Racconti Piccanti
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Sotto il tavolo perdente!

Sotto il tavolo perdente!

06 Marzo 2026·6 min di lettura

Sono Paolo, ho 22 anni, e quella sera non avevo idea di dove cazzo stessi andando a infilarmi. Il mio migliore amico, Marco, mi aveva trascinato a una serata di poker in un appartamento in centro. “Dai, sarà una roba tranquilla, qualche birra, qualche partita, ci divertiamo,” mi aveva detto. Non ero un gran giocatore, ma avevo qualche spicciolo in tasca e voglia di fare qualcosa di diverso dal solito. L’appartamento era di un certo Giorgio, 33 anni, un tipo che Marco aveva conosciuto tramite un amico di un amico. Non l’avevo mai visto prima, ma quando siamo arrivati mi ha colpito subito: alto, spalle larghe, una calma da stronzo che sa di avere tutto sotto controllo. Ci ha aperto la porta con un sorrisetto, una birra in mano, e ci ha fatto entrare. Dentro c’erano altri due ragazzi, sui venticinque anni, che già fumavano e ridevano come se si conoscessero da una vita. Eravamo in cinque, il tavolo era pronto, e l’aria puzzava già di sigarette e birra stantia.

La partita è iniziata senza troppe storie. Io perdevo una mano dopo l’altra, non sono mai stato un fenomeno a poker. Marco se la cavava meglio, ma non era proprio un drago nemmeno lui. Giorgio, invece, vinceva quasi sempre. Non bluffava mai, o almeno così sembrava, e ogni volta che prendeva le fiches ti guardava con quell’espressione di chi ti sta dicendo “sei un coglione e lo sai”. Dopo un paio d’ore ero senza un euro. Zero, nada. Mi sentivo una merda, ma non volevo fare la figura del perdente che se ne va con la coda tra le gambe. Giorgio lo ha notato subito. “Paolo, sei finito, eh? Ma non ti preoccupare, puoi continuare a giocare. Ti giochi i vestiti, che ne dici?” Ha riso, e gli altri gli sono andati dietro. Io ho fatto una smorfia, ma dentro di me pensavo che fosse uno scherzo. “Va bene, ci sto,” ho detto, tanto per non sembrare un codardo.

Non è stato uno scherzo. Ho perso la maglietta, poi i pantaloni. Ero in mutande, seduto al tavolo con quattro tizi che ridevano sotto i baffi. Mi sentivo un idiota, ma c’era qualcosa nell’aria, una tensione che non riuscivo a capire. Giorgio mi fissava, con quel suo sguardo che ti trapassa. “Beh, Paolo, vuoi smettere? Però guarda, noi stiamo mettendo soldi veri, e tu ti giochi solo quattro stracci. Non è giusto, no?” La sua voce era calma, quasi gentile, ma mi faceva incazzare. Sapevo che aveva ragione, ma non volevo dargliela vinta. “Va bene, continuo,” ho borbottato, anche se dentro di me urlavo di smetterla. Alla mano dopo ho perso anche le mutande. Me le sono tolte con le mani che tremavano, e quando mi sono seduto di nuovo, nudo come un verme, ho visto che tutti mi guardavano. E cazzo, il peggio era che ce l’avevo duro. Non so perché, forse l’imbarazzo, forse la pressione, ma era lì, in bella vista. Marco, il mio migliore amico, mi ha guardato con un’espressione che non gli avevo mai visto: un misto di schifo e curiosità. “Porca troia, Paolo, ma che cazzo…” ha detto sottovoce, scuotendo la testa.

Giorgio, invece, ha sorriso. “Oh, guarda qua. Ti piace essere messo in mostra, eh? Ti eccita stare così, sotto gli occhi di tutti.” Io ho provato a negare, a dire che non era vero, ma la mia voce usciva debole, incerta. Lui non mi ha lasciato spazio. Si è alzato, è venuto vicino a me, e con quella sua calma del cazzo mi ha detto: “Non fare il timido, Paolo. Lo sai che ti piace. Ti piace che ti diciamo cosa fare. Vero?” Non so perché, ma non sono riuscito a rispondergli di no. Mi sentivo piccolo, nudo in tutti i sensi, e lui lo sapeva. “Se ti piace così tanto, perché non ci fai vedere quanto sei bravo a obbedire?” ha detto, abbassando la voce. Mi ha indicato il tavolo. “Vai sotto. Dai una mano… o meglio, una bocca.”

Non ci credevo. Non potevo credere che mi stesse chiedendo una cosa del genere. Ma c’era qualcosa in lui, nel modo in cui mi guardava, che mi bloccava. Una parte di me voleva mandarlo affanculo, ma un’altra parte, una che non capivo, mi diceva di farlo. Mi sono abbassato, lentamente, sotto il tavolo, con il cuore che mi martellava nel petto. Ero in ginocchio, nudo, e sentivo le loro risate sopra di me. Giorgio si è slacciato i pantaloni per primo, tirando fuori il cazzo. Era già mezzo duro, e mi ha guardato dall’alto. “Forza, non fare lo schizzinoso. Succhia.” Io ho esitato, ma poi l’ho preso in bocca. Non so come descriverlo, era un misto di vergogna e una specie di adrenalina che non avevo mai provato. Sentivo il suo odore forte, il sapore salato, e mentre lo succhiavo sentivo gli altri che parlavano, ridevano, dicevano cose tipo “Guarda questo, che troietta”. E io continuavo, con la testa che girava.

Poi è stato il turno degli altri. Uno alla volta, si sono slacciati i pantaloni e mi hanno messo il loro cazzo davanti. Io ero come in trance, non pensavo più. Lo facevo e basta. Quando è arrivato Marco, il mio migliore amico, ho sentito una fitta allo stomaco. Lui mi ha guardato con un ghigno che non gli avevo mai visto. “Dai, succhia anche a me, stronzo. Pensavo fossi un amico, e invece sei solo una puttana.” Le sue parole mi hanno colpito come un pugno, ma non ho smesso. L’ho preso in bocca, sentendo il suo cazzo duro contro la lingua, mentre lui mi insultava, mi diceva che non valevo niente. Era il peggiore di tutti, più crudele di Giorgio, e questo mi faceva male, ma allo stesso tempo sentivo il mio cazzo pulsare, gocciolante, mentre continuavo.

Non so quanto tempo è passato sotto quel tavolo. Sentivo i loro gemiti, i loro insulti, il rumore della birra che bevevano sopra di me. Ogni tanto uno mi afferrava la testa, spingendomi più a fondo, e io lasciavo fare. Alla fine, Giorgio ha detto: “Basta, vieni fuori.” Mi sono alzato, tremante, la bocca gonfia, il corpo sudato. Lui aveva un bicchiere in mano. “Ora finiamo in bellezza,” ha detto. Uno alla volta, si sono masturbati nel bicchiere, sborrando dentro mentre io stavo lì, nudo, a guardare. Marco è stato l’ultimo, e mentre lo faceva mi ha guardato con disprezzo. “Bevi, coglione,” ha detto, porgendomi il bicchiere. Io l’ho preso, con le mani che tremavano, e ho bevuto. Era caldo, appiccicoso, e mi veniva da vomitare, ma l’ho fatto. Non so perché, ma l’ho fatto. E mentre bevevo, sentivo il mio cazzo ancora duro, che gocciolava sul pavimento.

La serata è finita così. Nessuno ha detto niente di più. Mi sono rivestito in silenzio, con Marco che non mi guardava nemmeno. Giorgio mi ha dato una pacca sulla spalla, come se fosse tutto normale. “Ci vediamo alla prossima partita,” ha detto con un sorriso. Io ho annuito, anche se dentro di me ero un casino. Ma cazzo, non so perché, una parte di me voleva tornare. Non so se per provare di nuovo quella sensazione o per dimostrare qualcosa. Non lo so. So solo che, mentre uscivo da quell’appartamento, sentivo ancora il sapore in bocca, e il mio corpo non era per niente pronto a dimenticare.

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