Non devo più fingere di essere forte
Sono un avvocato penalista di 38 anni. Passo le mie giornate in aula, a comandare, a far tremare testimoni e avversari con la mia voce e il mio sguardo. Fuori dal tribunale, a casa, sono sempre stato lo stesso: deciso, sicuro, quello che prende le decisioni. Mia moglie, Laura, 36 anni, ha sempre seguito il mio passo, o almeno così credevo. Fino a qualche mese fa, quando tutto è cambiato. Ha iniziato una relazione con il suo fisioterapista, Marco, 34 anni. Un tipo tranquillo, dolce a prima vista, ma con una fermezza che ti spiazza. Non me l’aspettavo. Non da lei, non da lui, non da me stesso.
La prima volta che me l’hanno detto ero sul divano, una sera dopo cena. Laura era seduta accanto a Marco, le sue mani sul suo ginocchio come se fosse la cosa più normale del mondo. Io li guardavo, con una birra in mano, un po’ stanco dopo una giornata in tribunale. Marco mi ha fissato dritto negli occhi e ha detto, con quella voce calma ma che non ammette repliche: “Da oggi in casa non ti chiamiamo più col tuo nome. Ti chiamiamo ‘piccolo’ o ‘cocco’. Se sbagli, c’è la punizione.” Laura ha sorriso, un sorriso che non le avevo mai visto, un misto di malizia e potere. Io ho riso, pensando fosse uno scherzo. “Ma dai, che cazzate dite?” ho detto, scuotendo la testa. Non ridevano. Marco ha tirato fuori un frustino leggero, di quelli da gioco erotico, e l’ha posato sul tavolo. “Ridi pure, piccolo,” ha detto. “Ma se non fai come diciamo, lo senti sulle cosce.” Non ci credevo ancora, ma qualcosa nel loro tono mi ha fatto tacere.
Nei giorni successivi, ho capito che non scherzavano. La prima volta che ho provato a rispondere male a Laura, lei mi ha guardato con un’espressione dura. “Hai sbagliato, cocco,” ha detto, e mi ha fatto piegare sulle ginocchia. Marco era lì, che osservava. Il frustino mi ha colpito sulle cosce, non forte, ma abbastanza da farmi arrossire la pelle. E non solo quella. Mi sono sentito umiliato, ma anche… strano. Come se una parte di me, nascosta da anni, stesse uscendo fuori. Non dovevo più essere il forte, il leader. Potevo lasciare che decidessero loro.
Le regole sono diventate più dure. Marco si ferma a dormire due notti a settimana. Io non dormo più nel letto con Laura. Mi hanno messo una brandina in corridoio, vicino alla loro stanza. La mattina, mi alzo presto e preparo la colazione per loro. Nudo. E con un plug dentro, uno di quelli che vibrano. Laura ha il telecomando, e ogni tanto lo accende mentre mescolo il caffè o taglio la frutta. Mi guarda con quel sorriso sadico e dice: “Muoviti, piccolo, o aumento l’intensità.” Io stringo i denti, sento il calore e il fastidio, ma obbedisco. Marco, seduto al tavolo, legge il giornale e ogni tanto alza lo sguardo per controllare. “Bravo, cocco,” dice, come se fossi un cane che ha portato la pallina.
La vergogna mi uccide quando sono solo. Mi chiudo in bagno, guardo lo specchio e vedo un uomo che non riconosco. Piango, in silenzio, perché non voglio che mi sentano. Ma quando sono con loro, non so perché, mi sento… al sicuro. Come se non dover decidere, non dover dimostrare niente, fosse una liberazione. È una sensazione che mi confonde, che mi fa schifo ma che non riesco a ignorare.
Le cose sono andate avanti così per settimane. Ogni sera, quando sono in camera loro, io rimango fuori, vicino alla porta socchiusa. Li guardo. Laura con le gambe aperte, Marco sopra di lei, i loro corpi che si muovono insieme. Sento i loro gemiti, il rumore della pelle che sbatte, l’odore del sudore che arriva fino a me. Vorrei toccarmi, e a volte inizio, ma se Marco se ne accorge mi ferma. “Niente mani, piccolo,” dice, senza nemmeno guardarmi. “Se vuoi venire, chiedi il permesso.” Quasi mai me lo danno. Resto lì, con le mani lungo i fianchi, il respiro corto, a guardarli mentre loro godono e io no.
Una sera, però, è successo qualcosa di diverso. Ero in cucina, stavo lavando i piatti dopo cena. Marco è entrato, con una maglietta aderente che gli metteva in mostra le braccia muscolose. Si è appoggiato al bancone, mi ha guardato per un attimo e poi ha detto: “In ginocchio, piccolo.” Non so perché, ma non ci ho nemmeno pensato. Sono caduto in ginocchio davanti a lui, il pavimento freddo sotto di me. Laura era sulla soglia, con un bicchiere di vino in mano. Ha riso, una risata bassa, quasi crudele. “Vedi?” ha detto a Marco. “Il piccolo ha imparato il suo posto.” Io ho abbassato lo sguardo, sentendo il viso bruciare di vergogna. Marco si è chinato, mi ha preso il mento con due dita e mi ha costretto a guardarlo. “Bravo, cocco,” ha detto. “Stasera ti facciamo vedere qualcosa di speciale. Ma devi meritartelo.”
Mi hanno portato in salotto. Ero ancora nudo, il plug spento per il momento. Laura si è seduta sul divano, con le gambe incrociate, la gonna corta che lasciava intravedere le cosce. Marco si è messo accanto a lei, un braccio intorno alle sue spalle. “Vieni più vicino, piccolo,” ha detto Laura, con quel tono che ormai conosco fin troppo bene. Mi sono avvicinato, sempre in ginocchio, fino a essere a un metro da loro. “Guardaci bene,” ha detto Marco. “E non toccarti, chiaro?” Ho annuito, sentendo il cuore battere forte. Non era solo eccitazione, era anche paura, un senso di impotenza che mi stringeva lo stomaco.
Laura si è girata verso Marco e ha iniziato a baciarlo, lentamente. Le loro lingue si sfioravano, le mani di lui le accarezzavano la schiena, scendendo fino al sedere. Lei ha sospirato piano, un suono che mi ha fatto venire i brividi. Poi si è tolta la maglietta, restando con il reggiseno nero, la pelle chiara che sembrava brillare sotto la luce della lampada. Marco le ha slacciato il reggiseno con un gesto secco, facendolo cadere a terra. I suoi seni erano pieni, i capezzoli già duri. Lui ci ha passato sopra le dita, pizzicandoli appena, e lei ha chiuso gli occhi, mordendosi il labbro. “Ti piace, eh?” ha detto Marco, con un sorriso. “Aspetta di vedere cosa viene dopo.” Io ero lì, immobile, il respiro pesante. Avrei voluto fare qualcosa, qualsiasi cosa, ma sapevo che non potevo.
Laura si è alzata, si è tolta la gonna e le mutandine, restando completamente nuda. Il suo corpo era perfetto, le curve che conoscevo così bene ma che ora sembravano appartenere a un’altra persona. Si è messa a cavalcioni su Marco, che nel frattempo si era tolto i pantaloni. Il suo uccello era già duro, grosso, con le vene in evidenza. Laura ci ha passato sopra una mano, guardandolo con un’espressione di pura voglia. “Lo vuoi, vero?” ha detto Marco, con quella voce profonda. “Prendilo, allora.” Lei si è abbassata piano, facendolo entrare dentro di sé, un movimento lento che mi ha fatto stringere i pugni. Ha iniziato a muoversi su e giù, gemendo piano, mentre le mani di Marco le stringevano i fianchi. “Più forte,” ha detto lui, spingendola verso il basso con più decisione. Laura ha accelerato, il suono dei loro corpi che sbattevano riempiva la stanza. L’odore del sesso, sudore e fluidi, era così forte che quasi lo sentivo in bocca.
Io li guardavo, paralizzato. Ogni tanto Laura mi lanciava un’occhiata, un sorriso cattivo sulle labbra. “Ti piace guardare, piccolo?” ha detto, senza smettere di muoversi. “Rispondi, cazzo.” Ho balbettato un “sì”, con la voce tremante. Marco ha riso. “Bravo, cocco. Stai fermo lì e goditi lo spettacolo. Niente mani, eh.” Mi sentivo bruciare, il desiderio e l’umiliazione che si mescolavano in un modo che non riuscivo a capire. Il plug dentro di me era spento, ma lo sentivo comunque, un promemoria costante di chi comandava.
Dopo un po’, Laura si è fermata, ansimando. Si è tirata indietro, lasciando Marco seduto sul divano. “Girati,” le ha detto lui, con tono deciso. Lei ha obbedito, mettendosi a quattro zampe sul divano, il sedere verso di lui. Marco si è posizionato dietro, le ha dato una leggera sculacciata che l’ha fatta sobbalzare, poi è entrato di nuovo dentro di lei con una spinta forte. Laura ha gridato, un suono acuto di piacere misto a sorpresa. “Cazzo, sì,” ha detto, con la voce roca. “Dammi tutto, Marco.” Lui ha iniziato a spingere con ritmo, ogni colpo più forte del precedente, le sue mani che le stringevano i fianchi così forte da lasciare segni rossi. Io vedevo tutto, ogni dettaglio: il modo in cui il corpo di Laura tremava a ogni spinta, il sudore sulla schiena di Marco, il modo in cui le sue palle sbattevano contro di lei. Il rumore era quasi ipnotico, uno schiaffo umido che si ripeteva senza sosta.
“Guardalo, il piccolo,” ha detto Laura tra un gemito e l’altro, voltandosi appena verso di me. “Sta morendo dalla voglia, vero? Poverino.” Marco ha riso, senza rallentare. “Vuoi toccarti, cocco?” mi ha chiesto. “Dillo forte.” Ho esitato, poi ho mormorato: “Sì, per favore.” Laura ha riso ancora. “Per favore? Che carino. Dai, Marco, facciamolo soffrire ancora un po’.” Lui ha annuito, spingendo più forte dentro di lei. “Niente da fare, piccolo. Guarda e basta.”
Hanno continuato così per quella che mi è sembrata un’eternità. Laura ha cambiato posizione, sdraiandosi sulla schiena con le gambe spalancate, Marco sopra di lei che la penetrava con forza. I suoi seni rimbalzavano a ogni spinta, e lei si mordeva le labbra, gli occhi socchiusi. “Sto per venire, cazzo,” ha detto a un certo punto, la voce spezzata. Marco ha accelerato, grugnendo, i muscoli tesi. “Vieni con me,” le ha detto, e dopo pochi secondi lei ha urlato, il corpo che si inarcava sotto di lui. Anche Marco ha raggiunto l’orgasmo, con un gemito profondo, restando fermo dentro di lei per qualche istante prima di tirarsi indietro. Il suo uccello luccicava di fluidi, e Laura era ansimante, le cosce tremanti.
Mi hanno guardato entrambi, sudati, con espressioni soddisfatte. “Bravo, piccolo,” ha detto Marco, passandosi una mano tra i capelli. “Hai guardato senza muoverti. Magari la prossima volta ti facciamo partecipare un po’ di più.” Laura ha sorriso, tirandosi su a sedere. “Ma solo se ti comporti bene, cocco,” ha aggiunto, con un tono che mi ha fatto rabbrividire. Io sono rimasto lì, in ginocchio, il corpo che bruciava di desiderio insoddisfatto, ma allo stesso tempo con una strana calma dentro. Non dovevo decidere, non dovevo essere niente se non quello che mi dicevano di essere. E in quel momento, per quanto fosse assurdo, mi bastava.
