Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

Paolo scopre il suo kink (parte 3)

Paolo scopre il suo kink (parte 3)

17 Marzo 2026·6 min di lettura

Paolo uscì dal bagno con i capelli ancora bagnati, la pelle arrossata dal getto caldo. Si era strofinato con forza, come se potesse cancellare non solo lo sperma secco, ma anche il ricordo di ogni secondo passato in ginocchio. Indossò i vestiti in fretta, senza guardarsi allo specchio. La gabbietta era ancora lì, fredda e stretta, un peso costante tra le gambe che gli ricordava ogni movimento.

Attraversò il corridoio deserto. Le luci del set erano già spente, si sentiva solo il ronzio lontano di un condizionatore. Arrivò all’ingresso principale: la saracinesca era abbassata a metà, la luce del tardo pomeriggio filtrava arancione e polverosa.

Alex era lì fuori, appoggiato alla fiancata di una station wagon nera, sigaretta tra le labbra, tablet sottobraccio. Quando vide Paolo si staccò dalla macchina e gli andò incontro con passo lento, quasi pigro.

«Ecco il nostro star del giorno» disse, tirando fuori una busta bianca dalla tasca posteriore dei jeans. «Quattrocento in contanti, come promesso. Contali pure.»

Paolo prese la busta con mani ancora tremanti. Non la aprì. La infilò direttamente nella tasca della felpa.

«Grazie» mormorò.

Alex buttò la sigaretta a terra, la schiacciò con la punta della scarpa da ginnastica.

«Di niente. Hai fatto un buon lavoro. Pulito, preciso, zero capricci. Mi piace.» Fece una pausa, lo squadrò da capo a piedi. «Però c’è una cosa.»

Paolo alzò gli occhi, già in allarme.

«La gabbietta» continuò Alex, indicando con il mento verso il basso di Paolo. «La tieni addosso.»

Paolo sentì il sangue defluire dal viso.

«Cosa…?»

«Te la tieni. Fino a nuovo ordine.»

Paolo fece un passo indietro, urtò contro il muro del capannone. La busta dei soldi gli sembrò improvvisamente pesantissima in tasca.

«Ma… no, aspetta… non puoi… cioè, non è… quanto tempo?» balbettò. La voce gli uscì rotta, infantile.

Alex rise. Una risata breve, bassa, divertita ma non cattiva.

«Rilassati, cazzo. Sto scherzando.»

Paolo rimase immobile, il respiro corto.

Alex inclinò la testa, studiandolo.

«Però… scommetto che una parte di te ci è rimasto male quando ho detto che scherzavo.»

Silenzio.

Paolo abbassò lo sguardo sul cemento crepato del parcheggio. Sentiva il metallo premere contro la base del pene ogni volta che inspirava troppo profondamente.

Alex si avvicinò di un passo.

«Allora?» insistette, tono calmo ma insistente. «Ti è dispiaciuto che fosse uno scherzo?»

Paolo aprì la bocca, la richiuse. Non riusciva a formulare una frase intera.

Alex non mollò.

«Rispondi. Non ti sto giudicando. Sto solo chiedendo. Professionale, ok? Voglio capire il tuo profilo per i prossimi progetti. Fino a che punto arrivi.»

Paolo deglutì. Sentiva il viso scottare.

«Sì» sussurrò.

«Sì cosa?»

«Mi… mi è dispiaciuto. Un po’.»

Alex annuì lentamente, come se stesse prendendo un appunto mentale.

«Quanto “un po’»?»

Paolo alzò le spalle, imbarazzato.

«Non lo so… tanto.»

«Tanto» ripeté Alex, assaporando la parola. «Ok. Proviamo a essere precisi. Ti piacerebbe tenerla addosso stanotte? Domani? Magari fino a mercoledì?»

Paolo chiuse gli occhi per un secondo. Quando li riaprì Alex era ancora lì, a un metro, braccia conserte, in attesa.

«Sì» disse Paolo, la voce quasi inesistente.

Alex non rise stavolta. Si limitò a un piccolo cenno del capo.

«Bene. Ora dimmi perché.»

Paolo si passò una mano tra i capelli umidi.

«Perché… mi fa sentire… piccolo. Inadeguato. Come se non avessi il controllo. E… mi eccita. Anche se fa male.»

«Fa male ora?»

Paolo annuì.

«Un po’. Quando penso a… a quello che è successo prima. Quando cerco di…»

«Quando cerchi di diventare duro» completò Alex al posto suo.

Paolo arrossì violentemente, ma annuì di nuovo.

Alex fece un mezzo sorriso.

«Quanto è piccolo il tuo cazzo dentro quella gabbia in questo momento?»

Paolo trasalì. La domanda era diretta, brutale, ma detta con lo stesso tono con cui avrebbe chiesto l’ora.

«Non… non lo so. Sembra… minuscolo.»

«Minuscolo» ripeté Alex. «Più piccolo del solito?»

«Sì.»

«Quanto più piccolo?»

Paolo si morse il labbro.

«Tipo… la metà. Forse meno.»

Alex inclinò la testa.

«Quindi se normalmente sei… quanto hai detto al casting? Quattordici centimetri?»

«Più o meno.»

«Ora sembri un pisellino da cinque-sei, vero?»

Paolo chinò la testa. Non rispose subito.

«Rispondi» disse Alex, senza alzare la voce.

«Sì» mormorò Paolo.

«Bravo.» Alex fece un passo indietro, come per dargli spazio, ma non mollò lo sguardo. «Ti eccita sentirtelo dire da un altro uomo?»

Paolo annuì piano.

«A voce alta?»

«Sì.»

«Ti eccita l’idea che io sappia esattamente quanto sei piccolo e impotente in questo momento?»

Paolo sentì una fitta alla gabbia. Tentò di indurirsi di nuovo, il metallo oppose resistenza. Gemette piano.

«Sì» rispose, la voce incrinata.

Alex annuì, pensieroso.

«Ok. Scala da uno a dieci. Quanto vorresti che ti tenessi la chiave per una settimana intera?»

Paolo alzò gli occhi, sorpreso dalla domanda così specifica.

«Dieci» disse senza esitazione.

«Dieci» ripeté Alex. «Cazzo. Sei proprio andato.» Fece una pausa. «E se ti dicessi che potrei tenerla anche di più? Due settimane. Un mese. Finché non implori di togliertela?»

Paolo tremò visibilmente.

«Lo farei» sussurrò.

«Imploreresti?»

«Sì.»

«In ginocchio?»

Paolo chiuse gli occhi.

«Sì.»

«Con le lacrime?»

Paolo non rispose subito. Poi, con un filo di voce:

«Probabilmente.»

Alex rimase in silenzio per qualche secondo, lasciando che quelle parole restassero sospese tra loro.

Poi parlò di nuovo, tono sempre professionale, quasi clinico.

«Hai mai fantasticato di essere bloccato a lungo? Tipo… mesi?»

Paolo annuì.

«Quanto è il massimo che hai immaginato?»

«Sei mesi» rispose Paolo, la voce strozzata dall’imbarazzo.

Alex fischiò piano.

«Ambizioso. E in quei sei mesi… cosa ti immagini che succeda?»

Paolo esitò.

«Che… che mi obblighino a guardare. A servire. A pulire. A essere usato… senza mai poter venire.»

«Usato come?»

Paolo abbassò lo sguardo.

«Come… una puttana. Ma senza il piacere. Solo per far ridere gli altri. O per farli godere.»

Alex annuì lentamente.

«E ti piacerebbe se lo facessi io?»

Paolo alzò gli occhi di scatto.

Alex lo fissava senza battere ciglio.

«Rispondi.»

Paolo deglutì a vuoto.

«Sì» disse.

«Anche se non ti toccherei mai? Solo comandi, umiliazioni, gabbia sempre chiusa?»

Paolo sentì le gambe tremare.

«Sì.»

«Anche se ti facessi vedere da altre persone? Ragazze, ragazzi, sconosciuti?»

Paolo annuì, incapace di parlare.

Alex fece un ultimo passo avanti, fino a trovarsi a pochi centimetri.

«Guardami.»

Paolo alzò lo sguardo. Aveva gli occhi lucidi.

«Dimmi la verità assoluta» disse Alex a voce bassa. «Se ora ti dessi la chiave e ti dicessi “toglitela da solo, vai a casa e fatti una sega pensando a oggi”, lo faresti?»

Paolo scosse la testa lentamente.

«No.»

«Perché?»

«Perché… voglio che sia tu a decidere.»

Alex rimase immobile per qualche secondo. Poi fece un piccolo sorriso, quasi impercettibile.

«Bravo» disse piano. «Molto bravo.»

Tirò fuori dalla tasca una piccola chiave argentata, la tenne tra pollice e indice, la fece oscillare davanti agli occhi di Paolo.

«Questa resta con me. Tu vai a casa con la gabbia. Domani ti scrivo. Magari ti tengo chiuso fino a giovedì. Magari di più. Dipende da quanto sarai obbediente.»

Paolo annuì, il respiro corto.

«Ora vai» disse Alex, rimettendosi la chiave in tasca. «E non provare a toglierla. Se lo fai, lo scopro. E allora non ci saranno più progetti. Solo silenzio.»

Paolo fece un passo indietro, poi un altro. Si voltò, camminò verso la sua macchina con le gambe molli. Salì, chiuse la portiera, appoggiò la fronte sul volante.

Sentiva la gabbia premere a ogni battito del cuore.

Accese il motore.

Mentre usciva dal parcheggio vide nello specchietto retrovisore Alex che lo guardava, immobile, con un’espressione indecifrabile.

Paolo guidò verso casa in silenzio assoluto.

Non mise la radio.

Non cantò.

Pensava solo a una cosa: alla chiave che non aveva.

E a quanto desiderasse non riaverla mai più.

Lascia un commento