Il mio posto
Mi chiamo Marco, ho 26 anni e, se qualcuno me lo chiedesse, direi che Giovanni è il mio migliore amico. Lo è da sempre, da quando eravamo ragazzini e passavamo le giornate a giocare a pallone nel cortile dietro casa. Siamo cresciuti insieme, abbiamo condiviso tutto: le prime sigarette, le sbronze, le ragazze. Ma c’è qualcosa che nessuno sa, un segreto che ci portiamo dietro da un paio d’anni, un gioco che è nato per caso e che ormai è diventato una specie di rituale. Un rituale che mi tiene sveglio la notte, che mi fa battere il cuore più forte, che mi fa sentire vivo in un modo che non so spiegare. Tutto succede sotto la sua scrivania.
È una sera come tante altre. Siamo nella sua stanza, un piccolo appartamento disordinato con poster di gruppi rock alle pareti e una scrivania piena di cavi e pezzi di computer. Giovanni è seduto sulla sua sedia da gaming, io sono sul divano sfondato a qualche metro da lui. Abbiamo appena finito di mangiare una pizza e stiamo bevendo birra da bottiglie fredde, il vetro appannato sotto le dita. Fuori piove, si sente il rumore delle gocce che battono contro la finestra. Giovanni sta raccontando qualcosa della sua ragazza, ma io non ascolto davvero. La mia testa è altrove, come sempre quando sono con lui. Lo guardo: i suoi capelli castani spettinati, la maglietta aderente che gli segna le spalle larghe, le mani grandi che gesticolano mentre parla. So cosa sta per succedere. Lo aspetto. Lo voglio.
“Ehi, Marco, mi stai ascoltando o sei perso nei tuoi pensieri del cazzo?” mi dice con un ghigno, inclinando la testa.
“Ti ascolto, ti ascolto,” mento, bevendo un sorso di birra per nascondere il nervosismo. “Dicevi di Laura, no?”
“Sì, ma lascia stare, tanto non capisci un cazzo di donne,” ride, poi si alza per prendere un’altra birra dal frigo. Quando torna, si siede di nuovo e accende il computer. Il monitor si illumina, riflettendo una luce bluastra sul suo viso. “Sai che c’è? Ho trovato un video nuovo. Roba seria. Vuoi vedere?”
Il cuore mi salta in gola. So cosa significa. Non è una semplice domanda. È il segnale. “Certo,” rispondo, cercando di sembrare tranquillo, ma la mia voce trema appena. Appoggio la bottiglia sul tavolino e mi alzo, avvicinandomi alla scrivania. Giovanni non mi guarda, sta già armeggiando col mouse per aprire il sito. Io resto in piedi, a qualche passo da lui, le mani in tasca, il sangue che mi pompa nelle orecchie.
“Dai, non stare lì impalato,” dice senza voltarsi. “Sai come funziona. Sotto.”
Non c’è bisogno che aggiunga altro. Mi abbasso, lentamente, finché non sono in ginocchio. La moquette sotto di me è ruvida, puzza di birra vecchia e polvere. Mi infilo sotto la scrivania, lo spazio è stretto, le gambe di Giovanni sono spalancate davanti a me. Sento il calore del suo corpo, l’odore del suo deodorante mischiato a qualcosa di più forte, più umano. Alzo gli occhi: i suoi jeans sono tesi all’altezza dell’inguine, la zip già mezza aperta. Sopra di me, la scrivania mi chiude come una gabbia. Non posso muovermi molto, ma non voglio muovermi. Voglio restare qui.
Giovanni clicca sul video. Il suono parte subito, gemiti femminili esagerati che rimbombano dagli auricolari che ha messo solo a metà, lasciando un orecchio scoperto. Non mi guarda, non mi parla. È come se non esistessi. E in un certo senso, per lui, è così. Sono solo una mano, un mezzo. Mi slaccio i jeans con una mano, ma non posso toccarmi. È una regola non detta, ma chiara. Questo momento è solo suo.
“Dai, cazzo, muoviti,” mi dice, la voce bassa, quasi un ringhio. Non mi guarda ancora, i suoi occhi sono fissi sullo schermo. Tendo le mani, gli abbasso la zip del tutto e gli tiro fuori il cazzo dai boxer. È già duro, grosso, pesante tra le dita. La pelle è calda, liscia, con vene che pulsano sotto il mio tocco. Lo stringo alla base, sentendo il suo peso, il modo in cui si contrae appena. L’odore è forte, un misto di sudore e qualcosa di più acre, ma non mi dà fastidio. Anzi, mi fa girare la testa. Inizio a muovere la mano, lentamente, su e giù, il ritmo che so gli piace. Sopra di me, lo sento respirare più forte, un suono roco che si mischia ai gemiti del video.
“Più forte, Marco, non fare il timido,” dice, sempre senza guardarmi. La sua voce è dura, tagliente. “Lo sai che non ho tutto il giorno.”
Stringo di più, aumento il ritmo. La sua gamba destra trema appena, un segno che sto andando bene. La mia mano scivola lungo tutta la lunghezza, dal glande lucido fino alla base, poi di nuovo su. Sento il liquido preseminale sotto le dita, rende tutto più scivoloso, più facile. Il suono del mio movimento è osceno, un rumore bagnato che si perde sotto il frastuono del video. Il mio respiro è corto, il cuore mi martella nel petto. Non posso toccarmi, ma il desiderio mi brucia dentro, un calore che si concentra tra le gambe e mi fa quasi male.
“Sì, così, cazzo,” mormora Giovanni, la voce spezzata. “Guarda che troia sullo schermo. Dovresti vederla. Ma tu no, vero? Tu stai lì sotto, come un bravo cagnolino.”
Le sue parole mi colpiscono come uno schiaffo, ma non mi fermo. Non posso. La mia mano continua a muoversi, sempre più veloce. Sento il suo cazzo pulsare sotto le dita, sempre più duro, sempre più vicino. Il suo odore mi riempie le narici, il calore del suo corpo mi soffoca. La moquette mi graffia le ginocchia, ma non ci faccio caso. Esisto solo per questo, per farlo venire, per sentire il suo piacere che non è mio.
“Oh, merda, ci sono quasi,” dice, la voce tesa. “Prendi il bicchiere, dai. Non voglio sporcare tutto.”
Mi stacco per un attimo, cercando con la mano libera il bicchiere di plastica che tiene sempre sul bordo della scrivania. Lo afferro, lo posiziono vicino, poi riprendo a segarlo, più veloce, più forte. Lo sento contrarsi, un rantolo gli sfugge dalla gola. Finalmente si volta, solo per un istante, e i suoi occhi incontrano i miei. Non c’è niente in quello sguardo, né affetto né rispetto. Solo una specie di potere crudo, animalesco. Poi torna a guardare lo schermo.
“Ecco, cazzo, prendi tutto,” ringhia, e viene. Schizzi caldi e densi finiscono nel bicchiere, uno dopo l’altro, mentre la mia mano rallenta ma non si ferma. Il suono dei suoi gemiti è profondo, gutturale, si mischia al rumore del video che ormai è solo un sottofondo. L’odore è forte, pungente, mi riempie la testa. Quando ha finito, mi passa il bicchiere senza dire una parola, senza nemmeno guardarmi. Lo prendo con mani tremanti, il liquido dentro è tiepido, appiccicoso contro le pareti di plastica.
“Bevi, dai. È il tuo premio, no?” dice con un sorrisetto, sempre senza voltarsi. La sua voce è tornata normale, quasi scherzosa, ma c’è qualcosa di duro sotto. Non rispondo. Non serve. Porto il bicchiere alle labbra, il sapore è amaro, salato, mi riveste la lingua e mi scende in gola. Lo bevo tutto, un sorso dopo l’altro, mentre lui si richiude i pantaloni e spegne il video. Il silenzio nella stanza è pesante, rotto solo dal rumore della pioggia fuori.
“Sei proprio un bravo amico, Marco,” dice infine, voltandosi appena per darmi una pacca sulla spalla mentre esco da sotto la scrivania. “Non so cosa farei senza di te.”
Mi alzo, le ginocchia mi fanno male, la testa mi gira. Non dico niente, mi limito a un sorriso storto. Mi rimetto seduto sul divano, prendo la mia birra e bevo un lungo sorso per togliermi quel sapore dalla bocca. Ma non ci riesco. È ancora lì, insieme al calore tra le gambe che non posso sfogare, al battito del cuore che non si calma.
“Vuoi un’altra birra?” mi chiede, come se niente fosse successo, come se fossimo solo due amici che passano una serata insieme.
“Sì, dai,” rispondo, la voce roca. Lui si alza, va al frigo, e io resto lì, con la mente vuota ma il corpo ancora in fiamme. So che tornerò sotto quella scrivania, presto. So che lo voglio. E so che lui lo sa.
La serata va avanti così, con altre birre, qualche battuta, un film in sottofondo. Ma il mio pensiero è fisso su quello che è appena successo, su quello che succederà ancora. Ogni tanto Giovanni mi guarda, un lampo di qualcosa nei suoi occhi, e io capisco. Non c’è bisogno di parole. Sotto la scrivania, il mio posto è sempre lì, ad aspettarmi.
Passano un paio d’ore, stiamo per salutarci. Sono già vicino alla porta, con la giacca in mano, quando lui mi ferma. “Ehi, Marco, domani sera sei libero? Ho un altro video da farti vedere.”
Il cuore mi salta di nuovo in gola. “Sì, sono libero,” rispondo, troppo in fretta. Lui sorride, un sorriso che dice tutto senza dire niente.
“Allora ci vediamo. Porta le birre, però. Le hai finite tutte stasera,” ride, dandomi una pacca sulla schiena. Chiudo la porta dietro di me, scendo le scale, e mentre cammino sotto la pioggia sento ancora il sapore di lui in bocca, il bruciore del desiderio che non posso spegnere. Domani sera sarò di nuovo lì, sotto la scrivania, e non vedo l’ora.
Tornato a casa, mi butto sul letto senza nemmeno togliermi i vestiti. Fisso il soffitto, la mente che ripete ogni istante di quello che è successo. La sensazione della sua pelle sotto le dita, il suono dei suoi gemiti, il calore del bicchiere tra le mani. Non posso toccarmi, non ancora, non senza di lui. È una regola che mi sono imposto, anche se non so perché. Chiudo gli occhi, ma il sonno non arriva. Domani sera. Sotto la scrivania. È tutto quello che riesco a pensare. È tutto quello che voglio.
Il giorno dopo, il tempo sembra non passare mai. Ogni ora è un’agonia, ogni minuto un conto alla rovescia. Quando finalmente arriva la sera, mi presento a casa sua con un pacchetto di birre sotto il braccio. Giovanni mi apre la porta con un ghigno, già in maglietta e pantaloni della tuta. “Puntuale come sempre,” dice, facendomi entrare. La stanza è la stessa di ieri, lo stesso odore di birra e disordine. Ci sediamo, beviamo, parliamo di niente. Ma l’aria è carica, lo sappiamo entrambi. Non c’è bisogno di dirlo.
Dopo una mezz’ora, lui si alza e va alla scrivania. “Pronto per un nuovo spettacolo?” mi chiede, accendendo il computer. Non rispondo, mi limito ad annuire. Mi alzo, mi inginocchio, scivolo sotto la scrivania. Il rituale ricomincia. La moquette sotto le ginocchia, l’odore del suo corpo, il suono del video che parte. La mia mano si muove, lenta all’inizio, poi più veloce. Lui non mi guarda, non mi parla, se non per darmi ordini secchi. “Più forte.” “Non fermarti.” “Così, cazzo.”
Il suo cazzo è duro, caldo, pesante. Lo stringo, lo muovo, sento ogni contrazione, ogni pulsazione. Il liquido preseminale mi bagna le dita, l’odore mi riempie la testa. Il desiderio mi brucia dentro, ma non posso fare niente per me stesso. Esisto solo per lui, per questo momento. Quando è vicino, prende il bicchiere, lo posiziona. “Prendi tutto, dai. Non sprecare niente,” dice, la voce tesa. Viene con un gemito profondo, schizzi caldi che finiscono nel bicchiere. Poi me lo passa, come sempre, senza guardarmi.
“Bevi. Te lo sei guadagnato,” dice, richiudendosi i pantaloni. Lo faccio, il sapore amaro che mi riveste la lingua, il calore che mi scende in gola. Non dico niente, esco da sotto la scrivania, mi rimetto seduto sul divano. Lui ride, mi passa un’altra birra. “Sei proprio strano, Marco. Ma sai che c’è? Mi piace averti intorno.”
Sorrido, ma non rispondo. Bevo, guardo la TV, ma dentro di me c’è solo il pensiero di tornare lì, sotto la scrivania, domani, dopodomani, tutte le volte che lui vorrà. È il mio posto. È dove voglio essere.
