un altro centimetro dentro.

«Bravo. Continua. Di’ anche che sei un passivo che non ha mai fatto niente del genere, ma che ce l’ha già duro come un coglione.»

Ho sentito il viso bruciare. Il mio cazzo, traditore, era completamente eretto, puntato verso l’alto, la cappella lucida di liquido preseminale. Non potevo nasconderlo. Era lì, esposto, sotto gli occhi di tre estranei.

«Sono… passivo» ho mormorato, le parole che uscivano strozzate. «Non ho mai fatto un video porno… ma ce l’ho duro.»

Uno dei due ragazzi – il fonico, credo – non è riuscito a trattenere una risatina breve, secca. È stata come una stilettata. Ho chiuso gli occhi per un secondo, mortificato, ma Riccardo mi ha dato un leggero schiaffetto sulla guancia con due dita.

«Occhi aperti. Guarda la telecamera mentre ti umilio. Vogliono vederti mentre capisci che ti piace.»

Ha iniziato a muoversi piano, avanti e indietro, scopandomi la bocca con movimenti lenti e profondi. Non arrivava ancora in gola, ma era già tanto. Sentivo la saliva accumularsi, colarmi sul mento. Ogni volta che spingeva un po’ più in là, la mia gola si contraeva e produceva un suono bagnato, osceno.

«Senti che rumore fai?» ha commentato Riccardo guardando verso la camera. «Sembra una puttanella che sta imparando il suo mestiere. La casa è piccola, eh? Si vede che non navighi nell’oro. Divano vecchio, macchie sul tessuto… e adesso c’è un uomo di trentacinque anni che ti usa la bocca come un buco da scopare.»

Le sue parole mi colpivano più del cazzo che avevo in bocca. Ogni frase era precisa, calma, come se stesse descrivendo la scena per un pubblico invisibile. E io mi sentivo sempre più piccolo, nudo, esposto.

Ha spinto più a fondo. La cappella ha toccato l’inizio della gola. Ho avuto un conato immediato, gli occhi mi si sono riempiti di lacrime. Ho provato a tirarmi indietro, ma la sua mano sulla nuca me l’ha impedito.

«Rilassati la gola, Mattia. Respira. Non fare il difficile, altrimenti i ragazzi ridono ancora di più.»

Infatti il cameraman ha fatto un verso divertito, basso, quasi soffocato. Non ha detto niente, ma quel suono mi ha fatto contrarre lo stomaco dalla vergogna. Ero lì, in ginocchio nel mio salotto, con tre uomini che mi guardavano mentre imparavo a prendere un cazzo in gola per soldi.

Riccardo ha ritirato un po’ il bacino, lasciandomi respirare. La saliva mi colava sul petto, sul cazzo duro. Mi ha preso il viso tra le mani, asciugandomi una lacrima con il pollice.

«Guardami.»

Ho alzato gli occhi. Il suo sguardo era intenso, dominante, ma non crudele. C’era una specie di soddisfazione calda dentro.

«Dimmi la verità» ha detto, sempre parlando anche per la telecamera. «Ti eccita essere umiliato così? Ti eccita sapere che due ragazzi giovani ti stanno guardando mentre ti faccio diventare una troia da deepthroat?»

Ho esitato. La risposta vera mi faceva paura.

Ma il mio cazzo pulsava, tradendomi.

«Sì…» ho sussurrato infine, la voce rotta. «Mi… mi eccita.»

Riccardo ha sorriso, lento e soddisfatto.

«Bravo ragazzo. Allora continuiamo. Questa volta voglio sentire la gola che si apre.»

Ha rimesso il cazzo sulle mie labbra, ha spinto piano ma deciso. Ho cercato di rilassarmi. La cappella è scivolata più in fondo, oltre il punto critico. Ho sentito la gola dilatarsi intorno a lui, un bruciore strano, intenso. Un conato più forte mi ha fatto tremare tutto il corpo, ma lui non si è fermato. È rimasto lì, fermo, profondo, per qualche secondo lunghissimo.

«Ecco… così. Prendilo tutto. Senti come ti riempie? La tua gola è fatta per questo, Mattia. Una bella gola da puttana disperata.»

Le lacrime mi scendevano sulle guance. La saliva colava copiosa. Sentivo i rumori bagnati, i piccoli gorgoglii che facevo ogni volta che cercavo di respirare. E dietro, i due tecnici. Uno ha spostato la telecamera per inquadrare meglio il mio viso rigato di lacrime. L’altro ha tossito per nascondere un’altra risata.

Riccardo ha iniziato a scoparmi la gola con movimenti lenti, ritmici, profondi. Non veloci. Non violenti. Solo costanti. Ogni spinta mi faceva sentire più esposto, più usato, più umiliato.

E io, invece di voler scappare, sentivo un calore oscuro e profondo crescermi dentro. Il mio cazzo era dolorosamente duro, bagnato, e non lo stavo nemmeno toccando.

Stavo scoprendo che mi piaceva.

Mi piaceva da morire.

Riccardo ha guardato di nuovo in camera, la voce bassa e sicura:

«Guardate questo passivo. Ventisette anni, debiti fino al collo, e sta imparando che la cosa che gli riesce meglio è farsi umiliare con il cazzo in gola. E noi siamo solo all’inizio.»

Ha spinto ancora più a fondo, tenendomi lì.

Io ho chiuso gli occhi, tremando, mentre una nuova ondata di vergogna e di eccitazione mi travolgeva.

Riccardo continuava a scoparmi la gola con quel ritmo lento, implacabile. Ogni spinta profonda mi faceva gorgogliare, mi faceva lacrimare, mi faceva sentire sempre più piccolo e usato. Il mio cazzo era rimasto duro per tutto il tempo, puntato verso l’alto, la cappella lucida e gonfia. Non potevo nasconderlo a nessuno. Nemmeno a me stesso.

A un certo punto ha rallentato, ha tirato fuori il cazzo quasi del tutto, lasciandomi solo la cappella tra le labbra. Ho respirato affannosamente, la saliva che mi colava sul mento e sul petto.

«Basta così per ora» ha detto lui, voltandosi verso i due tecnici. La voce era ancora calma, ma più ferma. «Ragazzi, smettetela di ridacchiare come due adolescenti. State lavorando. Se non riuscite a restare professionali, la prossima volta resto solo con la telecamera fissa.»

I due si sono zittiti subito. Il cameraman ha abbassato leggermente lo sguardo, il fonico ha annuito senza dire niente. Riccardo aveva quel tono naturale da capo che non ammetteva repliche.

Poi si è girato di nuovo verso di me. Il suo sguardo era cambiato: più scuro, più crudele, come se avesse deciso di spingere l’umiliazione ancora più in fondo.

«Adesso tu, Mattia. Voglio che parli con il cazzo in bocca. Voglio sentire quanto sei patetico mentre cerchi di formare le parole.»

Mi ha rimesso il cazzo tra le labbra, spingendolo fino a metà. Non troppo profondo da impedirmi completamente di parlare, ma abbastanza da rendere tutto ridicolo.

«Dai. Di’ il tuo nome e quanti soldi ti servono per pagare i debiti.»

Ho provato. La voce è uscita strozzata, impastata, ridicola: «Mmm… Mattia… ho… ho tanti… debiti…»

Le parole si rompevano intorno al suo cazzo spesso. La saliva schizzava fuori a ogni sillaba. Riccardo ha riso piano, soddisfatto.

«Più forte. E di’ anche che ti piace essere trattato così.»

Ho tentato di nuovo, la gola piena, la lingua schiacciata: «Mi… piace… essere… trattato… da… puttana…»

Non sono riuscito a finire la frase. Il suono è uscito come un gorgoglio umido e imbarazzante. Uno dei tecnici ha fatto un verso soffocato, ma si è fermato subito dopo lo sguardo di Riccardo. Io invece ero rosso fuoco. Il mio cazzo ha dato un guizzo evidente, pulsando nell’aria. Era impossibile non notarlo.

Riccardo l’ha notato. Ovvio che l’ha notato.

«Guardate quanto gli si è gonfiato» ha detto guardando in camera, la voce bassa e crudele. «Ce l’ha duro come un sasso solo perché gli sto parlando mentre gli riempio la bocca. Non è vero, Mattia? Rispondi.»

Ho provato a dire sì. È uscito solo un «Sss… sì…» bagnato e spezzato. Altre lacrime mi sono scese sulle guance. La vergogna era così intensa che mi sembrava di bruciare, ma il mio cazzo continuava a tradirmi, duro, dolorosamente eretto, con una goccia di liquido che pendeva dalla punta.

Riccardo ha iniziato a muovere di nuovo i fianchi, scopandomi la bocca più velocemente, più a fondo.

«Continua a parlare. Dimmi che vuoi che ti sborri in faccia. Dillo chiaramente.»

Ho tentato. Le parole uscivano distorte, quasi incomprensibili: «Voglio… che mi… sborri… in faccia…»

Ogni sillaba era accompagnata da suoni osceni, saliva che colava, conati leggeri. Riccardo rideva piano, godendosi ogni secondo della mia umiliazione.

«Bravo. Sei proprio una troietta nata per questo. Guarda come ti si contrae la gola intorno al mio cazzo mentre cerchi di parlare. Patetico… e eccitatissimo.»

Ha spinto più a fondo, tenendomi la testa con entrambe le mani. Ha accelerato il ritmo per qualche decina di secondi, scopandomi la gola con spinte decise ma ancora controllate. Poi ha tirato fuori il cazzo di colpo, lucido di saliva, venoso e gonfio.

«Apri la bocca e tira fuori la lingua.»

Mi sono messo in posizione, in ginocchio, il viso all’insù, la bocca spalancata. Riccardo si è masturbato velocemente, gli occhi fissi su di me.

«Guardami mentre ti marchiamo, Mattia. Questo è solo l’inizio.»

Con un grugnito basso è venuto. Schizzi caldi e densi mi hanno colpito la guancia, il naso, le labbra, la lingua. Uno mi è finito anche sulla fronte. Ho sentito il sapore salato, forte. Sono rimasto lì, immobile, coperto della sua sborra, il mio cazzo ancora duro che pulsava inutilmente.

Riccardo ha respirato profondamente, poi ha fatto un cenno ai tecnici.

«Riprese finite. Spegnete tutto.»

I due ragazzi hanno iniziato a smontare l’attrezzatura in silenzio, senza più ridere. Riccardo si è rimesso i jeans con calma, poi si è avvicinato a me. Mi ha aiutato ad alzarmi, mi ha passato un asciugamano pulito che aveva portato lui stesso.

«Bravo, Mattia» ha detto, la voce tornata gentile. Mi ha pulito delicatamente il viso con l’asciugamano, togliendo il grosso. «Sei stato molto meglio di quanto mi aspettassi. La gola è stretta ma si è aperta bene. E l’eccitazione era reale, si vedeva.»

Mi ha fatto sedere sul divano. Io ero ancora nudo, le gambe molli, il viso che bruciava per la vergogna e per lo sperma residuo. Mi ha passato una bottiglietta d’acqua.

Mentre bevevo, ha tirato fuori dei fogli dalla borsa.

«Questa è la liberatoria. Leggi pure con calma. Dice che acconsenti all’uso del materiale per scopi commerciali, con il tuo volto visibile. Se vuoi, puoi mettere un nome d’arte.»

Ho letto velocemente. Ero troppo stordito per fare storie. Ho firmato dove mi ha indicato.

Poi ha preso una busta bianca e me l’ha messa in mano.

«Ottocento euro, come promesso. Contanti. Se il video funziona bene – e secondo me funzionerà – ti richiamo tra qualche settimana per un’altra sessione. Magari più lunga, magari con qualche extra. Ti interessa?»

Ho guardato la busta, poi lui. Il cuore mi batteva ancora forte. Sapevo che avrei dovuto dire di no, che era umiliante, che mi ero sentito esposto come mai prima. Invece ho annuito lentamente.

«Sì… mi interessa.»

Riccardo ha sorriso, soddisfatto. Mi ha dato una leggera pacca sulla spalla.

«Bravo ragazzo. Riposati. Ti chiamo io.»

Ha raccolto le sue cose, ha salutato i tecnici con un cenno e se n’è andato. I due ragazzi sono usciti poco dopo, senza dire una parola.

Sono rimasto solo, nudo sul divano, con ottocento euro in mano e il sapore del suo sperma ancora in bocca. Il mio cazzo era finalmente mezzo moscio, ma dentro di me sentivo ancora quel calore strano, quell’eccitazione oscura che non se n’era andata.

Mi sono passato una mano sul viso.

Avevo appena fatto un video porno in cui mi avevano umiliato e scopato la gola davanti a tre estranei.

E avevo già detto di sì per la prossima volta.

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