Racconti Piccanti
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Il fazzoletto della vergogna

Il fazzoletto della vergogna

12 Marzo 2026·4 min di lettura

In un appartamento di periferia, tra scatole di pizza vuote e bottiglie di birra sparse sul pavimento, quattro coinquilini tra i 23 e i 27 anni si erano radunati per la solita serata di FIFA. Il salotto puzzava di sudore, fumo di sigarette e vodka economica, con il divano sfondato al centro della stanza come trono di un regno di caos. C’erano Matteo, il più giovane, un tipo magrolino con occhiali spessi e una risata acuta; Luca, moro e muscoloso, sempre con una battuta pronta; Davide, il più tranquillo, con la barba incolta e un’aria da “non me ne frega nulla”; e poi c’era Riccardo, il re indiscusso delle spacconate, alto, con i capelli rasati e un ego grande quanto la TV da 50 pollici su cui giocavano. Era lui a dominare ogni conversazione, a vantarsi di conquiste mai avvenute e a giurare che nessuno lo avrebbe battuto quella sera. “Vi faccio il culo a tutti, stronzi,” aveva detto entrando in salotto con una bottiglia di vodka in mano.

La serata era iniziata come al solito: partite a eliminazione, insulti a pioggia e shot di vodka per ogni gol subito. Le mani sudate stringevano i controller, le urla riempivano la stanza mentre i punteggi salivano e scendevano. Riccardo, come previsto, era arrivato in finale contro Luca, e la tensione si era fatta palpabile. “Se perdo, mi taglio le palle,” aveva dichiarato Riccardo, scolandosi un altro shot. Luca aveva ghignato: “Tranquillo, te le taglio io.” Gli altri due, già eliminati, facevano il tifo a caso, più interessati a vedere chi avrebbe fatto la figura del coglione che al risultato vero e proprio.

Quando Luca aveva segnato il gol della vittoria al 90°, il salotto era esploso. Riccardo aveva lanciato il controller sul divano, imprecando contro il gioco, contro Luca, contro il mondo intero. “Non è possibile, cazzo! Questo gioco è truccato!” Ma gli altri non lo ascoltavano nemmeno. Matteo, con un sorrisetto maligno, aveva tirato fuori l’idea che girava da settimane come una barzelletta: il “gioco del fazzoletto”. “Hai perso, Ric. Sai cosa tocca fare. Tutti sul fazzoletto, e l’ultimo a venire ci si pulisce la faccia.” Riccardo aveva sgranato gli occhi, incredulo, ma poi aveva riso, una risata forte e nervosa. “Siete fuori, cazzo. Ma va bene, facciamolo. Tanto vengo per primo, vi faccio vedere io.”

La tensione era cambiata in qualcosa di strano, un misto di imbarazzo e curiosità. Si erano guardati per un attimo, incerti, ma poi Luca aveva aperto una birra e aveva detto: “Dai, non fare la fighetta, Ric. Regole sono regole.” Davide aveva scrollato le spalle, Matteo aveva ridacchiato, e in un attimo il fazzoletto di carta era stato posato al centro del tavolo, bianco e innocente in mezzo a quel casino. Si erano seduti in cerchio, ancora vestiti, ma con l’aria di chi sta per fare una cazzata epica. Riccardo, sempre sbruffone, si era sbottonato i jeans per primo, tirando fuori il suo uccello con un ghigno. “Guardate e imparate, stronzi.” Gli altri avevano seguito, tra risate e insulti, cercando di non guardarsi troppo mentre le mani iniziavano a muoversi.

All’inizio era tutto uno scherzo, un gioco per vedere chi si sarebbe tirato indietro per primo. Ma più i minuti passavano, più il silenzio si faceva pesante. Si sentivano solo i respiri, qualche grugnito soffocato, e il fruscio delle mani. Matteo, rosso in faccia, continuava a fissare il vuoto, Luca si mordeva il labbro inferiore, Davide sembrava quasi annoiato. Riccardo, invece, parlava ancora, anche se con meno convinzione. “Vi sto lasciando vincere, cazzo, non voglio farvi vergognare.” Ma la sua voce tremava un po’, e quando Matteo, il più timido, aveva gemuto piano e si era svuotato sul fazzoletto, gli altri avevano riso, rompendo un po’ la tensione. “Cazzo, già fatto?” aveva detto Luca, scuotendo la testa. Poi era stato il suo turno, con un grugnito basso, seguito da Davide, che aveva semplicemente borbottato un “fatto” senza nemmeno guardare gli altri.

Riccardo, però, era ancora lì, con la fronte sudata e il fiato corto. “Non ci credo, cazzo,” aveva mormorato, mentre gli altri iniziavano a tirarsi su i pantaloni e a fissarlo con un misto di scherno e attesa. Quando finalmente era arrivato al limite, con un gemito strozzato, il fazzoletto al centro del tavolo era già un disastro, zuppo e appiccicoso. Aveva guardato gli altri, il volto paonazzo, e aveva detto: “Siete dei bastardi.” Ma non c’era più spacconeria nella sua voce, solo un misto di vergogna e eccitazione che non riusciva a nascondere.

“Regole sono regole,” aveva ripetuto Luca, prendendolo per un braccio e spingendolo verso il divano. Riccardo non aveva opposto resistenza, forse perché una parte di lui, per quanto lo negasse, ci stava. Si era spogliato completamente, restando nudo su quel divano sfondato, con il corpo teso e l’uccello ancora mezzo duro nonostante tutto. Luca aveva preso il fazzoletto con due dita, schifato ma con un ghigno in faccia, e glielo aveva schiacciato sulla faccia. “Strofinati bene, troia!” aveva urlato, e gli altri erano scoppiati a ridere, urlando la stessa frase mentre Riccardo, con una smorfia, si passava quel pezzo di carta umido e appiccicoso sul viso. L’odore era forte, acre, un misto di sudore e sborra che gli faceva storcere il naso, ma non riusciva a smettere di ridere, una risata nervosa, incerta. “Siete dei malati, cazzo,” aveva detto, con la voce soffocata dal fazzoletto, mentre si puliva la faccia con gesti lenti, disgustati, ma senza perdere quella strana erezione che lo tradiva.

Gli altri stavano ancora ridendo, tirandosi pacche sulle spalle, mentre Riccardo restava lì, nudo, con il fazzoletto ormai accartocciato in mano e la pelle che luccicava di sudore. Non c’era bisogno di dire altro: la serata era finita, e in qualche modo, nonostante tutto, nessuno sembrava davvero pentito di quello che era successo.

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