Racconti Piccanti
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La videochiamata sbagliata con il capo

La videochiamata sbagliata con il capo

12 Marzo 2026·6 min di lettura

Tommaso, 29 anni, era il ritratto del caos organizzato. Viveva in un monolocale minuscolo alla periferia di Milano, un buco di 25 metri quadri dove il letto era anche scrivania, il divano anche armadio, e la cucina… beh, un angolo con un microonde e piatti sporchi. Lavorava da casa come smart worker per una società di consulenza, il che significava passare giornate intere in pigiama – quando lo indossava – davanti a un laptop pieno di sticker e briciole di patatine. Era un tipo normale, capelli castani sempre spettinati, un accenno di barba che non si decideva mai a rasare del tutto, e un fisico magro ma non proprio scolpito. Insomma, uno che passava inosservato, a meno che non lo beccassi in una delle sue sessioni private.

Quel pomeriggio di giovedì, con la pioggia che tamburellava sulla finestra, Tommaso era stravaccato sul divano, nudo come al solito. Non aveva riunioni in agenda, quindi perché perdere tempo con i vestiti? Stava guardando un porno gay sul tablet, uno di quelli con due tizi muscolosi che se le davano di santa ragione. La mano destra lavorava con ritmo, il respiro un po’ affannoso, mentre con la sinistra cercava di non far cadere il tablet dal bracciolo. Era a un passo dal punto di non ritorno quando, di colpo, il suono di una videochiamata lo fece sobbalzare. Sullo schermo, il nome “Luca – Capo” lampeggiava come un allarme rosso.

“Merda, merda, merda!” biascicò, cercando di chiudere tutto. Ma nella foga, invece di rifiutare la chiamata, premette “accetta”. L’immagine di Luca, il suo ex collega di università ora diventato dirigente, comparve in alta definizione. Era in ufficio, camicia bianca impeccabile, cravatta blu scuro, capelli neri con qualche filo grigio che lo rendevano, se possibile, ancora più affascinante. A 37 anni, Luca era sempre stato uno di quei tipi che ti fanno girare la testa: mascella squadrata, occhi verdi che ti trapassano, e un corpo che, anche sotto i vestiti seri, si intuiva fosse in gran forma. E ora, con un ghigno che sembrava un misto tra divertimento e predazione, lo stava fissando.

“Beh, Tommaso, non pensavo di trovarti così… impegnato,” disse Luca, la voce bassa e carica di ironia. “Tranquillo, tanto ti vedo già da tre minuti.”

Tommaso sentì il sangue gelarsi nelle vene, ma allo stesso tempo un’ondata di calore gli esplose nel basso ventre. Era mortificato, voleva sparire, ma il suo corpo non sembrava d’accordo. “Cazzo, Luca, scusa, io… non volevo, chiudo subito,” balbettò, coprendosi con un cuscino.

“Non chiudere,” lo interruppe Luca, appoggiandosi allo schienale della sedia. “Continua. Tanto ormai ho visto tutto.” Si slacciò la cravatta con una lentezza calcolata, lasciandola cadere sulla scrivania, mentre i suoi occhi non si staccavano dallo schermo.

Tommaso era un groviglio di emozioni: vergogna, paura di perdere il lavoro, ma anche un’eccitazione assurda. “Stai scherzando, vero?” chiese, la voce tremante.

“Ti sembro uno che scherza?” rispose Luca, alzando un sopracciglio. Con un movimento fluido, si sbottonò i primi due bottoni della camicia, mostrando un accenno di petto definito, con una leggera peluria scura. “Forza, fai vedere quanto sei bravo.”

Tommaso esitò, il cuore che gli martellava nel petto. Ma c’era qualcosa nel tono di Luca, in quel misto di autorità e provocazione, che lo spinse a lasciar cadere il cuscino. “Sei un bastardo,” mormorò, riprendendo il ritmo con la mano. Luca rise piano, un suono profondo che sembrava vibrare attraverso lo schermo.

“Bravo, così. Sempre stato il più troia della classe, eh?” disse Luca, mentre con una mano si abbassava la zip dei pantaloni. Tommaso lo guardò, ipnotizzato, mentre il suo capo estraeva il membro, già duro, e iniziava a toccarsi con movimenti lenti e sicuri. Era grosso, più di quanto Tommaso si aspettasse, con una vena evidente che pulsava lungo l’asta. “Guardami,” ordinò Luca, e Tommaso obbedì, sentendosi nudo in ogni senso possibile.

I minuti successivi furono un crescendo di tensione. Tommaso, ancora seduto sul divano, si accarezzava con più decisione, gli occhi fissi sullo schermo mentre Luca si muoveva con una calma quasi irritante. “Ti piace, vero?” chiese Luca, la voce roca. “Lo so che hai sempre voluto farmi vedere quanto sei porco.”

“Vaffanculo,” ringhiò Tommaso, ma non riuscì a trattenere un gemito. Era troppo, tutto troppo: l’imbarazzo, l’eccitazione, il fatto che il suo capo lo stesse guardando in quel modo. “E tu? Ti seghi in ufficio come un pervertito?”

Luca ghignò, accelerando il ritmo. “Solo per te, stronzo. Ora girati, voglio vedere di più.”

Tommaso, con le guance in fiamme, si mise a quattro zampe sul divano, il tablet posizionato in modo che Luca avesse una visuale completa. Afferrò una crema per le mani dal tavolino – l’unica cosa a portata di mano – e se ne spalmò una generosa quantità sul sedere, massaggiando con movimenti lenti. “Così va bene, capo?” chiese, con una nota di sfida nella voce.

“Perfetto,” rispose Luca, la voce tesa. “Ora prendi quel coso che hai lì. So che ce l’hai.” Tommaso, senza distogliere lo sguardo dallo schermo, tirò fuori un dildo nero da sotto il divano – uno di quelli realistici, con venature e una base larga. Lo lubrificò con la crema, il cuore che gli batteva all’impazzata, e iniziò a sfregarlo contro di sé, prendendo tempo.

“Non fare il timido,” lo spronò Luca, che ora si toccava con più urgenza, i muscoli dell’avambraccio che si tendevano a ogni movimento. “Fallo entrare, dai.”

Tommaso inspirò profondamente, poi spinse piano, sentendo il dildo aprirsi strada. Un gemito gli sfuggì dalle labbra mentre si abituava alla sensazione, il corpo che tremava leggermente. “Cazzo, Luca, sei un maledetto regista porno,” disse, cercando di mantenere un tono ironico, ma la voce gli uscì spezzata.

“E tu sei la mia star,” ribatté Luca, con un sorriso malizioso. “Spingi più forte. Voglio sentire i tuoi versi.”

Tommaso obbedì, muovendo il dildo con ritmo crescente, il respiro che si trasformava in rantoli. Il divano cigolava sotto di lui, l’odore della crema e del sudore che riempiva l’aria. Sullo schermo, Luca era un’immagine di pura lussuria: la camicia aperta, il petto che si alzava e abbassava velocemente, la mano che lavorava senza sosta. “Cazzo, Tommaso, sei uno spettacolo,” grugnì. “Sto per venire, e tu?”

“Anch’io,” ansimò Tommaso, stringendo il proprio membro con la mano libera mentre continuava a spingere il dildo. Il piacere lo travolse come un’onda, facendolo gemere forte, quasi urlare, mentre si svuotava sul tessuto del divano. Nello stesso momento, Luca si lasciò andare con un ringhio gutturale, il volto contratto in un’espressione di pura estasi, lo sperma che schizzava sulla scrivania davanti a lui.

Rimasero in silenzio per qualche istante, il respiro pesante che riempiva l’audio della chiamata. Poi Luca, con un sorriso stanco ma soddisfatto, si pulì con un fazzoletto e si risistemò i pantaloni. “Domani in ufficio parliamo del tuo bonus… e di altro,” disse, con un tono che lasciava spazio a mille interpretazioni.

Tommaso, ancora a quattro zampe, con il dildo abbandonato accanto a lui, lo guardò con un misto di stordimento e curiosità. “Non so se mi hai appena licenziato o promosso,” mormorò, passandosi una mano tra i capelli sudati.

Luca rise piano, spegnendo la chiamata senza aggiungere altro. Tommaso rimase lì, nudo e appiccicoso, a fissare lo schermo nero. Passò la notte a rigirarsi nel letto, chiedendosi cosa diavolo fosse appena successo e cosa lo aspettasse il giorno dopo. Ma una cosa era certa: non si era mai sentito così vivo.

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