La coinquilina che paga l’affitto fottendomi il culo
Mi chiamo Davide, ho trent’anni e vivo in un appartamento troppo grande per me solo, in una zona periferica di Milano. Dopo che il mio vecchio coinquilino se n’è andato, ho messo un annuncio online per trovare qualcuno con cui dividere le spese. Non mi aspettavo grandi sorprese, solo uno che pagasse puntuale e non rompesse le scatole. Poi è arrivata Valentina. Alta, magra, con un accento dell’Est Europa che ti colpisce subito, e un modo di fare diretto, quasi sfacciato. Mi ha detto che veniva dalla Polonia, che cercava un posto tranquillo e che non aveva problemi a condividere spazi. Non ho fatto troppe domande, anche se qualcosa nel suo atteggiamento mi intrigava. Abbiamo firmato il contratto, e lei si è trasferita.
I primi due mesi sono stati un disastro. Valentina non pagava mai in tempo. Sempre scuse: “Ho avuto un problema con il lavoro”, “Aspetto un bonifico”. Io stringevo i denti, perché non mi andava di litigare, ma la situazione iniziava a pesarmi. Poi, un giorno, verso fine mese, mentre ero in cucina a fare i conti delle bollette, lei è entrata con un sorrisetto strano. Si è appoggiata al tavolo, i suoi occhi chiari che mi fissavano senza vergogna.
“Davide, dobbiamo parlare dell’affitto,” ha detto, con quella voce leggermente roca che mi faceva sempre drizzare le orecchie.
“Lo so, sei in ritardo. Di nuovo,” ho risposto, un po’ stanco. “Non posso continuare a coprirti, lo capisci, vero?”
Lei ha incrociato le braccia, spingendo in fuori il petto. Indossava una maglietta aderente, e non potevo fare a meno di notare quanto fosse longilinea, con quelle gambe che sembravano non finire mai. “Ho un’idea,” ha detto, inclinando la testa. “Paghi tu l’affitto questo mese e io ti do il culo… o viceversa.”
Ho sentito il sangue salirmi alla testa. Non ero sicuro di aver capito bene, ma il suo sguardo non lasciava spazio a dubbi. Mi sono schiarito la voce, cercando di mantenere la calma. “Che intendi con ‘viceversa’?”
Ha riso, un suono profondo, quasi gutturale. “Intendo che se non vuoi che ti dia il mio, posso prendere il tuo. Decidi tu.”
Non so cosa mi abbia spinto a scegliere. Forse la curiosità, forse il fatto che non facevo sesso da mesi e il suo modo di parlare mi aveva già fatto effetto. Ho esitato un attimo, poi ho detto: “Viceversa, allora.”
Il suo sorriso si è allargato. “Bene. Da oggi, ogni fine mese, ci mettiamo d’accordo così. Niente soldi, solo questo.”
Non ho avuto tempo di pensarci troppo. Da quel giorno, ogni fine mese è diventato un rituale. E non mi sto lamentando.
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Era l’ultimo giorno di novembre, e l’aria nell’appartamento era densa di una tensione che ormai conoscevo bene. Ero seduto sul divano del soggiorno, un vecchio pezzo di arredamento grigio che aveva visto giorni migliori, quando Valentina è entrata. Indossava una canottiera nera e dei leggings attillati che mettevano in mostra ogni linea del suo corpo. I suoi capelli biondi, tagliati corti, erano spettinati, e aveva un’espressione che era un misto di sfida e divertimento.
“Allora, Davide, sei pronto per il pagamento?” ha chiesto, appoggiandosi allo stipite della porta con un’anca sporgente.
Ho sentito un calore risalirmi lungo la schiena. “Sempre pronto. E tu? Non è che oggi ti tiri indietro?”
Ha riso, avanzando verso di me con passi lenti, quasi predatori. “Io? Tirarmi indietro? Non mi conosci ancora. Togliti i pantaloni, dai, non perdiamo tempo.”
Mi sono alzato, slacciandomi la cintura con mani che già tremavano un po’. Non era la prima volta, ma ogni mese sembrava la prima. C’era qualcosa nel suo modo di comandare la situazione che mi mandava fuori di testa. Ho lasciato cadere i jeans a terra, restando in boxer, mentre lei mi guardava con quegli occhi che sembravano spogliarmi ancora di più.
“Anche quelli,” ha detto, indicando i boxer con un cenno del mento. “E girati. Voglio vedere quel culo prima di iniziare.”
Ho obbedito senza dire una parola, sentendo il tessuto scivolare lungo le cosce. Mi sono voltato, appoggiando le mani sul bracciolo del divano, il cuore che mi batteva forte. Ho sentito i suoi passi avvicinarsi, poi la sua mano sulla mia schiena, leggera ma decisa.
“Non male,” ha mormorato, la sua voce vicino al mio orecchio. Il suo fiato caldo mi ha fatto rabbrividire. “Ti tengo sempre in forma, eh?”
“Parla meno e fai,” ho risposto, cercando di sembrare sicuro, ma la mia voce era già incrinata.
Ha riso di nuovo, e ho sentito il suono della sua cintura che si slacciava. “Tranquillo, ci arrivo. Ma prima dimmi una cosa: ti piace quando prendo il controllo, vero?”
Ho deglutito, il viso che bruciava. “Sì, mi piace. E lo sai.”
“Bene. Allora rilassati e lasciami fare.”
Ho sentito il rumore di una bottiglietta che si apriva, poi il freddo del lubrificante che mi scivolava sulla pelle. Le sue dita erano esperte, si muovevano con una precisione che mi faceva stringere i denti. L’odore acre del lubrificante si mescolava al suo profumo, un misto di muschio e qualcosa di più dolce, che mi arrivava dritto al cervello. Ogni tocco era un’esplosione di sensazioni: il freddo del gel, il calore delle sue mani, la pressione lenta ma insistente.
“Respira,” mi ha detto, e ho sentito la sua voce abbassarsi di un tono. “Non voglio farti male. Non troppo, almeno.”
Ho annuito, cercando di rilassarmi, ma il mio corpo era già teso come una corda. Poi ho sentito la pressione aumentare, il suo corpo che si avvicinava al mio. Era alta, più di me, e quando si è posizionata dietro, ho sentito la sua forza, il suo controllo. La sensazione di essere riempito è arrivata all’improvviso, un misto di disagio e piacere che mi ha fatto sfuggire un gemito.
“Ecco, bravo,” ha detto, la voce roca. “Prendilo tutto, non fare storie.”
Ho stretto le mani sul bracciolo, il tessuto ruvido sotto le dita, mentre il ritmo iniziava a crescere. Ogni spinta era profonda, calcolata, e il suono dei nostri corpi che si scontravano riempiva la stanza. Il suo respiro era pesante, quasi un ringhio, e ogni tanto mi dava una sculacciata leggera, giusto per ricordarmi chi comandava.
“Ti piace, eh?” ha chiesto, senza rallentare. “Dimmi quanto ti piace.”
“Mi piace… cazzo, mi piace troppo,” ho ansimato, la voce spezzata. “Non fermarti.”
“Non mi fermo, tranquillo. Ti scopo finché non mi implori di smettere.”
Le sue parole mi colpivano quanto i suoi movimenti. Sentivo il sudore scivolarmi lungo la schiena, il calore del suo corpo contro il mio, il suo odore che mi avvolgeva. Ogni tanto mi afferrava i fianchi, le unghie che si conficcavano appena nella pelle, lasciandomi segni che avrei sentito per giorni. Il divano scricchiolava sotto di noi, un rumore ritmico che si mescolava ai nostri ansiti.
“Guardati,” ha detto a un certo punto, rallentando appena per farmi riprendere fiato. “Tutto piegato per me. Ti piace fare il mio giocattolo, vero?”
Ho girato la testa per guardarla, i suoi occhi che brillavano di una luce selvaggia. “Sì, mi piace. E tu? Ti piace farmelo?”
Ha sorriso, un sorriso che era quasi un ghigno. “Mi piace da morire. E ora girati, voglio vederti in faccia mentre ti finisco.”
Mi sono voltato con un po’ di fatica, le gambe che tremavano. Mi sono sdraiato sul divano, sollevando le gambe mentre lei si posizionava sopra di me. La luce del lampadario le illuminava il viso, e potevo vedere ogni dettaglio: le gocce di sudore sulla sua fronte, le labbra leggermente socchiuse, il modo in cui i muscoli delle sue braccia si tendevano mentre si muoveva. Era uno spettacolo, e io non potevo fare altro che lasciarmi andare.
Ha ripreso il ritmo, più veloce di prima, e la sensazione era quasi insostenibile. Ogni spinta mi mandava ondate di piacere lungo tutto il corpo, e i suoi gemiti, bassi e profondi, erano come una musica che mi spingeva oltre il limite. Le sue mani mi stringevano le cosce, tenendomi fermo, mentre il suo sguardo non abbandonava mai il mio.
“Dimmi che stai per venire,” ha detto, la voce spezzata dal respiro affannoso. “Voglio sentirlo.”
“Ci sono vicino… cazzo, ci sono vicino,” ho risposto, quasi urlando. “Non rallentare, ti prego.”
“Non rallento. Ti faccio esplodere, promesso.”
E così è stato. Il piacere mi ha colpito come un’onda, travolgendomi completamente. Ho sentito il mio corpo tremare, il respiro che si bloccava in gola, mentre lei continuava a muoversi, prolungando ogni sensazione fino all’ultimo. Poi si è fermata, ansimando, il suo peso che si rilassava sopra di me. Siamo rimasti così per un momento, il silenzio interrotto solo dai nostri respiri pesanti, l’odore del sesso che saturava l’aria.
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Dopo, ci siamo separati lentamente. Mi sono tirato su, sentendo ogni muscolo protestare, mentre lei si appoggiava allo schienale del divano con un sorriso soddisfatto. Aveva ancora il fiato corto, ma il suo sguardo era già tornato quello di sempre, scherzoso e un po’ provocatorio.
“Allora, affitto pagato?” ha chiesto, alzando un sopracciglio.
Ho riso, nonostante la stanchezza. “Direi di sì. Ma il prossimo mese vedi di non farmelo sudare così tanto.”
“Vedremo. Dipende da quanto mi fai arrabbiare,” ha risposto, dandomi una leggera spinta sulla spalla.
Mi sono alzato, raccogliendo i vestiti da terra, mentre lei si stiracchiava come un gatto. La guardavo, il suo corpo ancora illuminato dalla luce fioca della stanza, e non potevo fare a meno di pensare che, in fondo, questo accordo non era poi così male. Ogni fine mese, sul divano del soggiorno, Valentina pagava a modo suo. E io, beh, non avevo alcuna intenzione di cambiare le cose.
