Racconti Piccanti
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Soldi facili: reputazione a puttane (parte 2)

Soldi facili: reputazione a puttane (parte 2)

01 Aprile 2026·5 min di lettura

dopo quella prima volta nella scatola pensavo davvero che fosse finita lì. Un’esperienza strana, umiliante, ma chiusa. Invece, tre giorni dopo, mentre ero a casa a cercare di non pensarci, mi arriva un messaggio da Simone su Instagram.

«Ho visto il video. Sei messo proprio male, eh? Comunque bel lavoro da troietta. Ti va di rifarlo? Stesso studio, ma stavolta 700 euro. Solo io organizzo tutto. Rispondi sì o no entro stasera, altrimenti mando il link a un paio di chat della facoltà. Scegli tu.»

Il messaggio mi ha lasciato il telefono in mano per dieci minuti buoni. Sapevo che non stava scherzando. Simone è quel tipo che non minaccia a vuoto: se dice che fa una cosa, la fa. Alla fine ho risposto solo «Ok». Non ho nemmeno chiesto dettagli. Ero troppo spaventato e, se devo essere sincero, troppo curioso di capire fino a che punto sarei arrivato.

Il pomeriggio dopo mi ritrovo di nuovo nello stesso studio periferico, con le pareti grigie e quell’odore di disinfettante che ormai riconosco. Stavolta però non c’è il tecnico con l’auricolare. C’è solo Simone, con una felpa nera e un’aria tranquilla, quasi da padrone di casa. Ha in mano il telefono e sta sistemando due telecamere.

«Nuovo annuncio, nuovo format» dice senza nemmeno salutarmi. «“Bersaglio universitario 2: bukkake etero con partecipanti selezionati. 700 euro per il bersaglio. Regole semplici: niente asciugamano tra un turno e l’altro. Deve tenere gli occhi aperti. Deve dire “grazie” dopo ogni ragazzo. Se chiude gli occhi troppo a lungo o non ringrazia, perde 100 euro. Tutto chiaro?”»

Annuisco, la gola secca. «Simone… perché fai così?»

Lui alza le spalle e sorride appena, quel sorriso storto che gli viene quando sa di avere il coltello dalla parte del giusto. «Perché posso. E perché tu accetti. Siediti.»

Mi infilo nella scatola. Lo sgabello è lo stesso, scomodo. Lo schermo dietro di me parte subito: stesso porno etero di sempre, gemiti forti, niente di troppo estremo. Simone sistema la telecamera principale puntandola dritta sulla mia faccia.

Il primo a entrare è Marco, di nuovo. Stavolta non sembra sorpreso di vedermi. Entra, chiude la porta, si appoggia con una spalla al muro e tira giù la zip senza fretta.

«Di nuovo qui, Davide?» chiede con un mezzo ghigno. «Stavolta devi pure ringraziare, ho sentito.»

Non rispondo. Lui inizia a toccarsi guardando lo schermo, il ritmo normale, niente di esagerato. Quando arriva, mi colpisce sulla guancia destra, un getto caldo e piuttosto liquido che cola subito verso il collo. Sento l’odore familiare, forte.

«Grazie, Marco» dico piano, la voce un po’ incrinata.

Lui si tira su i jeans, si sistema la felpa. «Figurati. Ci vediamo a lezione.» E se ne va.

Dopo di lui entra quel ragazzo silenzioso dell’ultima fila che avevo già visto la volta scorsa. Non dice una parola. Si sega in silenzio, concentrato sul video, e mi viene sul mento e sulle labbra. Il sapore salato mi arriva subito sulla lingua.

«Grazie…» mormoro, sentendo il liquido che mi scivola lentamente.

Simone, in piedi di lato, commenta a bassa voce: «Più forte la voce, Davide. Altrimenti conto come non ringraziato.»

Il terzo è un tipo che non conosco bene, uno del corso di statistica. Entra, vede la mia faccia già mezza sporca e fa una smorfia tra il disgusto e il divertimento. Si tocca velocemente e mi colpisce dritto sulla fronte. Il getto mi cola sugli occhi. Brucia un po’.

«Grazie» dico, cercando di tenere gli occhi aperti.

Così continua per una ventina di minuti. Ragazzi che riconosco vagamente, altri che vedo per la prima volta. Alcuni mi guardano imbarazzati e finiscono in fretta, altri invece si prendono il loro tempo e mi fissano mentre vengono. Uno mi dice addirittura «Sei messo da schifo, bro», prima di tirarsi su i pantaloni. Io ogni volta devo dire «grazie», con la voce sempre più impastata, la faccia che diventa pesante per via di tutti gli strati che si accumulano.

Poi entra Lorenzo.

Appena lo vedo mi si stringe lo stomaco. Ha l’aria nervosa, gli occhiali un po’ appannati. Si ferma a un metro da me e si passa una mano tra i capelli.

«Davide… Simone mi ha mandato il video della prima volta. Ha detto che se non vengo oggi lo fa vedere a tutti.»

Non so cosa rispondere. Lui si slaccia i jeans con le mani che tremano leggermente, si tocca guardando lo schermo. Non dura molto. Quando viene, mi colpisce sulla guancia sinistra, un getto meno abbondante ma che cola lento lungo il collo.

«Grazie, Lorenzo» dico, la voce quasi un sussurro.

Lui non mi guarda negli occhi. «Scusa» mormora, e se ne va in fretta.

Simone ride piano dal fondo della stanza. «Bravo, Lollo. Sei stato utile.»

La sessione va avanti. Ormai ho la faccia completamente ricoperta: fronte, guance, mento, naso, ciglia appesantite. Non posso pulirmi, quindi tutto cola, si secca un po’ e poi arriva altro sopra. L’odore è forte, costante. Ogni respiro lo sento. Il sapore mi rimane in bocca anche se cerco di non deglutire.

Quando arriva il suo turno, Simone si piazza davanti a me con calma. Tira fuori il cazzo già mezzo duro e inizia a segarsi lentamente, godendosi lo spettacolo.

«Guardati, Davide. Sembri una caricatura. Tutti i tuoi compagni di corso ti hanno segnato la faccia e tu devi pure ringraziarli come un bravo ragazzo. Ti piace, vero? Almeno un po’.»

Non rispondo. Lui accelera, mi guarda fisso negli occhi. Quando viene, mira proprio al centro della faccia: un getto potente che mi colpisce tra il naso e la bocca. Parte mi finisce sulle labbra, parte cola giù.

«Grazie, Simone» dico, con la voce roca e umiliata.

Lui si pulisce con un fazzoletto, si tira su i pantaloni e mi dà un colpetto leggero sulla testa, come si fa con un cane.

«Bravo cagnolino. Per oggi basta così. Hai guadagnato i tuoi 700 euro. Ma sappi che ho già in mente la prossima. Magari con un po’ più di partecipanti e qualche regola in più. Tu accetterai, vero?»

Non dico niente. Ho la faccia distrutta, l’odore che non se ne va, le guance che tirano per via del seme seccato.

Simone spegne le telecamere, mi fa uscire dalla scatola e mi dà i soldi in contanti, contandoli davanti a me.

Mentre torno a casa in autobus, con il berretto calato sulla fronte e il cappuccio alzato, sento ancora tutto sulla pelle nonostante mi sia sciacquato alla meglio nel bagno dello studio. L’umiliazione mi brucia dentro, forte come la prima volta. Ma quando arrivo in camera, mi sdraio sul letto, chiudo gli occhi e la mano mi scivola sotto i pantaloni quasi da sola.

Ripenso alla faccia di Lorenzo, al ghigno di Simone, ai “grazie” che ho dovuto dire ogni volta.

E so già che, quando mi richiamerà, risponderò di nuovo «Ok».

Perché ormai è troppo tardi per fare finta che non mi piaccia anche questo lato schifoso della cosa.

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