Racconti Piccanti
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Una lezione di cazzo duro

Una lezione di cazzo duro

05 Marzo 2026·5 min di lettura

Sono Giulio, ho 34 anni e, diciamocelo, ho fatto una cazzata enorme. Ho scopato Sara, la fidanzata di Giuseppe, il mio migliore amico e socio in affari. Non so nemmeno perché l’ho fatto, forse per noia, forse perché Sara ci stava e io sono un idiota che pensa col cazzo. Ma Giuseppe l’ha scoperto. Mi ha chiamato ieri, incazzato nero, e mi ha detto che o rimedio o sono fuori dalla nostra azienda. Ha detto di presentarmi oggi a un indirizzo, senza spiegazioni. Ho accettato, che altro potevo fare? Non voglio perdere tutto quello che abbiamo costruito.

Arrivo all’indirizzo, un magazzino abbandonato in periferia. Entro e c’è una luce fioca, un odore di polvere e sudore nell’aria. Al centro della stanza c’è un ring improvvisato, tipo quelli da boxe, con delle corde malmesse. Intorno, una decina di tizi in giacca e cravatta, che sembrano usciti da una riunione di lavoro. Tra loro c’è Giuseppe, che mi guarda con un sorrisetto del cazzo. Sul ring c’è un armadio di uomo, alto due metri, muscoloso da far paura, in mutande nere. Mi si gela il sangue. Giuseppe si avvicina e mi sussurra: “Se vuoi rimediare, combatti. Se perdi, lui fa quello che vuole. Davanti a tutti.” Mi guardo intorno, i tizi ridacchiano, e capisco che non ho scelta. Se non lo faccio, sono finito. Salgo sul ring con le gambe che tremano.

Mi tolgo la giacca, resto in maglietta e jeans. Il tipo davanti a me non dice una parola, mi fissa come se fossi un pezzo di carne. Provo a tirare un pugno, ma è come colpire un muro. Lui mi prende per il collo con una mano, mi sbatte contro le corde. Sento il fiato corto, il cuore che mi esplode nel petto. Penso che forse dovrei arrendermi subito, ma poi vedo Giuseppe che mi guarda, soddisfatto, e mi sale una rabbia del cazzo. Provo a colpirlo di nuovo, ma lui mi dà un gancio allo stomaco che mi piega in due. Cado in ginocchio, sputo aria. La folla intorno ride, qualcuno urla: “Finiscilo!” Io sto lì, a terra, e capisco che non ho nessuna chance. Ma non voglio dargliela vinta così facilmente. Mi rialzo, anche se mi tremano le gambe, e lui mi guarda con un ghigno. Poi mi arriva un cazzotto in faccia, vedo tutto nero per un secondo. Cado di nuovo. È finita.

Il tipo mi afferra per i capelli, mi tira su. Mi dice, con una voce profonda: “Togliti i pantaloni.” Io lo guardo, confuso, ma la folla inizia a urlare, a battere le mani. Giuseppe mi fissa, freddo. Capisco che non c’è via d’uscita. Con le mani che tremano, mi slaccio la cintura, faccio cadere i jeans e resto in boxer. Lui mi spinge in ginocchio, mi lega i polsi dietro la schiena con una corda ruvida che mi graffia la pelle. Mi sento umiliato, ma allo stesso tempo c’è una parte di me che si arrende, che vuole solo che finisca in fretta. La folla tace per un momento, come se stesse trattenendo il fiato.

Lui si abbassa le mutande davanti a me. Il suo cazzo è già mezzo duro, grosso, con le vene che pulsano. Mi guarda dall’alto e dice: “Apri la bocca.” Io stringo i denti, ma lui mi tira i capelli così forte che mi esce un gemito. La folla ride di nuovo. Sento l’odore del suo sudore, forte, acre, mentre mi spinge la testa verso di lui. Non voglio, ma so che se non lo faccio sarà peggio. Apro la bocca, e lui me lo infila dentro senza tante cerimonie. È grosso, mi riempie la bocca, quasi mi soffoca. Sento il sapore salato, la consistenza dura contro la lingua. Lui inizia a muoversi, piano all’inizio, spingendo avanti e indietro. Ogni tanto mi tira i capelli, mi guida la testa, e io non posso fare niente con le mani legate. Sento i suoi grugniti, bassi, animaleschi, mentre accelera il ritmo. La folla intorno urla, qualcuno fischia, e io chiudo gli occhi, cercando di non pensarci.

Non so quanto tempo passa, ma ogni spinta sembra durare un’eternità. La mia mascella inizia a fare male, ho la gola secca, ma lui non si ferma. Sento il suo cazzo che mi sbatte in fondo, i suoi peli che mi grattano il mento. Ogni tanto si ferma, lo tira fuori per un secondo, me lo strofina sulla faccia, bagnandomi di saliva e sudore, poi me lo rimette dentro. Dice cose tipo: “Bravo, così, succhia bene.” La sua voce è calma, quasi divertita, e questo mi fa incazzare ancora di più, ma non posso fare niente. La folla è in delirio, sento Giuseppe che ride da qualche parte. Il mio cervello è un casino, da una parte voglio urlare, dall’altra sono solo concentrato a respirare, a non soffocare.

Poi sento il suo respiro cambiare, diventa più veloce, più pesante. Capisco che sta per venire. Mi spinge la testa contro di lui, così forte che non riesco a muovermi, e con un grugnito profondo esplode. Sento il getto caldo che mi riempie la bocca, poi lui lo tira fuori e me lo schizza in faccia. È appiccicoso, mi cola sul mento, sugli occhi. La folla esplode in un applauso, come se fosse uno spettacolo del cazzo. Lui mi lascia andare, mi spinge via con un piede, e io cado di lato, ancora con le mani legate. Resto lì, a terra, con il fiato corto, il sapore in bocca, il viso bagnato. Non guardo nessuno, tengo gli occhi fissi sul pavimento del ring.

Dopo un po’, qualcuno mi slega i polsi. Mi rialzo lentamente, mi pulisco la faccia con la maglietta. Giuseppe si avvicina, mi mette una mano sulla spalla e dice: “Siamo pari. Ma non fare altre cazzate.” Io annuisco, senza dire niente. Non so se sono incazzato, umiliato o semplicemente vuoto. Però una cosa la so: quel fuoco, quella tensione, in qualche modo mi ha fatto sentire vivo. Non so se lo rifarei, ma non mi pento di essermi presentato qui oggi. Prendo i miei vestiti, mi rivesto e me ne vado senza guardare indietro. La partita è chiusa, almeno per ora.

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