Da coinquilino a puttanella (parte 3)
I giorni successivi furono un inferno dolce e silenzioso.
Alberto non riusciva a togliersi dalla testa quelle parole. «Sembri una fighetta.» «Una cosa carina da scopare.» Ogni volta che ci ripensava – mentre era a lezione, mentre lavava i piatti, mentre cercava di studiare – sentiva un calore traditore salire dal basso ventre. Si ritrovava con il respiro corto, le guance in fiamme, e tra le gambe un’erezione che non dava tregua.
La prima volta capitò la mattina dopo quella conversazione in cucina. Marco era già uscito per la palestra, Alberto era rimasto solo in casa. Si era chiuso in bagno con la scusa di una doccia lunga. Si era appoggiato alle piastrelle fredde, aveva abbassato i pantaloncini fino alle ginocchia e si era preso in mano il sesso già duro. Aveva chiuso gli occhi e rivisto Marco che gli diceva quelle cose, con quel sorriso storto e lo sguardo divertito. Si era masturbato in fretta, quasi con rabbia, mordendosi il labbro per non gemere troppo forte. Era venuto pensando al modo in cui Marco lo aveva chiamato “nano”, “principessina”, e lo schifo per se stesso si era mischiato al piacere in un nodo strettissimo.
Successe di nuovo due giorni dopo, nel pomeriggio. Marco era sotto la doccia, Alberto aveva sentito l’acqua scorrere e il canto stonato di Marco che massacrava una vecchia canzone di Vasco. Si era rifugiato in camera sua, aveva chiuso la porta a chiave, si era buttato sul letto e aveva infilato una mano nei boxer. Stavolta era andato più piano, aveva immaginato le mani grandi di Marco che lo tenevano per i fianchi, quel cazzo enorme che premeva contro di lui. Era venuto quasi subito, con un singhiozzo soffocato nel cuscino.
La terza volta fu la sera prima del regalo. Marco era uscito con gli amici, Alberto era rimasto solo a guardare un film che non stava seguendo. Si era toccato sul divano, con i pantaloncini abbassati alle caviglie, pensando a quanto fosse patetico eccitarsi per essere umiliato. Aveva goduto in silenzio, con le lacrime agli occhi e il nome di Marco sulle labbra.
Poi arrivò quella sera.
Marco rientrò un po’ prima del solito, con un sacchetto di carta marrone in una mano e una scatola nera anonima nell’altra. Aveva i capelli ancora umidi dalla doccia post-palestra, una maglietta aderente che gli segnava il petto e i jeans che tiravano sulle cosce.
«Ale!» chiamò dal corridoio. «Vieni qua, ho una cosa per te.»
Alberto era in cucina, stava tagliando pomodori per l’insalata. Si pulì le mani nel grembiule a fiori che indossava sopra la felpa rosa e uscì con il cuore già in gola.
Marco era in piedi in mezzo al soggiorno, con la scatola tesa verso di lui come se fosse un trofeo.
«Tieni. È per te.»
Alberto la prese con mani tremanti. Era leggera, ma sembrava pesare tonnellate. La scatola era nera opaca, senza scritte, senza nastri. Solo un nastro adesivo sottile a tenerla chiusa.
«Aprila» disse Marco, incrociando le braccia e appoggiandosi allo stipite della porta con quel sorrisetto che Alberto ormai temeva e desiderava allo stesso tempo.
Alberto strappò il nastro. Sollevò il coperchio.
Dentro, posato su un letto di carta velina nera, c’era un dildo. Rosso fuoco, quasi fluorescente sotto la luce del lampadario. Realistico fino al midollo: vene in rilievo che correvano lungo tutta l’asta, glande pronunciato e leggermente curvo, base larga con ventosa. Misurava sui venti centimetri, forse qualcosina in meno del mostro che Marco si portava nei pantaloni, ma era comunque impressionante. Spesso. Intimidatorio.
Alberto lo fissò per secondi eterni, incapace di parlare.
Marco scoppiò a ridere. Una risata grassa, genuina, che riempì la stanza.
«Ti piace la sorpresa, frocio?»
Alberto alzò gli occhi. Aveva la bocca aperta, le guance in fiamme. Non sapeva se offendersi, se ringraziarlo o se buttare tutto dalla finestra.
Marco alzò le mani in segno di resa, ancora ridendo. «Tranquillo, non è che sono andato apposta a comprartelo. Cioè… sì e no. Ero con Luca, il mio amico del calcetto, che doveva fare un regalo alla tipa nuova. Siamo entrati in quel sexy shop vicino alla stazione, quello con la vetrina piena di roba assurda. Lui stava scegliendo roba per lei, io gironzolavo… e ho visto questo. Rosso, venoso, grosso quanto basta. Ho pensato subito a te.»
Fece una pausa, si avvicinò di un passo. La voce si abbassò.
«Allora, dopo che Luca ha pagato ed è uscito, sono tornato dentro. Ho preso questo. L’ho pagato in contanti, non volevo che mi riconoscessero. E l’ho portato a casa per te.»
Alberto deglutì. La scatola gli tremava tra le mani.
Marco continuò, con un tono quasi gentile ora. «Ti ho provocato l’altra volta, lo so. Ti ho detto quelle cose… e ho visto come ti hanno fatto effetto. Ho pensato… boh… magari questo ti può servire. Per allenarti. Per provare. Prima di…»
Lasciò la frase in sospeso. Non disse “prima di farlo con me”. Ma lo pensò entrambi.
Alberto abbassò lo sguardo sul dildo. Lo sfiorò con la punta delle dita. Era morbido al tatto, ma rigido dentro. Realistico. Troppo realistico.
Marco lo osservò per un attimo, poi scrollò le spalle come se niente fosse.
«Dai, mettilo via per ora. Ho fame. Preparo la carbonara, tu metti su l’acqua?»
Si girò, andò in cucina, prese la padella come se non avesse appena regalato un cazzo finto al suo coinquilino gay.
Alberto rimase fermo con la scatola in mano. Sentiva il cuore battere ovunque: nelle orecchie, nel petto, tra le gambe.
Chiuse il coperchio con un gesto lento.
Andò in camera sua, nascose la scatola sotto il letto.
Tornò in cucina con le guance ancora rosse.
Marco stava sbattendo le uova con la pancetta che sfrigolava in padella. Alzò lo sguardo e sorrise, innocente come un bambino.
«Pepe nero o pepe rosa stasera?»
Alberto mormorò un «nero» a stento.
Mangiarono in silenzio, con la televisione accesa a basso volume.
Ma Alberto sapeva che quella notte non avrebbe dormito.
E che prima o poi avrebbe provato quel dildo rosso fuoco.
Solo per vedere se riusciva a prenderlo tutto.
Solo per prepararsi.
I giorni successivi furono stranamente normali. Troppo normali.
Marco non tornò più sull’argomento. Niente battute, niente sguardi allusivi, niente pacche sulla spalla che duravano un secondo di troppo. Sembrava che il regalo rosso fuoco non fosse mai esistito, che quella conversazione in cucina fosse stata solo un sogno febbrile. Marco tornò a essere il coinquilino perfetto: preparava il caffè la mattina, chiedeva com’era andata la lezione, si lamentava del prof di statistica, rideva alle storie di Alberto su quel compagno di corso che puzzava di sudore vecchio. Si confidavano come fratelli. Marco gli raccontò di una nuova ragazza che aveva conosciuto in palestra, ma senza dettagli piccanti; Alberto gli parlò del suo esame imminente e del panico da prestazione. Tutto pulito, tutto innocente.
Eppure Alberto non riusciva a respirare normalmente quando Marco era nella stessa stanza.
Ogni volta che lo vedeva uscire dalla doccia con l’asciugamano basso sui fianchi, ogni volta che sentiva il rumore sordo dei piedi nudi sul parquet, ogni volta che Marco si stiracchiava sul divano e la maglietta gli saliva scoprendo una striscia di addominali, Alberto sentiva un nodo stringergli lo stomaco. E sotto il letto, nella scatola nera, quel dildo rosso lo aspettava come una promessa muta.
Una sera Marco uscì con gli amici del calcetto. «Torno tardi, non aspettarmi sveglio» disse con un sorriso tranquillo, e chiuse la porta.
Alberto rimase solo.
Andò in camera, prese la scatola da sotto il letto. La aprì con mani tremanti. Il dildo era lì, lucido, venoso, quasi vivo sotto la luce fioca della lampada. Lo prese in mano. Pesava. Era caldo al tatto, come se avesse assorbito il calore della stanza.
Decise di provarlo.
Non in camera – troppo rischioso, il letto poteva sporcarsi. Andò in bagno, chiuse la porta (o almeno pensò di averla chiusa), riempì la vasca con acqua tiepida fino a metà. Si spogliò nudo, si immerse fino alla vita. Prese il sapone liquido dal bordo, ne versò un po’ sulla mano, lo spalmò sul dildo e poi su se stesso. Era improvvisato, sapeva che non era l’ideale, ma non aveva altro.
Si appoggiò con la schiena contro la parete della vasca, piegò le ginocchia, portò il giocattolo tra le gambe. Inspirò a fondo. Provò a spingere.
Fece male. Subito. La punta entrò a fatica, bruciava, i muscoli si contraevano per respingerlo. Riuscì a infilarlo solo fino a metà – forse dieci centimetri – e si fermò, ansimando, con le lacrime agli occhi. Troppo grosso. Troppo in fretta.
Ma non voleva arrendersi.
Prese il telefono (asciutto, appoggiato sul bordo della vasca), aprì il browser in incognito e cercò: “masturbazione anale maschile come fare”. Trovò un articolo su un sito di salute sessuale, scritto in modo semplice e diretto. Lesse: rilassati, respira, usa tanto lubrificante, vai piano, contrai e rilascia i muscoli, non forzare.
Tornò indietro. Versò altro sapone, si lubrificò di nuovo – stavolta con più generosità, fino a far colare il liquido lungo le cosce. Riprese il dildo, inspirò lentamente, espirò. Contrasse, rilassò. Spinse piano.
Stavolta entrò di più. Non tutto, ma quasi. E poi… qualcosa cambiò.
Quando iniziò a muoverlo dentro e fuori – movimenti piccoli, lenti, controllati – sentì un calore diverso. Non solo dolore, ma una pressione profonda, intensa, che si irradiava dal basso ventre fino alla punta del sesso. Il suo uccello si indurì completamente senza che lo toccasse. Gemette piano, mordendosi il labbro. Continuò, aumentando il ritmo appena, scoprendo angoli che lo facevano tremare. Era vicino a qualcosa di enorme, di sconosciuto.
Poi sentì la porta di casa aprirsi.
Il rumore della chiave nella toppa. Passi pesanti nell’ingresso.
«Ale? Sei sveglio?» la voce di Marco, allegra, un po’ sudata dalla serata.
Alberto si bloccò. Il cuore gli schizzò in gola.
Merda. Non aveva chiuso la porta a chiave. Pensava di averlo fatto, ma no.
Il dildo era ancora dentro di lui, a metà. Si alzò di scatto dalla vasca, l’acqua schizzò ovunque. Doveva uscire, chiudere la porta del bagno, inventarsi qualcosa. Afferrò un asciugamano, ma era bagnato e scivoloso. Mise un piede fuori dalla vasca, l’altro inciampò sul tappetino fradicio.
Cadde.
Un tonfo secco, violento. Atterrò a pancia in giù sul pavimento freddo, le gambe aperte, il culo all’aria, il dildo rosso che gli uscì di colpo con un suono umido e osceno, rotolando via di qualche centimetro.
La porta del bagno si aprì di slancio.
Marco era lì, fermo sulla soglia, con la felpa ancora addosso e le scarpe da ginnastica ai piedi.
Alberto nudo, bagnato, a quattro zampe, il viso paonazzo, il sesso duro che sfregava contro le piastrelle, il giocattolo rosso a pochi centimetri dalla sua mano.
Per un secondo il tempo si fermò.
Alberto urlò, con la voce rotta: «ESCI! ES CI FUORI!»
Marco spalancò gli occhi, ma non si mosse subito. «Cazzo, Ale, stai bene? Ti sei fatto male?» Fece un passo avanti, istintivo, per aiutarlo.
«HO DETTO ESCI!» Alberto gridò più forte, coprendosi come poteva con le mani, le lacrime che gli rigavano il viso per l’umiliazione pura.
Marco si bloccò. Alzò le mani in segno di resa. «Ok, ok… scusa.»
Indietreggiò, chiuse la porta piano.
Alberto rimase lì per terra, ansimante, tremante. Il cuore gli martellava così forte che gli faceva male il petto. Raccolse il dildo con mani che non smettevano di tremare, lo buttò nella vasca. Si rialzò a fatica, si avvolse nell’asciugamano, si ripulì alla meglio con la carta igienica. Si lavò la faccia con l’acqua fredda, cercando di calmare il rossore, le lacrime.
Quando uscì dal bagno, Marco era in cucina. Aveva messo su il bollitore, fingeva di fare il tè. Non lo guardò negli occhi.
«Vuoi una camomilla?» chiese soltanto, con voce neutra.
Alberto mormorò un «no» strozzato e sparì in camera sua.
Chiuse la porta. Si buttò sul letto. Si coprì con la coperta fino alla testa.
Non pianse. Non più.
Ma dentro sentiva ancora quel calore traditore, misto alla vergogna più nera.
E sapeva che Marco aveva visto tutto.
Tutto.
