Costretto a guardarli scopare (parte 3)
Mi chiamo Alex, e le settimane dopo quella sera in cui leccai i piedi di Enrico mentre scopava Gabriella furono un lento scivolare in qualcosa che non capivo più. Non c’era stata una “parte 2” drammatica subito dopo: Enrico non era tornato a casa nostra il giovedì seguente come in un film porno. Era sparito per dieci giorni. Nessun messaggio diretto a me, solo qualche foto mandata a Gabriella che lei mi mostrava con un sorrisetto – lui in palestra, lui in montagna, lui con una birra in mano. Lei non parlava più dell’episodio, ma cambiò in modo sottile: mi baciava con più possesso, mi teneva la mano più stretta quando camminavamo, mi chiedeva la sera «Ti è piaciuto guardarmi?» mentre mi masturbava piano, senza lasciarmi venire finché non rispondevo «Sì… mi è piaciuto». Io annuivo, venivo forte, poi piangevo in silenzio nel cuscino, odiandomi per quanto ero debole. Psicologicamente ero un groviglio: gelosia che mi mangiava vivo, vergogna per essermi eccitato, terrore di perderla, ma anche un desiderio malato di rivivere quella sensazione di essere nulla, di essere usato.
Poi, un venerdì di fine settembre, Gabriella tornò dal lavoro con gli occhi che brillavano in modo diverso. Cucinò la carbonara – la mia preferita – mise una bottiglia di rosso, accese le candele. Sembrava normale, quasi dolce. Dopo cena si sedette sulle mie ginocchia, mi baciò lento.
«Amore… stasera usciamo. Una serata diversa. Enrico ci ha invitati.»
Il cuore mi cadde nello stomaco.
«Dove?»
«Un club privato. Lui è socio da anni. Niente di estremo… solo per chiacchierare, bere, vedere gente. Ma… c’è una regola: tu vieni come ti dico io.»
Mi portò in camera. Mi fece spogliare. Nudo davanti allo specchio, cazzo già mezzo duro per l’ansia. Mi porse un perizoma nero minuscolo, di cotone sottile, quasi trasparente.
«Solo questo.»
Poi prese un calzino tecnico nero – lo stesso che aveva usato al trekking, o uno uguale – lo arrotolò e me lo infilò in bocca, profondo, fino a farmi lacrimare per il conato. Sapore acre di sudore vecchio, cotone umido, odore che mi invase le narici. Strappò un pezzo di scotch da pacchi marrone, me lo appiccicò sulla bocca, premendo forte. Non potevo parlare, solo mugugnare.
Mi mise un collare di pelle nera semplice, con anello D. Agganciò un guinzaglio corto di catena. Niente altro. Nudo tranne il perizoma e il collare, bocca tappata, faccia già rossa per la vergogna. Gabriella si vestì di nero: top cropped attillato che le lasciava la pancia nuda, gonna di pelle corta, stivali alti fino al ginocchio con tacco basso. Sexy, dominante, ma credibile – non da film, da ragazza che sa cosa vuole.
Enrico passò a prenderci alle 22:15. Jeans neri aderenti, maglietta nera aderente sui pettorali, stivali da moto. Mi guardò dalla testa ai piedi, sorrise lento.
«Bravo cuck. Sei pronto.»
In macchina mi fecero sedere dietro, guinzaglio tenuto da Gabriella. Enrico guidò verso la periferia est, un capannone industriale riconvertito. Porta nera senza insegna, buttafuori che salutò Enrico con un cenno complice e mi squadrò ridendo piano.
«Il nuovo sub?»
Enrico annuì. «Sì. È bravo.»
Dentro: luci rosse soffuse, musica techno bassa, odore di pelle, sudore, lattice e incenso. Gente in abiti fetish credibili – harness, pantaloni di pelle, corsetti, maschere semplici – non esagerato come nei film, ma reale, quotidiano per chi frequenta. Enrico salutava tutti: pacche sulla spalla, baci sulle guance, presentazioni veloci. Era di casa, rispettato, non un novellino.
Ci portò in un angolo con divani bassi e pouf. Due suoi amici erano già lì: Marco, 34 anni, ex pugile, fisico pesante, pantaloni cargo neri e harness sul petto nudo; Luca, 37 anni, tatuaggi ovunque, jeans strappati e stivali militari. Mi guardarono come un oggetto.
Enrico mi fece inginocchiare tra loro.
«Ragazzi, lui è Alex. Il ragazzo di Gabriella. Stasera è il nostro giocattolo.»
Marco rise grasso. «Faccia da schiaffi. Vediamo.»
Mi schiaffeggiò per primo. Uno schiaffo pesante, aperto, che mi fece girare la testa. Bruciore immediato, guancia in fiamme. Il cazzo sobbalzò nel perizoma. Luca seguì: schiaffo sulla destra, più secco. Enrico chiuse il cerchio: schiaffo sulla sinistra, poi un altro, alternando. Tre uomini che mi schiaffeggiavano in sequenza, colpi ritmati, non violenti ma umilianti. Ogni smack un’esplosione di dolore e vergogna, lacrime che colavano libere, guance gonfie e rosse come pomodori maturi.
«Guarda come arrossisce… sembra una ragazzina.»
«Senti il rumore… smack! Piange già.»
«Il cazzetto si indurisce a ogni colpo. Patetico.»
Schiaffeggiarono per quasi dieci minuti, girandomi il viso come una bambola. La faccia mi bruciava, gonfia, calda, lacrime che colavano sul collo e sul petto. Io mugugnavo attraverso lo scotch, eccitato da morire, perizoma bagnato di pre-sborra. Psicologicamente era devastante: sentirmi un bersaglio da colpire per il loro divertimento, esposto in un posto pubblico, deriso da sconosciuti mentre Gabriella guardava sorridendo.
Poi mi fecero sdraiare a pancia in su sul pavimento freddo. Diventai il loro poggiapiedi umano. Enrico si sedette su un pouf basso, appoggiò i piedi nudi (stivali tolti) sul mio petto. Marco mise i suoi stivali militari sulle mie cosce, Luca i piedi nudi sullo stomaco. Pesanti, sudati, odore forte che mi invadeva le narici nonostante la bocca tappata.
Gabriella si sedette in braccio a Enrico, iniziò a limonarlo profondo: lingue che si intrecciavano, mani di lui sotto la gonna che le palpavano il culo, gemiti bassi. Marco e Luca la guardavano, ridevano, ogni tanto spostavano i piedi per darmi un calcio leggero sulla faccia o sullo stomaco.
«Guarda la tua ragazza, Alex. Limona con me mentre tu fai da tappeto umano.»
Gabriella gemeva nel bacio, si strusciava su di lui.
«Mmm… il tuo ragazzo è comodo. Piedi caldi sul petto, vero Alex?»
Umiliazione che mi consumava: nudo, bocca tappata, faccia rossa e gonfia, piedi sudati sul corpo mentre lei baciava un altro, i suoi amici che mi usavano come mobilia, ridendo e commentando.
«Senti come respira affannato… gli piace da morire essere calpestato.»
«Il cazzo gli tira il perizoma… patetico.»
Dopo mezz’ora Luca si alzò: «Io vado da un’altra sub. Divertitevi.»
Gabriella ed Enrico mi lasciarono con Marco. Lui prese il guinzaglio, mi fece alzare in ginocchio.
«Vieni con me, cagnetto.»
Mi portò in uno stanzino laterale: porta chiusa, luci basse, materasso sottile per terra, odore di disinfettante e sesso vecchio. Mi fece inginocchiare, strappò lo scotch dalla bocca – bruciore sulla pelle – e tirò fuori il calzino bagnato. Tossii, respirai forte, gola secca.
«Apri.»
Si slacciò i pantaloni, tirò fuori il cazzo duro, spesso, venoso. Me lo infilò in bocca senza preavviso, spingendo fino in gola. Mani nei capelli, scopò la mia bocca con ritmo brutale: spinte profonde che mi facevano lacrimare, conati che soffocavo, saliva che colava sul mento.
«Succhia, troia. Forte. Usa la lingua.»
Scopò per dieci minuti buoni, grugnendo, insultandomi:
«Brava femminuccia… gola profonda come una puttana da strada. Il tuo cazzo è inutile, il tuo posto è questo.»
Venne in gola, sperma caldo e denso che mi riempì la bocca. Ingoiai tossendo, lacrime che scorrevano.
«Bravo. Ora torniamo.»
Mi rimise il calzino in bocca, scotch nuovo. Ma stavolta: «A quattro zampe. Cammina.»
Mi trascinò fuori dallo stanzino, in mezzo alla sala principale. Io a carponi, nudo col perizoma, faccia gonfia e rossa, bocca tappata, guinzaglio teso. La sala era piena: 40-50 persone, musica techno, corpi in latex e pelle. Tutti guardavano, ridevano forte, indicavano, commentavano ad alta voce:
«Guarda quel cuck… a quattro zampe come un cane.»
«Faccia da schiaffi… l’hanno picchiato per bene.»
«Senti come mugugna… gli piace da morire.»
«Che patetico… il ragazzo di Gabriella ridotto così.»
Umiliazione assoluta: strisciare sul pavimento appiccicoso di birra e sudore, ginocchia che bruciavano, gente che mi sfiorava con i piedi, rideva, qualcuno mi diede un calcio leggero sul culo. Lacrime calde, ma il cazzo duro che sfregava contro il perizoma, pre-sborra che colava. Psicologicamente distrutto: sentirmi un animale da esposizione, deriso pubblicamente, ridotto a oggetto di scherno mentre Gabriella e Enrico guardavano ridendo.
Marco mi riportò da loro. Gabriella era in braccio a Enrico, lui le palpava il culo sotto la gonna.
«Ecco il nostro cagnetto. L’ho usato bene in stanzino.»
Gabriella rise, mi accarezzò la testa con finta pietà.
«Bravo Alex. Sei stato un ottimo giocattolo stasera.»
Enrico mi diede un calcio leggero sul fianco.
«La prossima volta ti facciamo scopare da tutti. O ti mettiamo in una gabbia.»
Tornammo a casa alle 4 del mattino. Gabriella mi tolse il calzino in macchina, mi baciò piano sulle labbra gonfie.
«Ti amo, Alex. Sei perfetto così: debole, sottomesso, nostro.»
Io annuii, lacrime silenziose, cazzo ancora duro, umiliazione che mi consumava l’anima.
Sapevo che ci sarebbe stata una prossima volta.
E che l’avrei implorata di portarmici di nuovo.
