L’esperimento che mi ha trasformato (parte 4)
È passato un mese dall’ultima volta che ho sentito quella voce robotica dirmi di prepararmi per una nuova regola. Un mese in cui tutto è cambiato, in cui io sono cambiato. Non so nemmeno più chi sono, se sono ancora Max, il ragazzo che faceva battute taglienti e si incazzava per un nonnulla, o se sono diventato qualcos’altro. Qualcosa che non avrei mai pensato di poter essere. L’appartamento è lo stesso, il divano logoro è sempre al suo posto, le bottiglie di birra vuote ancora sparse sul tavolo. Ma l’aria è diversa. Non è solo tensione, è qualcosa di più pesante, qualcosa che mi schiaccia ogni volta che passo davanti a quella telecamera con il suo led rosso sempre acceso.
Oggi è un giorno diverso, però. La voce ci ha convocati per un’intervista. Non un ordine, non un compito, ma una chiacchierata. Come se fossimo in un talk show del cazzo, solo che io sono nudo, in ginocchio sul pavimento freddo del salotto, con un collare di cuoio stretto intorno al collo. Il metallo della fibbia mi pizzica la pelle ogni volta che deglutisco. Un guinzaglio pende dal collare, e l’altra estremità è nella mano di Giorgio, che è seduto sul divano, vestito come se fosse appena tornato dall’università, con una camicia bianca sgualcita e i jeans. Mi tiene come se fossi un cane, e io non so più se mi dà fastidio o se ci ho fatto l’abitudine. Lui mi guarda dall’alto, con un’espressione che non è né divertita né arrabbiata, ma semplicemente… distante. Come se fosse normale. Come se fossi sempre stato così, ai suoi piedi.
Il ripetitore sul tavolo emette un ronzio basso, poi la voce robotica si fa sentire, fredda e impersonale come sempre. “Buonasera, Massimiliano. Buonasera, Giorgio. Oggi parleremo di quello che è successo in questo mese. Voglio sapere come vi sentite, cosa è cambiato tra di voi e come vedete il vostro futuro. Iniziamo con te, Massimiliano. Come ti senti in questo momento?”
Sento il sangue salirmi al viso. Come mi sento? Che domanda del cazzo. Sono nudo, con un collare al collo, in ginocchio davanti al mio migliore amico che mi tiene al guinzaglio. Come dovrei sentirmi? Stringo i denti, il pavimento duro che mi fa male alle ginocchia. “Mi sento… a posto,” dico, con la voce che mi esce più roca di quanto vorrei. “Cioè, non è che abbia scelta, no? È andata così.”
Giorgio tira leggermente il guinzaglio, giusto per ricordarmi che è lì, che ha il controllo. “Rispondi meglio, Max,” dice, con un tono calmo ma fermo, come se stesse parlando a un bambino. “Di’ la verità. Tanto chi ci vede?”
Quella frase, la mia frase, mi colpisce come uno schiaffo. Lo guardo, ma i suoi occhi dietro gli occhiali sono impenetrabili. Sospiro, abbassando lo sguardo sul pavimento. “Mi sento… umiliato. Ogni giorno. Non so nemmeno come ci sono finito, in questa situazione. Ma ormai è così. Faccio quello che mi dici tu, Giorgio. Pulisco, cucino, mi metto in ginocchio quando vuoi. Sono… sono la tua troia. Ecco come mi sento.”
C’è un silenzio pesante nell’aria dopo che ho detto quelle parole. La voce robotica non risponde subito, e Giorgio si limita a tamburellare le dita sul bracciolo del divano, con il guinzaglio ancora saldo nella mano. Sento il mio cuore battere forte, il calore della vergogna che mi brucia la pelle nuda. Sono esposto, non solo fisicamente, ma in un modo che mi fa sentire come se non avessi più nulla da nascondere.
“Interessante,” dice finalmente la voce, senza alcuna inflessione, senza giudizio. “Giorgio, cosa ne pensi di quello che ha detto Massimiliano? Come descrivi il vostro rapporto ora?”
Giorgio si appoggia indietro sul divano, rilassato, come se stessimo parlando del tempo. “Beh, direi che le cose sono chiare, no? Io comando, lui obbedisce. Non è stato facile all’inizio, sai, perché Max è sempre stato uno stronzo testardo. Ma dopo un po’ ha capito come funziona. Ora fa quello che gli dico, senza fare storie. È… comodo, diciamo. Mi piace avere il controllo. Mi piace che sia la mia puttana, come dice lui.”
Le sue parole mi trafiggono, ma non dico nulla. Non posso. Sento il collare stringere un po’ di più mentre lui tira il guinzaglio per farmi alzare la testa, per farmi guardare lui e la telecamera. “Guardaci,” dice, con un mezzo sorriso. “Siamo una bella coppia, no? Io sono il re di casa, e lui… beh, lui è la mia sguattera. Pulisce, si piega, fa tutto quello che voglio. E gli piace pure, anche se non lo ammette.”
“Non è vero,” sbotto, ma la mia voce è debole, incerta. Giorgio ride piano, una risata bassa che mi fa venire la pelle d’oca.
“Oh, andiamo, Max,” dice, inclinando la testa. “Non fare il timido. Ti ho visto. Ti ho sentito. Ogni volta che ti dico di fare qualcosa, magari protesti per due secondi, ma poi lo fai. E ci metti pure impegno. Sei bravo a fare la troia, lo sai.”
Stringo i pugni contro il pavimento, le unghie che graffiano il legno. Vorrei rispondergli, mandarlo a fanculo, ma non ci riesco. Non più. È come se qualcosa dentro di me si fosse spezzato in questo mese, come se ogni ordine, ogni umiliazione, mi avesse scavato dentro fino a lasciarmi vuoto. Sento l’odore del divano vicino a me, quel misto di tessuto vecchio e sudore che ormai conosco a memoria, e mi ricorda tutte le volte che sono stato lì, piegato, usato. Il mio corpo trema, non so se per la rabbia o per qualcos’altro.
La voce interrompe i miei pensieri. “Massimiliano, raccontaci com’è cambiata la tua vita quotidiana. Cosa fai per Giorgio? Come ti senti quando esegui i suoi ordini?”
Deglutisco, il collare che mi tira leggermente la pelle. “Faccio tutto,” dico, con la voce che mi esce bassa, quasi un sussurro. “Pulisco l’appartamento, lavo i piatti, faccio da mangiare. Se lui dice che vuole una birra, gliela prendo. Se dice che vuole che mi metta in ginocchio, lo faccio. Se vuole… altro, lo faccio. Non discuto più. Non ci provo nemmeno. E come mi sento? Non lo so. È come se fossi spento, a volte. Come se non fossi più io. Ma altre volte… cazzo, non lo so. Mi abituo. È più facile obbedire che combattere.”
Giorgio annuisce, come se fossi uno studente che ha dato la risposta giusta. “Bravo, Max. Vedi che sai parlare chiaro?” dice, tirando di nuovo il guinzaglio, questa volta con un po’ più di forza, facendomi avvicinare a lui. Sono a pochi centimetri dalle sue gambe ora, il suo odore – un misto di sapone e sudore leggero – che mi arriva dritto al naso. Mi guarda dall’alto, con quel sorrisetto che ormai conosco fin troppo bene. “Racconta alla voce di ieri sera. Di cosa abbiamo fatto. Non fare il timido.”
Sento il sangue gelarsi, ma so che non posso rifiutarmi. Non con lui che mi tiene così, non con la telecamera che registra ogni parola. “Ieri sera…” inizio, con la voce che mi trema. “Mi hai detto di spogliarmi, come sempre. Ero in camera mia, ma tu sei entrato e mi hai detto di venire in salotto. Mi hai fatto mettere in ginocchio, proprio qui, e… e mi hai detto di succhiartelo. L’ho fatto. Per tipo mezz’ora, finché non sei venuto. Poi mi hai detto di pulire tutto, con la lingua. E io… l’ho fatto. Non ho detto di no.”
Parlare di ieri mi fa rivivere ogni dettaglio. Sento ancora il sapore salato sulla lingua, il bruciore alle ginocchia mentre ero piegato davanti a lui, il suono del suo respiro pesante mentre mi dava ordini, la sensazione delle sue mani nei miei capelli che mi spingevano più a fondo. Il mio cazzo si indurisce a quel ricordo, e odio il fatto che Giorgio lo noti subito. Ride di nuovo, una risata che mi fa venir voglia di sparire.
“Vedi?” dice, rivolto alla telecamera. “Te l’ho detto. Gli piace. Magari si lamenta, ma guarda com’è messo. Duro come il marmo, solo a pensarci. Sei patetico, Max.”
“Vaffanculo,” mormoro, ma non c’è forza nelle mie parole. Non più. Lui tira il guinzaglio, facendomi alzare un po’ la testa, e mi guarda dritto negli occhi.
“Ripetilo, troia. Vediamo se hai le palle per dirlo davvero,” mi sfida, con la voce bassa, quasi un ringhio.
Non rispondo. Non ci riesco. Abbasso lo sguardo, il collare che mi pizzica il collo, e sento il peso della sua autorità su di me, un peso che ormai è diventato parte della mia vita. La voce robotica interviene, spezzando il silenzio. “Giorgio, come ti senti ad avere questo controllo su Massimiliano? Ti soddisfa? È quello che volevi?”
Giorgio si appoggia indietro, rilassandosi sul divano mentre gioca con l’estremità del guinzaglio. “Sì, mi soddisfa,” dice, senza esitazione. “Non pensavo che sarebbe stato così… facile, all’inizio. Pensavo che Max avrebbe fatto più casino, che avrebbe mollato tutto. Invece no. Si è piegato. E mi piace. Mi piace dargli ordini e vedere che li segue. Mi piace averlo sotto di me, in tutti i sensi. È come se fossi il capo, il re, come dicevo prima. Questa casa è mia, e lui è mio. Punto.”
Le sue parole mi colpiscono come pugni, ma non reagisco. Non posso. Sento il pavimento sotto di me, duro e freddo, il collare che mi stringe, il guinzaglio che pende dalla sua mano. Sono suo. È vero. Non so come ci sono arrivato, ma lo sono. E una parte di me, una parte che odio con tutto me stesso, non vuole che questo finisca.
“Massimiliano,” dice la voce, con quel tono piatto che mi fa rabbrividire. “Hai qualcosa da aggiungere? Vuoi continuare con l’esperimento? O vuoi fermarti?”
La domanda mi gela. Fermarmi. Potrei farlo. Potrei dire basta, togliermi questo collare, spegnere quella telecamera e mandare tutto a fanculo. Ma poi? I soldi. L’affitto. L’università. E… Giorgio. Lo guardo, seduto lì, con il guinzaglio in mano, che mi fissa in attesa della mia risposta. Non so cosa voglio. Non so più niente.
“Non lo so,” dico infine, con la voce spezzata. “Non so se voglio continuare. Ma non so nemmeno se posso smettere. Siamo nella merda senza questi soldi. E… e non so come sarebbe senza tutto questo, ormai. Senza di lui che decide. Non lo so.”
Giorgio non dice nulla, ma vedo un lampo nei suoi occhi, qualcosa che potrebbe essere soddisfazione o qualcos’altro. La voce robotica resta in silenzio per un momento, poi dice: “Grazie per le vostre risposte. L’esperimento è concluso per oggi. Potete spegnere tutto. Per ora.”
Il ripetitore si spegne con un clic, e il silenzio riempie la stanza. Giorgio lascia andare il guinzaglio, facendolo cadere sul pavimento, e si alza dal divano. “Vai a vestirti, Max,” dice, con un tono che non è né gentile né duro, solo pratico. “E poi pulisci la cucina. È un casino.”
Obbedisco, come sempre. Mi alzo, con le ginocchia che mi fanno male dopo tutto quel tempo sul pavimento, e raccolgo il collare e il guinzaglio per metterli via. La telecamera è ancora lì, con il suo led rosso che lampeggia, anche se la voce ha detto che è finita. Non so se crederci. Non so se qualcosa finirà mai davvero.
Mentre mi infilo una maglietta e dei pantaloni, sento Giorgio in cucina, che apreme ne frega, che apre il frigo per prendere una birra. Non mi guarda, non mi parla. È come se non esistessi, se non fossi mai stato altro che la sua troia, la sua sguattera. Eppure, una parte di me si chiede chi ci sia dietro quella voce, dietro quella telecamera. Non lo saprò mai, probabilmente. E forse non voglio nemmeno saperlo. Tutto quello che so è che qualcosa tra me e Giorgio è cambiato per sempre, e non c’è modo di tornare indietro.
Mentre passo lo straccio sul pavimento della cucina, sento il peso di questo mese su di me, il peso di ogni ordine, di ogni umiliazione. Ma sento anche qualcos’altro, qualcosa che non voglio nominare, qualcosa che mi tiene legato a lui, a questa casa, a questa vita. E mentre strofino via lo sporco, mi chiedo se davvero voglio spegnere tutto, o se, in fondo, voglio che continui.
