Mi sono fatto inculare per poter pagare l’affitto
Non so nemmeno come sono arrivato a questo punto. Ho 33 anni, un lavoro di merda come fattorino che non mi paga abbastanza, e l’affitto da due mesi in arretrato. Il padrone di casa mi ha dato una settimana, altrimenti mi sbatte fuori. Non ho nessuno a cui chiedere soldi, né amici né famiglia. Sono solo, disperato. E poi c’è lui, il vicino di casa, Lorenzo, 28 anni, un tipo strano, sempre con quel sorrisetto da stronzo. Lavora in un’officina, ha i soldi, e lo sa che sono nella merda. Mi ha visto l’altro giorno mentre caricavo pacchi sotto casa, sudato e incazzato, e mi ha detto: “Se hai bisogno di una mano, parliamone”. Io ho capito subito che non era solo gentilezza. C’era qualcosa nei suoi occhi, un luccichio che mi ha fatto gelare il sangue.
Ieri sera, dopo aver contato le ultime monete che avevo in tasca, sono andato da lui. Non volevo, giuro, ma non avevo scelta. Ho bussato alla sua porta, col cuore in gola. Mi ha aperto in canottiera, con una birra in mano, e mi ha fatto entrare. Il suo appartamento puzzava di fumo e olio motore. Mi sono seduto sul divano, rigido come un palo, e gli ho spiegato tutto. “Mi servono 600 euro, Lorenzo. Non so come fare. Te li restituisco, giuro.” Lui mi ha guardato, ha preso un sorso di birra e ha detto: “Posso darteli. Ma voglio qualcosa in cambio.” Ho sentito una stretta allo stomaco. Sapevo cosa intendeva. Ho fatto finta di niente, ho chiesto: “Cosa vuoi dire?” E lui, senza giri di parole: “Voglio il tuo culo. Una notte. Poi i soldi sono tuoi.” Mi sono sentito morire. Ho balbettato qualcosa, tipo che non sono gay, che non l’ho mai fatto, ma lui ha riso: “Non mi frega niente. È un affare. Decidi tu.”
Ho passato la notte a pensarci. Mi sentivo uno schifo, ma non vedevo altre strade. Stamattina sono tornato da lui, con la faccia da funerale. “Va bene,” ho detto, quasi sottovoce. Lui ha sorriso, un sorriso da predatore, e ha tirato fuori i soldi dal portafoglio, mettendoli sul tavolo. “Prima il pagamento, poi il resto,” ha detto. Ho annuito, senza guardarlo negli occhi. Ero imbarazzato da morire, mi tremavano le mani. Mi ha offerto una birra per “rilassarmi”, e io l’ho presa, anche se non volevo. Abbiamo bevuto in silenzio, ma sentivo i suoi occhi su di me. Poi mi ha messo una mano sulla coscia. Ho sobbalzato, ma non ho detto niente. “Tranquillo,” ha sussurrato, “non ti faccio male. Non troppo.” Mi sono sentito un idiota, un disperato, ma ero lì, e ormai non potevo tornare indietro.
Mi ha portato in camera sua. Il letto era sfatto, le lenzuola sgualcite. Mi ha detto di spogliarmi, con un tono che non ammetteva repliche. Io l’ho fatto, lentamente, con la vergogna che mi bruciava la faccia. Ero in mutande, e lui mi guardava come un lupo guarda la preda. Si è avvicinato, mi ha tirato giù le mutande con un gesto secco. Mi sono sentito nudo in tutti i sensi, vulnerabile. Ha iniziato a toccarmi, prima le braccia, poi il petto, scendendo piano. Io ero rigido, non sapevo cosa fare. “Rilassati, cazzo,” ha detto, e mi ha spinto sul letto, a pancia in giù. Ha preso un tubetto di lubrificante dal comodino e ha iniziato a spalmarmelo sul culo. Le sue dita erano fredde, scivolose, e io stringevo i denti, con la faccia schiacciata contro il cuscino. Mi sentivo umiliato, ma cercavo di non pensarci. “Respira,” mi ha detto, mentre infilava un dito, poi due. Faceva male, un bruciore strano, ma ho stretto i denti. Non volevo dargli la soddisfazione di vedermi cedere. Ha continuato per un bel po’, parlando a bassa voce, dicendo cose tipo “Vedrai che ti piace” o “Sei stretto, cazzo, mi fai impazzire”. Io non rispondevo, volevo solo che finisse.
Poi si è spogliato. Ho sentito il rumore della cintura che cadeva, il fruscio dei vestiti. Si è messo dietro di me, in ginocchio sul letto. Ho sentito il suo respiro pesante, il calore del suo corpo. Mi ha aperto le gambe con le mani, e ho sentito la punta del suo cazzo premere contro di me. “Piano,” ho detto, con la voce che tremava. Lui ha riso, un risolino bastardo, e ha detto: “Tranquillo, ci vado piano.” Ma non era vero. Ha spinto, lento ma deciso, e io ho sentito un dolore acuto, come se mi stesse spaccando. Ho stretto le lenzuola, mordendomi il labbro per non urlare. “Cazzo, sei stretto,” ha grugnito, mentre continuava a spingere, centimetro dopo centimetro. L’odore di sudore e lubrificante mi riempiva le narici, il suono dei suoi respiri affannosi mi rimbombava nelle orecchie. Quando è entrato del tutto, si è fermato un attimo, lasciandomi abituare. Io ero un disastro, sudato, con la testa che girava. Poi ha iniziato a muoversi, dentro e fuori, con un ritmo lento ma costante. Ogni spinta era un mix di dolore e una strana sensazione che non riesco a spiegare. “Ti piace, eh?” ha detto, ansimando. Io non ho risposto, ma lui ha continuato a parlare, a dirmi porcate, a chiamarmi troia. Mi sentivo uno schifo, ma il mio corpo reagiva, nonostante tutto.
Ha accelerato, le sue mani mi stringevano i fianchi così forte che sentivo i lividi formarsi. Mi ha tirato su, mettendomi a quattro zampe, con le ginocchia che tremavano. Ha continuato a scoparmi, più forte, più veloce, il rumore dei nostri corpi che sbattevano era l’unica cosa che sentivo, oltre ai suoi gemiti e ai miei respiri spezzati. “Cazzo, sto per venire,” ha detto, e io ho solo annuito, troppo distrutto per parlare. Ha spinto ancora un paio di volte, con forza, e poi l’ho sentito irrigidirsi, un gemito gutturale mentre si svuotava dentro di me. Sono rimasto lì, fermo, con il fiato corto, mentre lui si ritirava piano. Mi sono sdraiato sul letto, stanco, sporco, con una sensazione di vuoto dentro. Lui si è alzato, si è pulito con una salvietta e ha detto: “I soldi sono tuoi. Te li sei guadagnati.” Io non ho detto niente, mi sono rivestito in silenzio, con la vergogna che mi pesava come un macigno.
