Racconti Piccanti
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Prigioniero dei miei amici bulli

Prigioniero dei miei amici bulli

12 Marzo 2026·6 min di lettura

Eccomi qua, Riccardo, 28 anni, un tipo normale, né troppo figo né troppo sfigato, ma sempre il bersaglio delle battute di un gruppo di amici che, diciamocelo, sono più bulli che amici. Siamo in una casa vacanze in mezzo al nulla, un posto isolato con vista su colline che non fregano a nessuno, soprattutto quando l’obiettivo del weekend è bere come dannati e fare casino. Il leader del gruppo, Alex, 30 anni, è il classico stronzo che comanda: alto, muscoloso, tatuaggi che gli coprono braccia e collo, una faccia da schiaffi e un modo di fare che ti fa venir voglia di abbassare lo sguardo. È bisex, lo sanno tutti, e non perde occasione per far pesare la sua dominanza, soprattutto con me, che sono sempre stato il più “facile” da prendere in giro.

È sabato sera, la casa puzza di birra e fumo, le risate rimbombano tra le pareti. Abbiamo bevuto tanto, troppo, e io, come al solito, sono quello che regge meno. “Ricca, bevi, cazzo, non fare la femminuccia!” mi urla Alex, passandomi un’altra birra. Io rido, ma dentro mi brucia. Lo faccio per non sembrare un codardo, ma so che ogni sorso mi avvicina a diventare il loro giocattolo. Dopo un po’, la testa mi gira, le voci si confondono, e sento le mani di qualcuno che mi tirano su dal divano. “Forza, femminuccia, stasera ci divertiamo sul serio,” dice Alex con quel ghigno che mi fa gelare il sangue.

Non capisco bene cosa succede all’inizio, sono troppo ubriaco. Mi spingono in una stanza, mi spogliano ridendo, e io protesto, ma le mie parole escono biascicate, inutili. “Sta’ zitto, Ricca, tanto ti piace,” sghignazza uno degli altri. Mi ritrovo nudo, le mani legate dietro la schiena con una corda ruvida che mi sega i polsi. Alex si avvicina con una macchinetta per capelli e un rasoio. “Adesso ti facciamo bella,” dice, e il ronzio della macchinetta mi fa sobbalzare. Mi tagliano i capelli a zero, poi passano al resto: pube, ascelle, gambe. Sono liscio come un neonato, e mi vergogno da morire mentre loro si sbellicano dalle risate. “Guarda che pelle morbida, sembri una puttanella,” mi sfotte Alex, passandomi una mano sulla gamba depilata. Mi sento nudo in un modo che va oltre la pelle, esposto, umiliato, ma una parte di me, confusa dall’alcol, si lascia trascinare in questo gioco malato.

Poi arriva il peggio. Alex tira fuori un kit di trucco, di quelli da due soldi, e inizia a spalmarmi rossetto rosso sulle labbra, eyeliner nero che mi brucia gli occhi, fondotinta che mi fa sembrare una maschera. “Perfetto, ora sei una vera troia,” dice, mentre gli altri mi infilano un reggiseno nero di pizzo, mutandine dello stesso colore che mi stringono il culo, e calze autoreggenti che mi arrivano a metà coscia. Mi guardo nello specchio e non mi riconosco: sembro una caricatura oscena, un giocattolo per i loro capricci. “A quattro zampe, puttana,” ordina Alex, e io, con le mani legate, cado in ginocchio, strisciando sul pavimento freddo mentre loro ridono e mi insultano. “Brava, cagna, fai il giro della casa, facci vedere quanto sei obbediente.” Ogni parola mi pesa, ma non ho scelta, mi muovo, sentendo le calze che si strappano leggermente sulle ginocchia, il rossetto che si sbava mentre stringo i denti per la vergogna.

Dopo un po’ di questo teatrino, Alex si stanca di ridere e decide di alzare la posta. Siamo tornati nella stanza principale, io sono ancora a quattro zampe, e lui si piazza davanti a me, slacciandosi i jeans. “Adesso vediamo se sei davvero una brava troia,” dice, tirando fuori il cazzo, già duro, grosso, con una vena che pulsa lungo l’asta. È tatuato persino lì, un disegno che non riesco a distinguere perché ho la testa che gira. Mi guarda dall’alto, con quegli occhi che non lasciano scampo. “Apri la bocca,” ordina, ma io esito. Non sono gay, non l’ho mai fatto, ma lui non accetta rifiuti. Mi tira per i capelli, o meglio per quel poco che resta, e mi costringe a guardarlo. “Non fare il prezioso, tanto lo sappiamo che lo vuoi.” E io, non so perché, apro la bocca, sentendo il sapore salato e il calore mentre me lo spinge dentro, lento ma deciso. Gli altri guardano, qualcuno fa battute, altri si avvicinano, e io mi sento un oggetto, ma c’è una parte di me che si arrende, che si lascia andare a questa umiliazione perché opporsi è inutile.

I preliminari durano un’eternità. Alex mi usa la bocca come vuole, spingendo fino in fondo, facendomi quasi soffocare, mentre con le mani mi stringe la testa. “Brava, succhia bene, troia,” grugnisce, e io non posso far altro che obbedire, sentendo la saliva che mi cola sul mento, mischiata al rossetto. Poi mi tira su, mi slega le mani solo per farmi mettere in una posizione diversa: a quattro zampe sul divano, il culo in fuori, le mutandine abbassate fino alle ginocchia. Sento il freddo del lubrificante che mi cola tra le natiche, e Alex che ci passa le dita, premendo, preparando. “Rilassati, sennò fa più male,” dice con un tono che non è gentile, ma quasi clinico. Io stringo i denti, il cuore mi batte all’impazzata, ma non dico nulla. So cosa sta per succedere, e una parte di me lo teme, un’altra lo accetta come inevitabile.

Quando entra, fa male. Un bruciore acuto, come se mi stesse spaccando, e io emetto un gemito che non riesco a trattenere. “Zitto, cagna, prendilo e basta,” ringhia Alex, spingendo piano ma senza fermarsi. È grosso, lo sento che mi riempie, ogni centimetro è una lotta, ma lui non ha fretta. Si muove avanti e indietro, con un ritmo lento, quasi sadico, godendosi ogni mia reazione. Io sono piegato sul divano, le mani che stringono il tessuto, le gambe che tremano nelle calze strappate. Gli altri ci guardano, qualcuno si è tirato fuori il cazzo e si tocca, altri fanno video col telefono, e io mi sento al centro di un incubo, ma anche stranamente presente, consapevole di ogni sensazione: il sudore che mi cola lungo la schiena, l’odore di alcol e sesso che riempie la stanza, il suono dei suoi fianchi che sbattono contro il mio culo.

“Ti piace, eh, troia?” mi chiede Alex, afferrandomi i fianchi con forza, le sue mani ruvide che lasciano segni sulla pelle. “Rispondi, cazzo.” Io ansimo, non voglio rispondere, ma lui mi tira indietro per i capelli e ripete: “Ti piace?” “S-sì,” balbetto, solo per farlo smettere, ma lui ride, soddisfatto, e accelera il ritmo. Ogni spinta è più forte, più profonda, e io sento il dolore mischiarsi a qualcos’altro, un calore strano, un’umiliazione che brucia ma che mi tiene inchiodato lì. Dopo un po’, si tira fuori, ma non è finita. “Chi è il prossimo?” chiede agli altri, e uno di loro, un tipo che non nomino nemmeno, si avvicina, prendendomi senza nemmeno guardarmi in faccia. Non è gentile come Alex, è brutale, rapido, e io stringo i denti, sentendo il reggiseno che mi sega la pelle, le mutandine attorcigliate alle caviglie. Passano in due, forse tre, non conto più, sono solo un corpo che usano, un giocattolo che subisce, e ogni volta che uno finisce, sento il loro odore, il loro calore, i loro grugniti che mi restano addosso.

Alla fine, Alex torna da me. Mi fa alzare, mi guarda con quel sorrisetto da stronzo che ha sempre. Sono esausto, il trucco è colato, ho il fiato corto, il culo che brucia come l’inferno. Lui tira fuori un plug, uno di quelli neri, lucidi, e me lo infila senza dire una parola, facendomi sussultare. Poi mi passa un vestito da cameriera, di quelli da porno, corto e ridicolo, e me lo fa indossare sopra il reggiseno e le calze. “Da ora sei la nostra troia di casa,” dice, la voce bassa ma ferma, guardandomi dritto negli occhi. “Pulisci, succhi e ti fai inculare quando vogliamo, altrimenti ti lasciamo nudo in autostrada. Chiaro?” Io annuisco, non ho nemmeno la forza di ribellarmi. Mi lascia lì, in piedi, con il plug che mi tiene aperto, il vestito che mi umilia ancora di più, e la sensazione di essere completamente loro. Non so cosa succederà domani, ma per ora, sono qui, e questo è tutto.

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