Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

Come ho leccato i piedi a un cliente e mi sono fatta sbattere sul bancone

Come ho leccato i piedi a un cliente e mi sono fatta sbattere sul bancone

27 Marzo 2026·9 min di lettura

Mi chiamo Sara, ho ventotto anni e lavoro come barista in un piccolo locale nel centro della città. È un posto tranquillo, di quelli dove la gente viene a bere una birra dopo il lavoro o a chiacchierare con gli amici. Io sono dietro il bancone da tre anni ormai, e conosco quasi tutti i clienti abituali. Tra loro c’è Marco, un tipo sui trentacinque, sempre con le stesse scarpe da ginnastica logore, di un bianco ormai ingiallito, con i lacci sfilacciati. Viene quasi tutte le sere, si siede allo sgabello in fondo e ordina una birra media. Non parla molto, ma i suoi occhi scuri mi seguono sempre mentre servo gli altri. Ho notato come mi guarda, con quell’aria tra il curioso e il predatore, e devo ammettere che mi fa un certo effetto.

Sono una ragazza sicura di me, lo so che il mio corpo attira gli sguardi. Porto spesso magliette aderenti, jeans stretti che mettono in risalto il mio sedere, e so come muovermi per tenere alta l’attenzione. Con Marco, però, c’è qualcosa di diverso. Non è solo il modo in cui mi fissa. È quel misto di familiarità e mistero che mi fa venir voglia di sapere cosa gli passa per la testa. E poi, sì, c’è qualcosa in quelle scarpe vecchie e usurate che mi incuriosisce, anche se non so spiegarmelo.

Era una sera di fine settimana, il locale si era svuotato presto. Erano le undici e mezza, e avevo già abbassato la serranda a metà per far capire che stavo chiudendo. Marco era ancora lì, seduto al suo posto, con la birra ormai finita da un pezzo. Gli ho lanciato un’occhiata mentre pulivo il bancone con uno straccio.

“Non vai a casa stasera?” gli ho chiesto, con un mezzo sorriso.

Lui ha ricambiato con un ghigno. “E tu? Non sei stanca di stare in piedi tutto il giorno?”

“Ci sono abituata,” ho risposto, appoggiandomi con i gomiti sul bancone, proprio davanti a lui. Sentivo il profumo della sua colonia, un misto di legno e sudore, niente di artefatto. Mi piaceva.

“Non sembri stanca,” ha detto, guardandomi dritto negli occhi. “Sembri… nervosa.”

Ho riso, un po’ per stemperare la tensione che sentivo crescermi dentro. “Nervosa io? Mai. E tu, con quelle scarpe sempre addosso, non sei stanco di portarle?”

Ha abbassato lo sguardo sui suoi piedi, poi lo ha riportato su di me. “Ti danno fastidio?”

“No,” ho detto, e ho sentito un calore strano salirmi lungo la schiena. “Sono… particolari.”

Ha alzato un sopracciglio, come se avesse capito qualcosa che io non avevo ancora ammesso nemmeno a me stessa. “Particolari, eh? Vuoi vedere quanto?”

Non ho risposto subito. Mi sono tirata indietro, incrociando le braccia, ma il cuore mi batteva più forte. Lui non ha aspettato una replica. Con un gesto lento, quasi provocatorio, ha sollevato una gamba e ha appoggiato il piede sul bancone, proprio davanti a me. La scarpa era a pochi centimetri dal mio viso. Poi, senza distogliere lo sguardo, ha slacciato i lacci con calma e se l’è tolta, lasciandola cadere a terra con un tonfo. Il piede nudo, sudato, era lì, appoggiato sul legno lucido. L’odore mi ha colpito subito, forte, pungente, un misto di sudore e pelle che non avrei mai pensato potesse eccitarmi così tanto. Ma lo ha fatto. Ho sentito un calore improvviso tra le gambe, e mi sono odiata per questo.

“Che fai?” ho chiesto, la voce un po’ roca, ma senza muovermi.

“Ti faccio vedere quanto sono particolari,” ha detto, con un tono basso, quasi un sussurro. “Non ti piace?”

Ho deglutito, sentendo le guance arrossarsi. “Non è normale, lo sai, vero?”

“Normale è noioso,” ha ribattuto lui, spostando leggermente il piede verso di me. “E tu non sembri il tipo che si annoia facilmente. Avvicinati.”

Non so perché, ma l’ho fatto. Mi sono chinata appena, il viso a pochi centimetri dal suo piede. L’odore era ancora più forte ora, mi riempiva le narici, e invece di disgustarmi mi faceva girare la testa. Sentivo il respiro accelerare, il cuore che mi martellava nel petto.

“Leccalo,” ha detto, la voce ferma, senza esitazione.

Ho alzato lo sguardo, incredula. “Cosa?”

“Hai capito. Fammi vedere che non hai paura. Leccalo, piano.”

Ho esitato, ma solo per un secondo. Poi, con un misto di imbarazzo e desiderio che non riuscivo a controllare, ho tirato fuori la lingua e ho sfiorato la pelle del suo piede, appena sopra le dita. Il sapore era salato, acre, ma non mi dava fastidio. Anzi, mi faceva venir voglia di continuare. Ho chiuso gli occhi, lasciando che la lingua scivolasse più in basso, tra le dita, mentre sentivo il suo respiro diventare più pesante.

“Brava,” ha mormorato, con una nota di soddisfazione nella voce. “Non ti fermare. Prenditela comoda, assapora tutto.”

Ho continuato, sentendo la sua pelle ruvida sotto la lingua, l’odore che mi avvolgeva completamente. Ero imbarazzata, sì, ma anche eccitata in un modo che non avevo mai provato. Ogni tanto alzavo lo sguardo e lo vedevo guardarmi, con un sorriso appena accennato, come se godesse del mio disagio tanto quanto del resto.

“Ti piace, eh?” ha detto, muovendo leggermente il piede per farmi arrivare meglio tra le dita. “Non pensavo fossi così… aperta.”

Ho smesso un attimo, giusto per riprendere fiato, e ho borbottato: “Non pensavo nemmeno io. Ma ora sei contento?”

“Non ancora,” ha risposto, tirando via il piede e appoggiandolo a terra. Si è alzato dallo sgabello e ha girato intorno al bancone, venendo verso di me. “Ora voglio vedere quanto sei aperta sul serio.”

Non ho avuto il tempo di rispondere. Mi ha afferrata per i fianchi con una presa decisa, facendomi voltare di spalle. Sentivo il suo corpo premere contro il mio, il calore della sua pelle attraverso la maglietta, e il rigonfiamento nei suoi jeans che premeva contro il mio sedere. Ho appoggiato le mani sul bancone, il legno freddo sotto le dita, mentre il suo respiro caldo mi sfiorava il collo.

“Ti voglio qui, adesso,” ha detto, la voce ruvida, mentre con una mano mi abbassava i jeans fino alle cosce. Non portavo mutandine quella sera, e l’aria fresca mi ha fatto rabbrividire. “Guarda che bel culo che hai. Non vedo l’ora di sentirlo.”

Ho girato appena la testa per guardarlo. “E allora che aspetti? Fai quello che vuoi, ma non farmi perdere tempo.”

Ha riso, un suono basso e gutturale, mentre con una mano mi stringeva una natica, allargandola leggermente. Ho sentito le sue dita scivolare più in basso, sfiorarmi, e poi spingersi dentro di me, due dita, senza preavviso. Ho trattenuto un gemito, mordendomi il labbro, mentre lui iniziava a muoverle con un ritmo lento ma deciso.

“Sei già pronta, eh?” ha detto, chinandosi per parlarmi all’orecchio. “Senti come sei bagnata. Questo è per me, vero?”

“Non parlare troppo,” ho ansimato, spingendo i fianchi contro la sua mano. “Fai qualcosa di utile.”

Ha tirato fuori le dita, e un attimo dopo ho sentito il suono della cintura che si slacciava, poi della zip dei jeans che si abbassava. Mi ha spinta in avanti, facendomi piegare di più sul bancone, il petto schiacciato contro il legno. Ho sentito la punta del suo membro premere contro di me, caldo, duro, e poi scivolare dentro con una spinta lenta ma inesorabile. Era grosso, più di quanto mi aspettassi, e ho sentito ogni centimetro mentre mi riempiva, facendomi stringere i denti per non gridare.

“Cazzo, sei stretta,” ha grugnito, afferrandomi per i fianchi con entrambe le mani. “Ma ci stai, vero? Lo prendi tutto.”

“Muoviti,” ho detto, la voce spezzata, mentre cercavo di abituarmi alla sensazione. “Non startene lì fermo.”

Ha obbedito subito, iniziando a spingere con un ritmo costante, ogni colpo profondo e deciso. Il bancone sotto di me scricchiolava leggermente a ogni spinta, e il suono dei nostri corpi che si scontravano riempiva il locale vuoto. Sentivo l’odore del legno mescolato a quello del suo sudore, il calore della sua pelle contro la mia, e il bruciore leggero dove le sue mani mi stringevano con forza.

“Ti piace così?” ha chiesto, rallentando un attimo per guardarmi. “O vuoi che ci vada più forte?”

“Più forte,” ho risposto senza pensarci, girando appena la testa per incrociare il suo sguardo. “Fammi vedere di cosa sei capace.”

Ha sorriso, un sorriso che mi ha fatto venire i brividi, e poi ha accelerato. Ogni spinta era più intensa, più veloce, e sentivo il suo membro pulsare dentro di me, sfregare contro ogni punto sensibile. Ho chiuso gli occhi, lasciando che il piacere mi travolgesse, mentre il mio respiro diventava sempre più affannoso. Le sue mani mi tenevano ferma, le dita che affondavano nella carne dei fianchi, e ogni tanto una delle sue mani si sollevava per darmi una sculacciata leggera, appena abbastanza da farmi sobbalzare.

“Senti come ci stai,” ha detto, la voce roca. “Sei tutta mia adesso. Dimmi che ti piace.”

“Mi piace,” ho ansimato, senza riuscire a trattenermi. “Non smettere, cazzo, continua così.”

Non si è fermato. Ha continuato a spingere, il ritmo sempre più incalzante, e io sentivo il piacere montare dentro di me, una pressione che cresceva a ogni colpo. Ho appoggiato la fronte sul bancone, il legno fresco contro la pelle bollente, mentre i miei gemiti si mescolavano ai suoi grugniti. L’odore del suo sudore, il suono dei nostri corpi, il sapore salato che ancora sentivo sulla lingua dopo aver leccato il suo piede: tutto si mescolava in un vortice che mi faceva perdere la testa.

“Sto per venire,” ha detto a un certo punto, rallentando appena. “Dove lo vuoi?”

“Dentro,” ho risposto subito, senza pensarci. “Fallo, non fermarti.”

Ha grugnito qualcosa che non ho capito, poi ha accelerato di nuovo, poche spinte, violente, profonde, finché non l’ho sentito irrigidirsi dietro di me. Ho percepito il calore del suo orgasmo dentro di me, un’onda che mi ha spinta oltre il limite. Il mio corpo si è teso, un brivido mi ha percorso dalla testa ai piedi, e sono venuta anch’io, con un gemito che non sono riuscita a soffocare. Le mie gambe tremavano, il bancone sotto di me sembrava l’unica cosa che mi teneva in piedi.

Siamo rimasti così per qualche secondo, ansimando entrambi, il suo peso ancora su di me. Poi si è tirato indietro lentamente, e io ho sentito il vuoto che lasciava, insieme al calore appiccicoso tra le cosce. Mi sono raddrizzata, appoggiandomi al bancone, mentre lui si tirava su i jeans e si sistemava.

“Beh,” ha detto, con un mezzo sorriso, mentre si rimetteva le scarpe. “Direi che abbiamo chiuso la serata in bellezza.”

Ho riso, ancora senza fiato, passandomi una mano tra i capelli. “Direi di sì. Ma la prossima volta, vedi di non mettermi i piedi sul bancone. O almeno, non subito.”

Ha alzato un sopracciglio, divertito. “La prossima volta, eh? Vedremo.”

Non ho risposto. Mi sono solo voltata per prendere uno straccio e pulire il bancone, mentre lui usciva dal locale con un ultimo sguardo che prometteva guai. E io, beh, non vedevo l’ora di rivederlo.

Lascia un commento