La voce che mi ha spezzato (parte 2)
Quella notte, dopo che Paolo se n’era andato, non riuscii a dormire.
Rimasi sveglio fino alle quattro, con il cuore che batteva irregolare e il cazzo mezzo duro anche se avevo già venuto due volte. Ogni volta che chiudevo gli occhi rivedevo la scena: io in ginocchio, la lingua dentro la figa di mia moglie piena del suo sperma, mentre lui mi teneva la nuca e mi chiamava “bravo cuck” con quella voce bassa e tranquilla, come se stesse commentando una partita di calcio.
La vergogna era così forte che mi veniva da vomitare. Eppure, sotto quella vergogna, c’era qualcosa di caldo, di denso, di irresistibile. Una specie di sollievo malato. Come se per vent’anni avessi portato un peso senza saperlo, e Paolo avesse finalmente trovato il modo di togliermelo… umiliandomi.
Il giorno dopo Federica era strana. Non parlava della sera prima, ma sorrideva di più. Quando mi passava accanto in cucina mi sfiorava il braccio con la mano, un tocco leggero, quasi innocente. A un certo punto, mentre preparavo il caffè, si mise dietro di me e mi sussurrò all’orecchio, con un tono giocoso che non le avevo mai sentito:
«Chissà se Paolo ti manderà un messaggio oggi…»
Arrossii violentemente. Lei rise piano, una risatina bassa e divertita, e mi diede un bacio sul collo prima di andare al lavoro.
Da quel momento la settimana diventò un’agonia lenta e deliziosa.
Paolo non si fece sentire per tre giorni. Niente messaggi, niente chiamate. Silenzio assoluto. Ogni volta che guardavo il telefono sentivo una stretta allo stomaco: sollievo misto a delusione feroce. Mi dicevo “meno male, è finita”, ma poi passavo la serata con il cazzo duro sotto i pantaloni, a ripensare alla sua voce.
Il quarto giorno arrivò il primo messaggio.
“Pensato a me questa settimana, cuck?”
Lo lessi seduto in macchina, nel parcheggio del supermercato. Le mani mi tremavano così tanto che dovetti appoggiare il telefono sulle ginocchia. Risposi solo con un “Sì”.
Lui rispose dopo mezz’ora:
“Bene. Non toccarti fino a quando non ti do il permesso. Voglio che arrivi carico. Federica lo sa già.”
Quella sera, a cena, guardai mia moglie. Lei stava mangiando come se niente fosse, ma aveva un sorrisetto sulle labbra.
«Hai ricevuto un messaggio?» mi chiese senza alzare gli occhi dal piatto.
Annuii.
«E…?»
«Mi ha detto di non toccarmi.»
Federica posò la forchetta. Mi guardò negli occhi per qualche secondo, poi scoppiò a ridere. Non una risata imbarazzata. Una risata vera, divertita, quasi allegra.
«Oddio, Fabio… stai davvero obbedendo?»
Non risposi. Abbassai lo sguardo sul piatto. Il cazzo mi pulsava dolorosamente nei pantaloni.
Lei si alzò, venne dietro la mia sedia e mi passò le dita tra i capelli, con dolcezza.
«Sai che è eccitante vederti così? Non pensavo che ti saresti arreso così in fretta.»
Le sue parole mi colpirono come una carezza umiliante. Non c’era più traccia di preoccupazione nella sua voce. Solo curiosità, divertimento, e qualcosa di molto simile al desiderio.
Da quel momento la tensione diventò costante.
Ogni sera Paolo mandava un messaggio. A volte a me, a volte direttamente a Federica. Messaggi brevi, precisi, crudeli nella loro calma.
“Stasera Federica indossa le mutandine nere di pizzo. Voglio che le lecchi sopra senza toglierle, ma solo quando te lo dirò io.”
“Raccontami quanto sei duro in questo momento. Voglio i dettagli.”
“Di’ a tua moglie che il suo corpo non è più solo tuo. Diglielo ad alta voce mentre la tocchi.”
Obbedivo sempre. Ogni volta mi sentivo più piccolo, più debole, più eccitato. Federica assisteva a tutto con un sorriso sempre più aperto. A volte mi guardava mentre parlavo al telefono con Paolo (lui voleva che mettessi il vivavoce) e rideva piano quando mi sentiva balbettare “sì… ho capito…”.
Il sesto giorno Paolo mi chiamò mentre ero sotto la doccia. Federica rispose al mio posto e mise il vivavoce.
«Fabio, voglio che per i prossimi giorni tu dorma sul divano. Tua moglie dorme nel letto matrimoniale. Da sola. Voglio che tu senta il vuoto accanto a te e pensi a me che tra poco dormirò lì al tuo posto.»
Io, nudo sotto l’acqua calda, con il cazzo duro, riuscii solo a dire: «…va bene.»
Sentii Federica ridere di nuovo in sottofondo. Una risata calda, divertita, quasi orgogliosa.
«Sei proprio un bravo cuckold» disse Paolo prima di riattaccare.
L’ultima notte prima dell’incontro non chiusi occhio. Ero sdraiato sul divano, il cazzo che mi faceva male da quanto era duro, le palle piene. Federica era di sopra, nel nostro letto. A un certo punto scese in cucina a bere. Passò davanti al divano indossando solo una canottiera corta. Si fermò, mi guardò dall’alto.
«Domani sera viene Paolo» disse piano, come se stesse parlando del tempo.
Annuii.
Lei si chinò, mi diede un bacio leggero sulla fronte.
«Sono curiosa di vedere fino a che punto ti fai umiliare. E… sai una cosa? Mi sta piacendo un sacco vederti così sottomesso. Non pensavo che mi avrebbe eccitato tanto.»
Poi risalì le scale, lasciando dietro di sé solo il profumo della sua crema per il corpo e la mia umiliazione.
Il giorno dopo, venerdì sera, alle 20:45 suonò il campanello.
Quando aprii la porta, Paolo era lì. Non sorrideva più come un amico. Mi guardò dalla testa ai piedi, poi entrò senza salutarmi.
«Ciao, cuck.»
La voce era la stessa di sempre: bassa, calma, terribilmente sicura.
Chiuse la porta dietro di sé e mi mise una mano sulla spalla, stringendo appena.
«Settimana dura, eh? Si vede dalla faccia. Hai obbedito su tutto?»
Annuii, incapace di sostenere il suo sguardo.
«Bravissimo. Stasera voglio vedere quanto sei crollato davvero.»
Si tolse la giacca e andò dritto in salotto, dove Federica lo stava aspettando in piedi, con un vestito corto rosso che non le avevo mai visto. Lei gli sorrise, un sorriso luminoso, quasi complice.
Paolo le si avvicinò, le diede un bacio lungo sulla bocca, proprio davanti a me. Poi si voltò verso di me.
«Fabio, spogliati. Completamente. E inginocchiati accanto al divano. Stasera non ti siederai. Starai lì, in ginocchio, a guardare e ad aspettare il tuo turno.»
Mi spogliai lentamente, le mani che tremavano. Il cazzo mi schizzò fuori, duro, con una goccia di liquido preseminale che colava già.
Paolo mi guardò e rise piano, una risata sadica, soddisfatta.
«Guardalo, Federica. Guarda quanto gli piace essere messo al suo posto dal suo migliore amico.»
Mia moglie si avvicinò, mi accarezzò i capelli come si fa con un cane ubbidiente.
«Povero amore… sei proprio ridotto male. Ma sei bellissimo così.»
Paolo si sedette sul divano, aprì le gambe e fece cenno a Federica di mettersi tra le sue ginocchia.
Poi mi guardò dritto negli occhi, con un sorriso crudele e tranquillo.
«Inizia lo spettacolo, cuck. E questa volta non ho nessuna fretta. Abbiamo tutta la notte.»
Rimasi lì, in ginocchio, nudo, il cuore che batteva all’impazzata, mentre il mio migliore amico cominciava a usare mia moglie davanti a me con una calma sadica che mi faceva tremare di vergogna e di desiderio.
E non riuscivo a ribellarmi.
Non volevo ribellarmi.
Volevo solo sentire ancora quella voce che mi diceva esattamente quanto fossi patetico.
E quanto mi piacesse esserlo.
Rimasi in ginocchio sul tappeto del salotto per quelli che mi sembrarono minuti eterni, mentre Paolo e Federica si baciavano sul divano come se io non esistessi.
Non era un bacio appassionato da film. Era lento, profondo, consapevole. Paolo teneva il viso di mia moglie tra le mani con una calma possessiva, le labbra che si muovevano sulle sue senza fretta. Ogni tanto si staccava appena per guardarla negli occhi e sorriderle, un sorriso che non avevo mai visto sul suo volto in vent’anni di amicizia. Era il sorriso di chi sa di avere già vinto.
Io respiravo piano, il petto che si alzava e si abbassava troppo velocemente. Il cazzo mi pulsava dolorosamente, puntato verso l’alto, con una goccia trasparente che colava lungo la cappella e finiva sul tappeto. Non osavo muovermi. Non osavo toccarmi. Paolo non me lo aveva ancora permesso e, per qualche ragione malata, quella regola non detta mi teneva inchiodato più di qualsiasi catena.
Federica ogni tanto girava gli occhi verso di me. All’inizio c’era ancora un’ombra di preoccupazione, ma più il bacio si prolungava, più quel velo si dissolveva. Alla fine mi guardò apertamente, con un sorrisetto divertito sulle labbra gonfie.
«Guarda come sei ridotto, amore…» mormorò, senza staccarsi del tutto da Paolo. «In ginocchio, nudo, che goccioli solo perché ci stai guardando.»
La sua voce era dolce, quasi affettuosa, ma dentro c’era una nota di divertimento genuino che mi fece contrarre lo stomaco. Non mi stava compatendo. Si stava godendo lo spettacolo.
Paolo si staccò da lei, si appoggiò allo schienale del divano e mi guardò dall’alto in basso. Il suo sguardo era tranquillo, quasi clinico. Come se stesse osservando un esperimento che stava andando esattamente come previsto.
«Vieni più vicino, cuck. A quattro zampe.»
Obbedii senza pensare. Le ginocchia mi facevano male sul tappeto ruvido, ma quel dolore era niente rispetto alla vergogna calda che mi saliva dal petto. Mi fermai a mezzo metro dal divano. Da lì vedevo tutto: le cosce di Federica leggermente aperte, il vestito rosso tirato su fino alla vita, le mutandine nere di pizzo che Paolo aveva già spostato di lato con due dita.
Paolo mi fissò negli occhi per qualche secondo, poi parlò con quel tono basso, misurato, che ormai mi entrava direttamente nel cervello.
«Lo vedi quanto è bagnata tua moglie? È così da giorni. Ogni sera, quando tu dormivi sul divano, lei si toccava pensando a questo momento. Pensando a me che la prendo mentre tu guardi.»
Federica arrossì appena, ma non negò. Anzi, rise piano, una risatina bassa e complice.
«È vero…» ammise, guardandomi. «Mi sentivo un po’ in colpa all’inizio, ma poi… cazzo, Fabio, è troppo eccitante vederti obbedire così. Sembri un cucciolo addestrato.»
Quelle parole mi colpirono come uno schiaffo morbido. Avrei dovuto sentirmi offeso, umiliato, arrabbiato. Invece sentii solo una nuova ondata di eccitazione che mi faceva pulsare il cazzo ancora più forte. Abbassai lo sguardo, incapace di sostenere i suoi occhi divertiti.
Paolo allungò una mano e mi accarezzò la testa, come si fa con un cane. Il gesto era gentile, ma il significato era chiarissimo: possesso.
«Bravissimo. Stai imparando il tuo posto molto in fretta. Meglio di quanto pensassi.»
Si voltò verso Federica, le fece aprire di più le gambe e cominciò a toccarla lentamente, due dita che scivolavano tra le labbra gonfie. Lei sospirò, inclinando la testa all’indietro.
«Dimmi, Federica» disse Paolo senza smettere di toccarla, «ti piace vedere tuo marito così? Ti piace sapere che il suo migliore amico gli ha tolto il controllo del tuo corpo?»
Lei gemette piano, poi rispose con voce un po’ roca: «Sì… mi piace da morire. Non pensavo che mi avrebbe eccitata tanto vederlo così sottomesso. Sembra… liberatorio.»
Paolo sorrise, soddisfatto. Poi si rivolse di nuovo a me.
«Avvicinati ancora. Lecca le dita di tua moglie mentre le infilo dentro.»
Mi sporsi in avanti. Il profumo di eccitazione di Federica era fortissimo, dolce e muschiato. Paolo tirò fuori le dita lucide e me le avvicinò alla bocca. Le aprii senza esitare. Leccai il suo sapore, mescolato con la saliva di lui. Federica mi guardava dall’alto, mordendosi il labbro inferiore con un sorrisetto incredulo e divertito.
«Oddio… lo stai facendo davvero» sussurrò, quasi tra sé. «Stai leccando le dita di Paolo dopo che mi ha toccata…»
Paolo non accelerò. Continuò così per minuti lunghissimi: toccava mia moglie con calma, mi faceva leccare le sue dita ogni volta che le tirava fuori, mi parlava con quella voce bassa e crudele che mi entrava nella testa come fumo.
«Sai qual è la cosa più bella, Fabio? Che non hai nemmeno provato a ribellarti. Nemmeno una volta. Hai accettato tutto. Il divano, i messaggi, il silenzio, l’attesa. Perché dentro di te lo volevi. Volevi che qualcuno ti togliesse il peso di essere “l’uomo di casa”. Volevi sentirti piccolo.»
Ogni frase era lenta, ponderata. Non urlava. Non mi insultava in modo volgare. Mi descriveva semplicemente quello che ero diventato, con una precisione chirurgica che mi faceva sentire nudo dentro, molto più che fuori.
Federica intanto si stava toccando il clitoride mentre Paolo la penetrava con le dita. Ogni tanto rideva piano, una risata leggera, quasi stupita.
«Amore… sei proprio cotto. Guarda come gli obbedisci. È bellissimo.»
A un certo punto Paolo si slacciò i pantaloni con calma esasperante. Tirò fuori il suo cazzo, grosso, venoso, già completamente duro. Lo tenne in mano davanti alla mia faccia per qualche secondo, senza dire niente. Voleva che lo guardassi. Voleva che lo confrontassi con il mio.
Poi guardò Federica.
«Vuoi che te lo metta dentro, piccola?»
Lei annuì, gli occhi lucidi di eccitazione.
«Allora dillo a tuo marito. Diglielo chiaramente.»
Federica mi guardò dritto negli occhi, il sorriso divertito che si allargava.
«Fabio… voglio che Paolo mi scopi. Voglio sentire il suo cazzo dentro di me mentre tu guardi in ginocchio. Va bene per te?»
La sua voce era dolce, quasi tenera, ma la richiesta era brutale. Io aprii la bocca, ma ne uscì solo un sussurro rauco:
«Sì…»
Paolo rise piano, soddisfatto.
«Brava. E tu, cuck, tieni gli occhi aperti. Stasera voglio che vedi tutto. Ogni centimetro.»
Si posizionò tra le gambe di mia moglie, la punta del cazzo che sfiorava l’apertura bagnata. Poi, con una lentezza esasperante, cominciò a spingere dentro di lei.
Federica emise un gemito lungo, profondo, che non le avevo mai sentito. Paolo entrò fino in fondo, rimase lì fermo per qualche secondo, poi si voltò verso di me.
«Guarda, Fabio. Questo è il posto che ti è sempre appartenuto. Ora è mio.»
E io rimasi lì, in ginocchio, il cazzo che gocciolava sul tappeto, la mente che si scioglieva lentamente mentre guardavo il mio migliore amico che prendeva mia moglie con una calma sadica e possessiva.
Non volevo che finisse.
Volevo che continuasse per sempre.
