Nel retro del negozio
Sono Vanessa, ho 45 anni, e sto sudando come una dannata nel retro del mio negozio, un piccolo emporio di alimentari in un quartiere di periferia. La porta sul retro è socchiusa, quel tanto che basta per far entrare un filo d’aria, ma non abbastanza da coprire i rumori che sto cercando di soffocare. Ho le mani appoggiate su una pila di scatoloni di conserve, le gambe divaricate, e sento il corpo di Youssef, il corriere marocchino di 24 anni, che mi spinge contro con una forza che mi fa tremare le ginocchia. È un rituale ormai, ci vediamo due o tre volte al mese da qualche mese, sempre qui, lontano da occhi indiscreti. Lui consegna le merci, io gli consegno me stessa.
“Vanessa, cazzo, sei sempre così stretta,” mi sussurra all’orecchio, la voce roca, il respiro caldo che mi sfiora il collo. Ha un accento forte, ma il modo in cui parla, crudo e diretto, mi fa impazzire. Sento il suo fiato sulla pelle mentre mi tiene i fianchi con le mani grandi e ruvide.
“Muoviti, dai, non abbiamo tutto il giorno,” gli rispondo, ansimando, con la voce che trema un po’. Non è vero, il negozio è chiuso per pausa pranzo, ma mi piace stuzzicarlo, farlo andare più veloce, più forte. Sento il suo membro, duro e spesso, che mi preme contro mentre si prepara. È grosso, molto più di quanto mi aspettassi la prima volta che l’ho visto, e ogni volta che lo sento entrare mi sembra di non essere mai pronta abbastanza. Mi mordo il labbro inferiore per non urlare, mentre lui spinge piano, aprendo la strada.
“Rilassati, habiba, lo sai che ti piace,” dice, con quel tono sicuro che mi fa venire la pelle d’oca. Habiba. Mi chiama sempre così, non so bene cosa significhi, ma il suono mi eccita. Sento il lubrificante freddo che ha spalmato, mescolato al calore del suo corpo, e poi la pressione aumenta, un bruciore iniziale che si trasforma in un piacere strano, profondo. Mi penetra nel culo con una lentezza esasperante, centimetro dopo centimetro, e io stringo i denti, lasciando uscire un gemito basso.
“Fai piano, cazzo,” gli dico, ma la mia voce è più un lamento che un ordine. Lui ride piano, un suono gutturale, e poi spinge di più, riempiendomi. È dentro, completamente, e io sento ogni dettaglio: la pienezza, il calore, la sensazione di essere posseduta. Comincia a muoversi, prima lentamente, poi con un ritmo costante, e ogni spinta mi fa sussultare. Il suono dei nostri corpi che si scontrano è osceno, umido, mescolato al mio respiro affannoso e ai suoi grugniti.
“Ti piace, vero? Lo sento come stringi,” mi dice, e io non rispondo, non ce la faccio. Mi limito ad annuire, con la testa appoggiata su uno scatolone, i capelli appiccicati alla fronte per il sudore. Le sue mani mi afferrano più forte, le dita che affondano nella carne dei miei fianchi, e accelera. Sento il suo membro che scivola dentro e fuori, il lubrificante che rende tutto più fluido, ma il bruciore è ancora lì, un misto di dolore e piacere che mi fa perdere la testa. L’odore del suo sudore, intenso e muschiato, mi riempie le narici, e il calore del suo corpo contro il mio mi fa quasi soffocare.
“Sto per venire, Vanessa,” mi avvisa, la voce tesa, e io gemo più forte, incapace di trattenermi. “Dentro, dai,” gli dico, quasi implorando, e lui non se lo fa dire due volte. Sento il suo ritmo diventare frenetico, le spinte più profonde, e poi un calore improvviso, liquido, che mi riempie mentre lui si svuota dentro di me. Il suo grugnito è animale, profondo, e io mi lascio andare, tremando, con il fiato corto.
Stiamo lì per un attimo, immobili, il suo petto che si alza e abbassa contro la mia schiena, il suo membro che piano si ritira, lasciandomi una sensazione di vuoto e un calore appiccicoso che cola lungo le cosce. Mi raddrizzo appena, con le gambe che tremano, e sto per dirgli qualcosa quando la porta del retro si spalanca con un colpo secco.
“Cazzo ci fai qui?” La voce di Umberto, il figlio del mio secondo marito, mi gela il sangue. Ha 20 anni, un moccioso viziato ma con un viso da far perdere la testa: zigomi alti, occhi verdi, capelli scuri che gli cadono sulla fronte. È appoggiato allo stipite, con un sorrisetto strafottente, e i suoi occhi ci squadrano, me e Youssef, senza battere ciglio.
Youssef si tira su i pantaloni in fretta, borbottando qualcosa in arabo che non capisco. “Io vado,” dice poi, guardandomi per un istante prima di sgusciare via dalla porta, lasciandomi lì, mezza nuda, con il culo ancora umido e il fiato corto. Umberto non si muove, mi fissa, e io sento il suo sguardo che mi brucia la pelle mentre mi tiro su le mutande con mani tremanti.
“Che schifo, Vanessa,” dice, ma la sua voce non è disgustata, è quasi divertita. Si avvicina, con quel passo lento e arrogante che mi fa venir voglia di schiaffeggiarlo. “Papà lo sa che ti fai sbattere da un corriere nel retro del negozio? O devo dirglielo io?”
Mi blocco, con il cuore che mi martella nel petto. “Non fare lo stronzo, Umberto,” gli dico, cercando di sembrare dura, ma la mia voce trema. Lui ride, un suono secco, e si avvicina ancora. I suoi occhi scendono lungo il mio corpo, e io sento il calore appiccicoso che ancora mi cola dal culo, una sensazione umiliante sotto il suo sguardo.
“Guardati, sei un casino,” dice, e si inginocchia davanti a me, con un movimento che mi spiazza. “Fammi vedere.” Non è una richiesta, è un ordine, e io, non so perché, non mi muovo. Mi tira giù le mutande con un gesto rapido, e io sento l’aria fresca contro la pelle umida. “Cazzo, guarda come cola,” mormora, quasi a se stesso, e la sua voce ha un tono che mi fa rabbrividire, un misto di curiosità e desiderio.
“Umberto, smettila,” dico, ma non c’è forza nelle mie parole. Lui mi ignora, e quando si rialza i suoi occhi brillano di qualcosa di pericoloso. “Se vuoi che tenga la bocca chiusa, devi fare qualcosa per me,” dice, e si slaccia i jeans con calma, tirando fuori il suo membro. È già duro, lungo e spesso, con la pelle tesa e una vena che pulsa lungo l’asta. Lo vedo chiaramente, e il mio stomaco si stringe, non so se per paura o per altro.
“Non scherzare,” dico, ma lui mi interrompe. “Inginocchiati, Vanessa. Ora.” Il tono è freddo, deciso, e io, come un’idiota, obbedisco. Mi metto in ginocchio sul pavimento freddo del retro, con le gambe che ancora tremano, e lui si avvicina, il suo membro a pochi centimetri dalla mia faccia. L’odore è forte, un misto di sudore e qualcosa di più acre, e io deglutisco a fatica.
“Succhia,” ordina, e io lo guardo per un istante, i suoi occhi verdi che mi fissano senza pietà. Poi apro la bocca, e lui non aspetta. Spinge dentro, riempiendomi la bocca, e io sento il sapore salato della sua pelle, la durezza contro la lingua. È grosso, quasi troppo, e io fatico a respirare mentre lui comincia a muoversi, tenendo la mia testa con una mano. “Così, brava,” dice, con un tono che mi fa ribollire il sangue, un misto di comando e scherno.
Muovo la lingua come posso, cercando di seguire il suo ritmo, mentre lui spinge più a fondo, toccando la gola. Sento i conati, ma lui non si ferma, i suoi gemiti bassi che riempiono l’aria. “Cazzo, sei brava con la bocca,” dice, e io non so se sentirmi umiliata o eccitata dal modo in cui parla. La sua mano stringe i miei capelli, tirando un po’, e il dolore mi fa gemere intorno al suo membro.
Sento la sua eccitazione crescere, il modo in cui si muove diventa più rapido, più irregolare, e io capisco che sta per venire. “Non ti fermare,” grugnisce, e io obbedisco, succhiando più forte, con la saliva che mi cola lungo il mento. Poi si tira fuori di colpo, con un movimento brusco, e prima che possa reagire sento un getto caldo colpirmi il viso, sulla guancia, sul naso, una sensazione appiccicosa che mi brucia la pelle. Lui geme, un suono profondo, mentre continua a venire, sporcandomi, e io resto lì, in ginocchio, con il respiro affannoso e il viso bagnato.
“Brava, Vanessa,” dice alla fine, con quel sorrisetto da stronzo che odio. Si tira su i pantaloni, come se niente fosse, e mi guarda dall’alto. “Tieni il negozio aperto, eh. Magari passo un’altra volta.” Poi si volta e se ne va, lasciandomi lì, sul pavimento, con il viso appiccicoso e il corpo che trema ancora per tutto quello che è successo. Non so cosa pensare, non so cosa fare. So solo che il cuore mi batte forte, e che, in un angolo della mia testa, una parte di me si chiede quando tornerà.
