Paolo scopre il suo kink (parte 2)
Due giorni dopo, era sabato mattina. Paolo stava fissando lo schermo del portatile, fingendo di lavorare a un bug che in realtà aveva risolto già da ore. Il telefono vibrò sul tavolo con un suono secco.
Numero sconosciuto.
Rispose al secondo squillo, la voce che gli uscì più acuta del normale.
«Pronto?»
«Paolo? Sono Alex.»
Il cuore gli schizzò in gola. Sentì immediatamente il sangue affluire più in basso.
«Ciao… sì, sono io.»
«Bene. Ti serve un lavoro domani. Comparsa. Roba leggera, entri all’inizio e esci alla fine. Pagamento 400 euro cash. Sei disponibile?»
Paolo deglutì. Non chiese nemmeno di che si trattasse. Non ce n’era bisogno.
«Sì. Quando e dove?»
«Domani pomeriggio, stesso indirizzo. Arriva alle 14:30 precise. Porta solo te stesso. Niente mutande comode, niente profumi, niente cazzate. Capito?»
«Sì.»
«Bravo. A domani.»
Click.
Paolo rimase con il telefono in mano per almeno un minuto buono, lo sguardo perso nel vuoto. Poi si alzò, andò in bagno, si guardò allo specchio. Aveva le pupille dilatate, le guance già rosse. Si abbassò i pantaloni della tuta, si toccò piano. Era già mezzo duro solo per quella telefonata di venti secondi.
Si costrinse a fermarsi. Domani sarebbe stato peggio. Molto peggio. E lui lo voleva.
Domenica pomeriggio, 14:27.
Stesso capannone, stessa saracinesca alzata a metà. Entrò.
Alex era già lì, appoggiato al muro con il tablet in mano. Indossava una maglietta nera semplice e pantaloni cargo. Lo squadrò da capo a piedi.
«Puntuale. Bravo. Seguimi.»
Lo portò direttamente nel set principale, una stanza più grande di quella del casting. Luci più forti, un letto king-size con lenzuola nere, una poltrona di pelle in un angolo, tre telecamere su treppiedi, un monitor di controllo. E due persone già lì.
Una ragazza bionda, alta, seno abbondante, labbra piene rifatte, trucco pesante ma perfetto. Accento dell’Est quando salutò Alex con un «Bună, dragule». Rumena, probabilmente. Indossava solo un perizoma nero e un reggiseno a balconcino che a malapena conteneva il seno.
Accanto a lei, un ragazzo nero sui 22-24 anni, fisico scolpito, dread corti, sorriso tranquillo. Aveva già i pantaloni slacciati, ma era ancora coperto.
Alex fece un cenno verso di loro.
«Lei è Irina. Lui è Malik. Tu sei la comparsa. In ginocchio all’inizio e alla fine. Niente dialoghi, niente improvvisazioni. Chiaro?»
Paolo annuì, la bocca asciutta.
«Spogliati» disse Alex, come se stesse chiedendo l’ora.
Paolo si tolse la felpa, la maglietta, le scarpe, i calzini, i jeans. Rimase in boxer grigi. Guardò Alex.
«Anche quelli.»
Li abbassò. Era già semi-eretto, il pene che si muoveva leggermente al contatto con l’aria fresca del set.
Alex si avvicinò a un tavolino laterale e prese una piccola scatola di plastica nera. La aprì. Dentro c’era una gabbietta per castità in metallo opaco, misura S, con lucchetto integrato.
Paolo sentì lo stomaco contrarsi.
«Quella… è per me?»
«Esatto. Per te. Girati.»
Paolo obbedì. Alex si inginocchiò davanti a lui senza alcuna esitazione, prese il pene flaccido (era tornato molle per la paura) e lo infilò nella gabbietta con movimenti precisi, quasi clinici. Il metallo freddo gli fece venire la pelle d’oca. Alex chiuse l’anello alla base, poi il lucchetto. Clic.
«Fatto. Ora sei a posto.»
Paolo abbassò lo sguardo. Il suo sesso era compresso, schiacciato, ridicolmente piccolo dentro quella gabbia. Sentì un’ondata di umiliazione pura, bruciante. E sotto, inspiegabilmente, il pene cercò di gonfiarsi. La gabbia oppose resistenza. Dolore acuto.
«Ah…» gli sfuggì un gemito strozzato.
Alex alzò gli occhi.
«Già ti fa male?»
Paolo annuì, le guance in fiamme.
«Normale» disse Alex con tono piatto. «Se ti eccitano situazioni del genere è normale che cerchi di drizzarsi. Ma non può. È il punto.»
Quelle parole lo colpirono come uno schiaffo. Alex non lo stava nemmeno insultando apposta. Lo stava solo constatando. E questo lo rese ancora più umiliante.
«Andiamo a firmare la liberatoria» disse Alex alzandosi. «Vieni.»
Paolo lo seguì nudo, con la gabbietta che dondolava tra le gambe, attraverso il corridoio fino a un piccolo ufficio. Dentro c’era una scrivania, un computer, fogli sparsi. Alex si sedette, prese un fascicolo.
«Firma qui, qui e qui. Data di nascita, residenza, consenso alle riprese, consenso alla distribuzione online, rinuncia a pretese morali ed economiche oltre il compenso concordato.»
Paolo si chinò sulla scrivania per firmare. La gabbietta urtò contro il bordo del tavolo. Sobbalzò.
«Cazzo…» mormorò.
Alex lo guardò con un mezzo sorriso.
«Attento. Se ti fai male da solo non ti paghiamo l’infortunio sul lavoro.»
Paolo firmò con la mano che tremava. Era assurdo: nudo, incappucciato nel metallo, a firmare un contratto porno mentre un altro uomo lo guardava con indifferenza professionale.
Tornarono sul set.
Irina e Malik stavano già provando posizioni. Lei era in ginocchio sul letto, lui in piedi davanti a lei. Ridevano piano tra loro.
Alex batté le mani.
«Ok, si comincia. Paolo, in ginocchio qui, a sinistra del letto. Testa bassa, sguardo verso il pavimento. Non muoverti a meno che non te lo dico io.»
Paolo obbedì. Si inginocchiò sul tappeto ruvido. La gabbietta gli premeva contro l’interno coscia ogni volta che si spostava leggermente.
Partì la musica di sottofondo, un ritmo lento e sensuale. Le telecamere accesero la spia rossa.
Irina prese un guinzaglio di pelle nera dal comodino, lo agganciò al collare che Paolo non si era nemmeno accorto di indossare (Alex glielo aveva messo mentre firmava, senza dire una parola). Tirò leggermente.
«Vieni, cagnolino» disse con accento marcato, ridendo.
Lo portò vicino al letto. Malik le si avvicinò da dietro, le mani sui fianchi. Irina si voltò, baciò Malik profondamente, lingua visibile, mentre teneva il guinzaglio teso. Paolo era lì, in ginocchio, a guardare da pochi centimetri. Sentiva l’odore del loro profumo mischiato, sentiva i rumori umidi dei baci.
La gabbietta si strinse ancora di più. Paolo gemette piano.
«Shhh» sibilò Alex da dietro la telecamera. «Silenzio.»
La scena principale iniziò.
Irina si sdraiò sul letto, Malik le salì sopra. Si baciarono ancora, poi lui scese a baciarle il collo, i seni. Le tolse il reggiseno. Lei gemette forte, teatrale ma convincente. Malik si abbassò i pantaloni. Il suo sesso era grosso, nero lucido, già duro. Irina lo prese in mano, lo leccò lentamente, guardando in camera.
Paolo era sempre lì, in ginocchio, il guinzaglio abbandonato sul pavimento. Guardava tutto. Ogni movimento, ogni gemito, ogni schioccatura di labbra. La gabbietta ora era una tortura continua. Ogni tentativo di erezione finiva in una fitta lancinante.
Dopo una ventina di minuti di preliminari e posizioni varie (missionario, lei sopra, doggy), Alex gridò:
«Cut! Pausa di cinque minuti. Acqua, asciugamani.»
Paolo fece per alzarsi. Le ginocchia gli facevano male.
Alex lo bloccò con un gesto secco.
«Tu no. Rimani in ginocchio. Tutto il tempo. Anche quando non ti filmano. È la regola per le comparse come te.»
Paolo lo guardò implorante. Alex si limitò a scrollare le spalle.
«Se ti alzi ti tolgo dalla scena e non prendi i soldi. Scegli tu.»
Paolo rimase in ginocchio.
La pausa finì. Ripresero.
Posizioni più spinte. Irina a pecora, Malik che la scopava forte. Lei urlava, lui grugniva. La telecamera si avvicinava, si allontanava. Paolo sentiva tutto: il rumore bagnato, l’odore di sesso, i respiri affannati.
Poi Alex gridò:
«Ok, finale. Cumshot. Paolo, preparati.»
Malik si tirò fuori da Irina. Si mise in piedi davanti a Paolo, che era ancora in ginocchio. Si masturbò velocemente, il membro lucido di umori.
Alex si avvicinò, diede istruzioni precise, con tono professionale.
«Paolo, testa leggermente all’indietro, bocca socchiusa ma non troppo aperta, occhi aperti e fissi in alto verso di lui. Non sbattere le palpebre. Non spostarti. Voglio che sembri che lo desideri. Espressione supplice, non schifata. Capito?»
Paolo annuì. Tremava.
Malik accelerò. Gemette forte.
«Sto venendo…»
Alex contò alla rovescia.
«Tre… due… uno…»
Il primo schizzo colpì Paolo sulla guancia sinistra, caldo e denso. Il secondo sulla fronte, il terzo sul naso, il quarto entrò quasi in bocca. Paolo tenne gli occhi aperti, come gli era stato detto. Sentì il liquido colare lentamente, sentì l’odore acre, sentì la vergogna bruciargli dentro come acido.
Malik diede gli ultimi colpi, poi si pulì con un asciugamano che gli porse Irina.
«Cut! Fine!» gridò Alex.
Le luci si abbassarono leggermente. Irina rise piano, diede una pacca sulla spalla a Malik.
«Bravo, piccolo cagnolino» disse a Paolo, accarezzandogli i capelli sporchi. Poi si allontanò verso il camerino.
Alex si avvicinò.
«Bravissimo. Hai tenuto la posizione. Ora vai a farti la doccia. Il bagno è in fondo al corridoio a sinistra. Fai con comodo, non c’è fretta. Quando hai finito esci dall’ingresso principale, ti do i soldi lì.»
Paolo si alzò lentamente. Le ginocchia erano rosse e indolenzite. La faccia era coperta di sperma che cominciava a raffreddarsi. Camminò nudo lungo il corridoio, la gabbietta che dondolava ancora, il metallo umido di sudore.
Entrò nel bagno. Piccolo, piastrelle bianche, box doccia con vetro opaco.
Aprì l’acqua calda.
Si mise sotto il getto.
L’acqua gli scorreva sul viso, lavando via lo sperma, il sudore, la vergogna.
Ma non la eccitazione.
Quella restava.
