Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

Il mio tirocinio… ai piedi del capo (parte 2)

Il mio tirocinio… ai piedi del capo (parte 2)

25 Marzo 2026·9 min di lettura

Non ho dormito bene quella notte. Ogni volta che chiudevo gli occhi, vedevo il suo ufficio, sentivo il ticchettio dell’orologio e il ronzio dell’aria condizionata, e quell’odore… quell’odore di sudore e cuoio mi tornava nelle narici come se fosse ancora lì, impregnato nella mia pelle. Mi sono rigirato nel letto per ore, il cuore che non smetteva di battere forte, la mente che riviveva ogni singolo momento di quel massaggio ai piedi. Mi odiavo per come il mio corpo aveva reagito, per quella tensione che non riuscivo a ignorare, per il modo in cui, nonostante la vergogna, una parte di me sembrava desiderare di tornare là. Ma non potevo. Non volevo. O almeno, cercavo di convincermi di questo.

La mattina dopo, mentre salivo le scale dello studio, sentivo il nodo nello stomaco stringersi sempre di più. Ogni passo sembrava pesare come un macigno. L’odore di carta e caffè mi ha accolto come al solito, ma oggi sembrava più soffocante, come se l’aria stessa fosse carica di qualcosa che non riuscivo a definire. Ho posato la borsa sulla mia scrivania, cercando di mantenere un’aria normale, ma le mani mi tremavano mentre sistemavo le mie cose. Gli altri colleghi erano già al lavoro, immersi nei loro progetti, e io pregavo dentro di me che la giornata passasse senza che Alessandro mi chiamasse. Ma sapevo che era un’illusione.

Non è passato molto prima che la sua voce profonda mi raggiungesse. “Luca, puoi venire un attimo nel mio ufficio?” ha detto, senza nemmeno alzare lo sguardo dal computer. Il tono era calmo, come sempre, ma c’era qualcosa in quelle parole che mi faceva gelare il sangue. Ho annuito, anche se non poteva vedermi, e mi sono alzato, le gambe molli. Mentre camminavo verso la sua stanza, sentivo gli occhi dei colleghi su di me, o almeno così mi sembrava. Forse era solo la mia immaginazione, ma mi sentivo esposto, come se tutti sapessero cosa era successo ieri, come se potessero leggere l’imbarazzo stampato sul mio viso.

Entrare nel suo ufficio era come varcare una soglia invisibile, un confine oltre il quale non avevo più controllo. La stanza era la stessa di sempre: la scrivania imponente, la finestra che non si apriva mai, l’aria stagnante e quel maledetto ticchettio dell’orologio che sembrava scandire ogni mio pensiero. Alessandro era seduto dietro la scrivania, la camicia bianca perfettamente stirata, i capelli ordinati, il volto impassibile. Ma i suoi occhi… i suoi occhi mi scrutavano, come se potessero vedere attraverso di me, scavando nei miei pensieri più oscuri. Ho deglutito, cercando di mantenere un’espressione neutra, ma sentivo già il calore salire al viso.

“Chiudi la porta, per favore,” ha detto, con quella voce bassa e controllata che mi faceva sempre rabbrividire. Ho obbedito, il click della porta che si chiudeva sembrava un colpo di pistola nella stanza silenziosa. “Siediti,” ha aggiunto, indicando la sedia scomoda davanti alla sua scrivania. Mi sono seduto, le mani posate sulle ginocchia, cercando di non guardarlo direttamente negli occhi. Ma sentivo il suo sguardo su di me, pesante, insistente.

“Fa caldo qui dentro oggi, non trovi?” ha detto dopo un momento di silenzio, appoggiandosi allo schienale della poltrona. Ho alzato lo sguardo, confuso. Non mi sembrava particolarmente caldo, ma il sudore mi stava già imperlando la fronte, più per il nervosismo che per la temperatura. Ho annuito, mormorando un “s-sì, un po’” che suonava patetico persino alle mie orecchie. Lui ha sorriso, un sorriso sottile, quasi impercettibile, che mi ha fatto stringere lo stomaco.

“Perché non ti togli la maglietta, allora? Tanto siamo solo noi due. Non c’è bisogno di stare così… formali,” ha detto, come se fosse la cosa più normale del mondo. Ho sentito il cuore saltarmi in gola. Togliermi la maglietta? Davanti a lui? Non poteva essere serio. Ho aperto la bocca per protestare, ma le parole mi sono morte in gola. Il suo sguardo era fermo, aspettava una risposta, e io sentivo la pressione di non deluderlo, di non sembrare debole o incapace di seguire un semplice suggerimento.

“I-io… non so se…” ho balbettato, le guance che bruciavano. Lui ha inclinato la testa, come se stesse studiando la mia reazione. “È solo una piccola cosa, Luca. Puoi farcela. Non voglio che ti senta a disagio per il caldo,” ha detto, il tono gentile ma con quel sottotono autoritario che non lasciava spazio a obiezioni. Ho deglutito, le mani che tremavano mentre le portavo ai bordi della maglietta. Ogni fibra del mio essere urlava di fermarmi, di dire di no, ma la paura di deluderlo, di sembrare fuori posto, era più forte. Lentamente, con movimenti rigidi, ho sollevato la maglietta sopra la testa, sentendo l’aria fresca della stanza colpire la mia pelle nuda. Mi sono sentito subito esposto, vulnerabile, come se stessi mostrando molto più di un semplice torso. Ho incrociato le braccia istintivamente, cercando di coprirmi, ma il suo sguardo era già su di me, e io non potevo fare nulla per nasconderlo.

“Molto meglio, no?” ha detto, con un accenno di soddisfazione nella voce. Ho annuito, anche se non sentivo nessun miglioramento. Il mio cuore batteva così forte che temevo potesse sentirlo. Ero seduto lì, a torso nudo, in un ufficio che dovrebbe essere un luogo di lavoro, e non riuscivo a capire come fossi finito in questa situazione. Ogni secondo che passava sembrava un’eternità, e il silenzio tra noi era soffocante. Ho abbassato lo sguardo, fissando il pavimento, pregando che non dicesse altro, che mi lasciasse andare.

Ma ovviamente non era finita. L’ho sentito muoversi, il rumore della sedia che scricchiolava leggermente mentre si chinava sotto la scrivania. Poi ho sentito il suono delle scarpe che venivano tolte, il cuoio che sfregava contro il pavimento, e un odore familiare ha iniziato a diffondersi nella stanza. Era lo stesso odore di ieri, quel misto di sudore e cuoio, ma oggi sembrava più forte, più intenso, come se si fosse accumulato dopo un’intera giornata di lavoro. Ho alzato lo sguardo, appena in tempo per vedere Alessandro togliersi le calze, lasciandole cadere accanto alle scarpe. I suoi piedi erano nudi ora, appoggiati sul pavimento, e io non potevo fare a meno di fissarli, anche se ogni istinto mi diceva di distogliere lo sguardo. La pelle sembrava leggermente lucida di sudore, le dita leggermente incurvate, e l’odore… Dio, l’odore era insopportabile, un mix di salato e terroso che mi riempiva le narici con ogni respiro.

“È stata una giornata lunga,” ha detto, con lo stesso tono tranquillo di sempre, come se non stesse succedendo nulla di strano. “Sai, stare in piedi per ore… i piedi mi stanno uccidendo. Ti dispiace darmi una mano come ieri? Solo un piccolo massaggio, niente di più.” Ha sollevato un piede, appoggiandolo sul bordo della sedia, e mi ha guardato, in attesa. Il cuore mi è salito in gola. Non potevo farlo. Non di nuovo. E non con i piedi nudi. L’idea di toccarli, di sentire quella pelle sudata sotto le dita, mi faceva rivoltare lo stomaco. Ma allo stesso tempo, sentivo quella pressione familiare, quella paura di deludere, di dire di no e sembrare incapace di fare anche una cosa così semplice.

“I-io… non so se…” ho iniziato, la voce tremante, ma lui mi ha interrotto con un sorriso. “Non vuoi deludermi, vero?” ha detto, e quelle parole mi hanno colpito come un pugno. No, non volevo deluderlo. Non potevo. Mi sono alzato dalla sedia, le gambe che sembravano di gelatina, e mi sono inginocchiato davanti a lui, il pavimento freddo sotto le ginocchia. Ero a torso nudo, inginocchiato in un ufficio, e stavo per toccare i piedi nudi del mio capo. La vergogna mi bruciava dentro, un fuoco che mi consumava dall’interno. Il viso mi bruciava, e sapevo di essere rosso come un pomodoro, ma non potevo farci niente.

“Ecco, così,” ha detto, mentre avvicinavo le mani al suo piede. Quando le mie dita lo hanno sfiorato, ho sentito un calore umido, la pelle leggermente ruvida sotto i polpastrelli. L’odore era soffocante ora, un misto di sudore fresco e qualcosa di più profondo, più acre, che mi faceva girare la testa. Ho iniziato a premere, goffamente, cercando di non pensare a quello che stavo facendo, ma ogni movimento sembrava amplificare la sensazione, il calore, l’odore. Le sue dita si muovevano leggermente sotto le mie mani, e io cercavo di concentrarmi sul respiro, di ignorare il modo in cui il mio corpo stava reagendo. Perché, nonostante tutto, nonostante la vergogna e il disgusto, sentivo quel calore familiare nel basso ventre, quella tensione che non riuscivo a controllare. Il mio corpo mi tradiva, e io lo odiavo per questo.

Alessandro sembrava ignorarmi, concentrato sullo schermo del computer, come se fossi invisibile. Ma poi, con la coda dell’occhio, l’ho visto abbassare lo sguardo verso di me, e un sorriso si è formato sulle sue labbra. “Vedo che ti piace renderti utile,” ha detto, la voce bassa, con una nota di divertimento che mi ha fatto gelare il sangue. Ho sentito il viso avvampare ancora di più, se possibile, e ho abbassato lo sguardo, incapace di sostenere il suo. Sapeva. Sapeva cosa stava succedendo, cosa il mio corpo stava mostrando, e io non potevo fare nulla per nasconderlo. Ero mortificato, volevo sparire, sprofondare nel pavimento e non uscire mai più.

Dentro di me, urlavo. Supplicavo che tutto questo finisse, che mi lasciasse andare, che smettesse di guardarmi con quell’espressione che sembrava leggermi dentro. Ma non potevo dire nulla. Le parole mi si incastravano in gola, e le mie mani continuavano a muoversi, premendo contro la pelle sudata dei suoi piedi, sentendo ogni callo, ogni ruvidità, ogni traccia di calore umido. L’odore non mi abbandonava, mi avvolgeva, e io cercavo di respirare piano, di non pensarci, ma era impossibile. Ogni respiro lo portava più a fondo dentro di me, e con esso quella tensione che non riuscivo a ignorare.

Dopo quella che mi è sembrata un’eternità, ha ritirato il piede con un movimento lento, appoggiandolo di nuovo sul pavimento. “Grazie, Luca. Sei davvero bravo in questo,” ha detto, e quelle parole, pur sembrando un complimento, mi hanno fatto sentire ancora più piccolo, ancora più umiliato. Mi sono rialzato, le gambe che tremavano, il viso in fiamme. Non riuscivo a guardarlo. Non volevo vedere la soddisfazione nei suoi occhi, non volevo affrontare il modo in cui mi aveva visto, il modo in cui aveva commentato la mia… reazione.

“Puoi rimetterti la maglietta ora. Per oggi abbiamo finito,” ha aggiunto, tornando a guardare lo schermo come se nulla fosse successo. Ho afferrato la maglietta con mani tremanti, infilandomela in fretta, come se potesse coprire non solo il mio corpo, ma anche la vergogna che sentivo dentro. Ma non funzionava. Sentivo ancora l’odore dei suoi piedi sulle mani, nelle narici, e quel calore nel mio corpo non se ne andava. Ero un disastro, un groviglio di emozioni che non riuscivo a districare.

“Ci vediamo domani,” ha detto, senza nemmeno guardarmi, mentre uscivo dall’ufficio con la testa bassa. La porta si è chiusa alle mie spalle con un click che mi ha fatto sobbalzare. Ero fuori, ma non mi sentivo libero. Non potevo sfuggire a quello che era successo, a quello che avevo provato. Mentre mi allontanavo, sentivo il cuore battere così forte da farmi male, e una domanda mi tormentava, una domanda che non volevo nemmeno considerare: cosa mi avrebbe chiesto domani? E, ancora peggio, una parte di me, piccola ma insistente, si chiedeva se lo desiderassi.

Lascia un commento