Racconti Piccanti
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Da coinquilino a puttanella (parte 5)

Da coinquilino a puttanella (parte 5)

13 Marzo 2026·4 min di lettura

Alberto rimase piegato sul divano per un lungo minuto, il corpo ancora scosso da tremiti leggeri, il culo che pulsava intorno al vuoto lasciato da Marco. La sborra calda colava lenta lungo l’interno delle cosce, gocciolando sul tappeto in fili bianchi e densi. Respirava a fatica, la faccia schiacciata contro i cuscini, le mani che stringevano la stoffa come se fosse l’unico appiglio rimasto.

Marco si chinò su di lui, lo afferrò per le spalle e lo aiutò a rialzarsi piano. Alberto barcollò, le gambe molli, ma Marco lo strinse in un abbraccio improvviso, quasi dolce. Il petto largo contro la schiena magra di Alberto, il mento appoggiato sulla sua spalla. Per un attimo sembrò solo tenerezza: mani che accarezzavano i fianchi, respiro caldo sul collo.

Poi Marco infilò una mano tra le natiche di Alberto. Un dito entrò senza resistenza, scivolando dentro con facilità nella carne ancora lubrificata di sborra e saliva.

«Cazzo… guarda quanto è aperto questo buco» mormorò Marco contro l’orecchio. «Sembra una fica dopo una gangbang.»

Aggiunse un secondo dito, poi un terzo. Li spinse fino in fondo, li allargò, li ruotò. Alberto gemette forte, il corpo che si inarcava all’indietro contro il petto di Marco. Il culo si apriva e si chiudeva intorno alle dita, accogliendole senza fatica.

Marco iniziò a sgrillettarlo forte: movimenti rapidi, brutali, le dita che colpivano quel punto interno che faceva vedere le stelle. Alberto si irrigidì, il sesso che tornava duro in pochi secondi, gocciolando copiosamente pre-eiaculato che formava una pozza sotto di lui.

«Guarda come coli, schifoso» disse Marco con un ghigno ironico. «Sembri una fontanella rotta. Ti piace eh? Ti piace farti sgrillettare il culo come una troia.»

Alberto piagnucolò, la voce rotta e infantile. «Sì… ancora… di più… ti prego…»

Marco rise piano. Tirò indietro la testa di Alberto afferrandolo per i capelli, costringendolo ad inarcare la schiena. Continuò a masturbarlo con le dita, sempre più veloce, sempre più profondo, mentre con l’altra mano gli teneva la testa ferma.

Poi lo girò di scatto, faccia a faccia. Alberto aveva gli occhi lucidi, le guance bagnate di lacrime e saliva, le labbra gonfie.

Marco alzò la mano e gli diede uno schiaffo in faccia, non troppo forte ma secco, che fece girare la testa di Alberto.

«Dì che sei una puttana.»

Alberto deglutì, la guancia che bruciava. «Sono… una puttana…»

Un altro schiaffo, dall’altra parte.

«Più forte.»

«Sono una puttana!»

Terzo schiaffo, più deciso. Alberto gemette, il cazzo che sobbalzava.

«Ancora.»

«Sono la tua puttana, Marco… la tua troia…»

Marco sorrise, soddisfatto. «Bravo.»

Poi gli mise una mano sulla spalla e lo spinse giù.

«In ginocchio. Prendi il dildo. Rimettitelo nel culo. E leccami le palle.»

Alberto obbedì subito. Raccolse il dildo rosso dal pavimento, lo lubrificò con la saliva che ancora gli colava dalla bocca, si mise a quattro zampe e se lo infilò dentro con un gemito strozzato. Lo prese tutto, fino alla base, il culo che lo inghiottiva senza fatica ormai.

Poi si avvicinò tra le gambe di Marco, che era in piedi davanti a lui. Le palle erano pesanti, sudate, con quell’odore forte di maschio dopo il sesso. Alberto le leccò piano, la lingua che scivolava sulla pelle calda e umida, succhiando delicatamente una, poi l’altra. Marco gemette basso, il cazzo che tornava duro in fretta, gonfiandosi sopra la testa di Alberto.

Quando fu di nuovo eretto al massimo, Marco gli afferrò i capelli con entrambe le mani.

«Apri.»

Alberto spalancò la bocca. Marco glielo infilò dentro di colpo, fino in gola. Poi iniziò a scopargli la bocca con forza: spinte profonde, ritmiche, brutali. Alberto si sentiva soffocare, i conati che arrivavano a ondate, lacrime che scendevano copiose, saliva che colava sul mento e sul petto. Ma con una mano si segava furiosamente, eccitatissimo dal trattamento, dal modo in cui Marco lo usava senza pietà.

Marco accelerò, i fianchi che sbattevano contro il viso di Alberto, i gemiti che diventavano sempre più bassi e gutturali.

«Sto per venire… apri bene…»

Un ultimo affondo profondo. Marco si irrigidì, gemette forte e gli esplose in faccia: getti caldi e potenti che colpirono le guance, il naso, le labbra, gli occhi chiusi. Alberto venne nello stesso istante: il corpo scosso da spasmi, il cazzo che schizzava sul pavimento in fiotti deboli ma continui, mentre la sborra di Marco gli colava sul viso come vernice calda.

Marco si ritrasse, il cazzo ancora gocciolante. Guardò Alberto in ginocchio, coperto di sborra, tremante, con il dildo ancora conficcato nel culo.

«Ripulisciti» ordinò con voce calma, quasi indifferente. «Sistema tutto. E vai a dormire.»

Si girò, prese i vestiti sparsi per terra e sparì in camera sua senza aggiungere altro.

Alberto rimase lì per qualche secondo, il respiro corto, il viso appiccicoso, il culo pieno e dolorante. Poi si alzò lentamente, prese un fazzoletto dal tavolino, si pulì alla meglio la faccia. Raccolse il dildo, lo portò in bagno, lo lavò sotto l’acqua fredda. Tornò in soggiorno, asciugò le macchie sul tappeto come poté, spense il televisore che ancora trasmetteva porno in loop.

Andò in camera sua, si buttò sul letto senza nemmeno infilarsi il pigiama.

Chiuse gli occhi.

Sapeva che non avrebbe dormito.

Ma sapeva anche che, da quella sera in poi, niente sarebbe più stato come prima.

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