Racconti Piccanti
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La visita medica di gruppo

La visita medica di gruppo

20 Marzo 2026·8 min di lettura

Sono Davide, ho 27 anni e sono il capitano della nostra squadra di rugby dilettantistica. Non è che siamo dei professionisti, ma ci mettiamo il cuore e sudiamo come matti in ogni partita. Ho un fisico massiccio, spalle larghe, cosce che sembrano tronchi, ma c’è una cosa che mi ha sempre fatto sentire a disagio: il mio basso ventre. Non sono proprio scolpito come certi compagni, ho un po’ di pancetta, e ogni volta che mi spoglio nello spogliatoio faccio in modo di non attirare troppa attenzione. Non è che me ne freghi più di tanto, ma sai com’è, in un gruppo di maschi alfa c’è sempre qualcuno pronto a sfottere.

Quel giorno, dopo l’allenamento, eravamo tutti nello spogliatoio, ancora sudati e con le maglie appiccicate alla pelle. L’odore di terra bagnata e sudore riempiva l’aria, un misto che conosco bene e che ormai quasi non sento più. Il coach ci aveva avvisati che sarebbe arrivato un medico sportivo per un controllo obbligatorio, una di quelle visite di routine per assicurarsi che siamo tutti a posto. Niente di che, pensavo, un’occhiata veloce e via. Ma quando il medico è entrato, un tipo sulla cinquantina con un camice bianco e un’aria da burocrate, ha detto chiaro e tondo: “Ragazzi, dobbiamo fare un controllo completo. Tutti nudi, in fila. È la procedura.”

Mi sono sentito gelare. Ho guardato i miei compagni, sperando che qualcuno protestasse, ma la maggior parte ha alzato le spalle o ha fatto una risata, come se fosse normale. Io, invece, ho sentito il cuore battermi più forte. Ho balbettato, con la voce che tremava un po’: “Non possiamo… fare uno alla volta? È… è umiliante, no?” Il medico mi ha fissato con uno sguardo che non ammetteva repliche. “È la regola. Non c’è niente di cui vergognarsi, siete atleti.” Ho sentito le guance diventarmi rosse, un calore che mi saliva dal collo. Non volevo fare la figura del fifone davanti a tutti, così ho abbassato lo sguardo e ho annuito, anche se dentro di me stavo maledicendo tutto e tutti.

Uno dopo l’altro, i ragazzi hanno iniziato a spogliarsi. Io sono rimasto per ultimo, temporeggiando con la scusa di slacciarmi le scarpe. Quando finalmente mi sono tolto la maglietta e i pantaloncini, mi sono sentito nudo in tutti i sensi. Non solo per la pelle esposta, ma per quello sguardo collettivo che sentivo su di me. Mi sono messo in fila, cercando di tenere gli occhi fissi davanti, le braccia lungo i fianchi, ma non potevo fare a meno di notare i corpi degli altri. C’era Marco, il nostro estremo, con un fisico da statua greca; Luca, il mediano, con le cicatrici di mille placcaggi; e poi gli altri, tutti a loro agio, che scherzavano e ridevano come se stessimo bevendo una birra al pub.

Il medico ha iniziato l’ispezione, passando da uno all’altro. Era tutto molto clinico, almeno all’inizio: ci toccava le spalle, controllava la postura, palpava i muscoli per verificare eventuali infiammazioni. Ma quando è arrivato al basso ventre, le sue mani si sono fatte più insistenti, spostandosi verso l’inguine per controllare i linfonodi o chissà cosa. Ho sentito un brivido, non di freddo, ma di qualcosa che non riuscivo a definire. Era strano, imbarazzante, ma anche… eccitante, in un modo che non volevo ammettere. Ho cercato di concentrarmi su altro, sul muro scrostato dello spogliatoio, sul rumore delle docce in lontananza, ma non ci riuscivo.

Quando il medico è arrivato a me, ero un fascio di nervi. Mi ha toccato con freddezza, ma ogni contatto mi faceva sobbalzare dentro. Ho sentito Marco, che era accanto a me, ridacchiare e dire: “Guarda che cappella timida, Davide! Sembra che si nasconda!” Gli altri sono scoppiati a ridere, e io ho sentito il sangue salirmi alla testa. Ho provato a rispondere, ma mi è uscito solo un mezzo borbottio: “Fottiti, Marco.” Lui ha riso ancora più forte: “Tranquillo, cap, non ti stiamo mica giudicando… per ora!”

Il medico ha terminato il controllo e ci ha detto di rivestirci, ma mentre usciva dalla stanza per compilare le sue carte, qualcosa nell’aria è cambiato. Eravamo ancora tutti nudi, in fila, e nessuno sembrava avere fretta di mettersi i vestiti. Non so chi abbia iniziato, forse Luca, ma a un certo punto qualcuno ha detto: “Ehi, visto che siamo qui… perché non misuriamo chi ce l’ha più duro?” È scoppiata una risata generale, e io, che di solito sono il primo a tirarmi indietro in queste cazzate, non so perché ma ho sentito una specie di sfida. Forse era l’adrenalina, forse il bisogno di non sembrare il debole del gruppo. Ho scrollato le spalle e ho detto: “Ok, ma non fate i froci, eh.”

Non so come, ma in pochi secondi ci siamo ritrovati a guardarci l’uno con l’altro, e non era più solo una battuta. Alcuni avevano già un principio di erezione, e la cosa mi ha colpito. Non era solo imbarazzo, c’era una tensione, un’energia che non avevo mai sentito prima in quello spogliatoio. Marco, con quel suo sorrisetto da stronzo, si è avvicinato e ha detto: “Dai, cap, facci vedere cosa sai fare.” Io ho cercato di mantenere la calma, ma sentivo il corpo rispondere, il sangue che mi scaldava dappertutto. “Non fare il coglione,” ho risposto, ma la mia voce non era convincente.

Siamo finiti vicino al lettino medico, quello dove di solito ci fanno sdraiare per i massaggi. Luca ha detto: “Ok, basta cazzate, vediamo chi comanda davvero.” E da lì è partito tutto. Non so come, ma mi sono ritrovato sdraiato sul lettino, con Marco che mi teneva per le spalle e Luca che mi guardava con un’espressione che non gli avevo mai visto. “Rilassati, Davide,” ha detto Marco, con un tono che non era più solo scherzoso. “Vedrai che ti piace.” Io ho provato a dire qualcosa, ma le parole mi sono morte in gola. Sentivo le loro mani su di me, ruvide, decise, e il mio corpo che reagiva senza che potessi controllarlo.

All’inizio era solo un gioco di tocchi, di spinte leggere, di parole buttate lì. Marco mi ha afferrato il cazzo con una mano, stringendo appena, e ha detto: “Cazzo, guarda come diventa duro, il cap.” Io ho chiuso gli occhi, sentendo un misto di vergogna e piacere che non riuscivo a gestire. “Smettila di fare lo stronzo,” ho mormorato, ma non c’era convinzione nella mia voce. Luca si è chinato vicino a me, il suo respiro caldo sul mio collo, e ha detto: “Tranquillo, non lo diciamo a nessuno.” E poi ha iniziato a leccarmi il collo, mentre Marco continuava a muovere la mano su e giù, lentamente, facendomi impazzire.

Non so quanto tempo è passato, ma a un certo punto ho smesso di pensare. C’erano mani ovunque, sul mio petto, sulle cosce, e poi ho sentito qualcuno spingersi contro di me. Era Marco, lo capivo dal suo peso, dal suo odore di sudore fresco. Si è posizionato dietro di me, mentre io ero ancora sdraiato sul lettino, e ho sentito il suo cazzo duro premere contro il mio culo. “Cazzo, rilassati,” ha detto, con una voce bassa, quasi un ordine. Io ho stretto i denti, ma non ho detto di no. Non potevo, non volevo. Lo sentivo spingere, piano all’inizio, poi con più forza, e il dolore si è mischiato a una sensazione che non avevo mai provato prima. “Porca troia, sei stretto,” ha grugnito Marco, mentre iniziava a muoversi dentro di me, con un ritmo lento ma deciso.

Intorno a me, gli altri guardavano, qualcuno si toccava, qualcuno rideva, ma non era più solo goliardia. Luca si è messo davanti a me, il suo cazzo duro a pochi centimetri dalla mia faccia. “Dai, cap, non fare il prezioso,” ha detto, spingendolo verso di me. Io ho esitato un attimo, ma poi ho aperto la bocca, sentendo il sapore salato, il calore. Lui ha gemuto, afferrandomi i capelli con una mano, mentre Marco continuava a scoparmi da dietro, ogni spinta più forte della precedente. Il lettino scricchiolava sotto il nostro peso, l’aria era piena di respiri affannosi, di gemiti, di imprecazioni. “Cazzo, sì, così,” ha detto Marco, accelerando il ritmo, mentre io sentivo il corpo tremare, sopraffatto da tutto.

Gli altri si sono uniti, uno dopo l’altro. Non so nemmeno come sia successo, ma a un certo punto ero al centro di tutto, con mani e corpi che mi toccavano ovunque. Uno mi scopava, un altro mi teneva la testa, un altro ancora mi stringeva le cosce. Sentivo l’odore del sudore, della pelle, il rumore dei corpi che si scontravano, i grugniti di piacere. “Porca puttana, Davide, sei una troia,” ha detto qualcuno, e io non ho neanche risposto, perso com’ero in quello che stava succedendo. Ogni tanto alzavo lo sguardo, vedevo i loro occhi pieni di desiderio, di sfida, e mi sentivo trascinato sempre più in fondo, incapace di fermarmi.

Non so quanto è durato, ma quando Marco ha finito, con un ultimo gemito forte, sono passato a un altro, e poi a un altro ancora. Ero sfinito, il corpo dolente ma ancora eccitato, la mente annebbiata. Alla fine, quando anche l’ultimo ha finito, mi sono ritrovato sdraiato sul lettino, il respiro corto, la pelle appiccicosa di sudore e altro. Marco mi ha dato una pacca sulla spalla e ha detto, ridendo: “Cazzo, cap, non pensavo fossi così… disponibile.” Io ho abbozzato un sorriso, troppo stanco per rispondere, ma dentro di me non c’era rimpianto. Ero solo svuotato, in tutti i sensi.

Siamo rimasti lì per un po’, ansimando, senza dire molto. Poi, uno alla volta, abbiamo iniziato a rivestirci, come se niente fosse successo. Nessuno ha fatto commenti, nessuno ha giudicato. Era come un patto tacito: quello che era accaduto nello spogliatoio, rimaneva nello spogliatoio. E mentre mi rimettevo la maglietta, con il corpo ancora caldo e i muscoli che tremavano, ho pensato che, in fondo, non mi importava. Era stato strano, intenso, e in qualche modo liberatorio.

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