Racconti Piccanti
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Con la terapeuta transgender

Con la terapeuta transgender

27 Marzo 2026·5 min di lettura

Marco arrivò con dieci minuti di anticipo. Il palazzo era uno di quei vecchi edifici del centro storico, con il portone pesante e l’ascensore che cigolava piano. Salì al terzo piano con il cuore che batteva forte contro lo sterno. Aveva le mani sudate e continuava a sistemarsi la cravatta come se stesse andando a un colloquio di lavoro importante.

La targa sulla porta era discreta: “Dott.ssa Elena Rossi – Psicoterapia e sessuologia”. Niente di appariscente. Bussò piano.

Quando la porta si aprì, Marco rimase per un istante senza parole.

Elena Rossi non era come se l’era immaginata. Si aspettava una donna sulla cinquantina, severa, con occhiali e tailleur grigio. Invece si trovò davanti una donna di circa trentadue anni, alta quasi quanto lui, con un corpo snello ma dalle curve evidenti. Capelli castano scuro lisci che le arrivavano appena sotto le spalle, occhi grandi e scuri, trucco leggero ma impeccabile. Indossava un tailleur pantalone nero elegante, camicetta di seta bianca leggermente aperta sul collo e tacchi medi. La voce, quando parlò, era calda, bassa, quasi vellutata.

«Buongiorno. Lei deve essere Marco. Prego, si accomodi.»

Lo studio era accogliente e professionale al tempo stesso: pareti color avorio, una grande finestra con tende leggere che filtravano la luce del pomeriggio, una scrivania di legno chiaro, due poltrone comode disposte ad angolo e, in fondo alla stanza, una chaise-longue di velluto grigio. Tutto profumava leggermente di vaniglia e legno di sandalo.

Marco si sedette sulla poltrona indicata. Elena prese posto di fronte a lui, accavallando lentamente le gambe. Il tessuto del pantalone scivolò con un fruscio leggero.

«Allora, Marco… benvenuto. Come le ho scritto nella mail, questa è una seduta conoscitiva. Non c’è fretta, non c’è giudizio. Possiamo parlare di tutto ciò che vuole, o anche stare in silenzio se preferisce. I cinquanta minuti sono solo per lei.»

Marco annuì, deglutendo. Le mani erano intrecciate in grembo così strette che le nocche erano bianche.

Iniziò parlando del lavoro: direttore commerciale in un’azienda di componentistica, tanto stress, tanti viaggi. Poi passò al matrimonio con Giulia, dodici anni insieme, due figli di otto e cinque anni. Una vita apparentemente perfetta.

Elena ascoltava con attenzione, annuendo piano, senza interrompere. Ogni tanto prendeva un appunto sul suo taccuino con una penna stilografica nera.

Dopo una ventina di minuti, Marco arrivò al punto. La voce gli uscì roca, quasi un sussurro.

«Il problema… è che da qualche anno non riesco più a… sentirmi soddisfatto. Non solo con Giulia. Con me stesso. Ho delle fantasie che mi tormentano. Fantasie che non dovrei avere.»

Elena inclinò leggermente la testa. Il suo sguardo era calmo, paziente.

«Può provare a dirmi di che tipo di fantasie stiamo parlando? Più è preciso, più potrò aiutarla.»

Marco arrossì violentemente. Sentiva il calore salirgli dal collo fino alle orecchie.

«Sono… fantasie sessuali. Molto specifiche.» Fece una pausa lunga, cercando le parole. «Sogno donne… che non sono donne nel senso tradizionale. Donne che hanno ancora… il pene. Che sono trans. E che… mi dominano. Mi fanno sentire piccolo, inutile, eccitato proprio per questo.»

Il silenzio che seguì fu denso. Elena non distolse lo sguardo, non mostrò sorpresa né disgusto. Semplicemente annuì, come se avesse appena sentito una cosa normale.

«Capisco. E in queste fantasie, cosa succede esattamente? Lei è passivo? Attivo? Come si sente durante e dopo?»

Marco chiuse gli occhi per un istante. La vergogna era quasi palpabile.

«Sono… passivo. Mi inginocchio. Loro mi comandano. Mi dicono cose… umilianti. Tipo che il mio cazzo è piccolo, che non servo a niente, che dovrei solo servire loro. E io… mi eccito tantissimo. Mi masturbo pensando a queste scene quasi ogni volta che sono solo. A volte anche in macchina, dopo il lavoro.»

Elena scrisse qualcosa sul taccuino. Il suono della penna sul foglio sembrava amplificato nel silenzio dello studio.

«Dopo l’orgasmo come si sente?» chiese con voce gentile ma ferma.

«In colpa. Sporco. Mi dico che sono un pervertito, che tradisco Giulia anche solo con la mente. Prometto a me stesso che smetterò… ma dopo due o tre giorni ricomincio.»

Elena lasciò passare qualche secondo prima di parlare.

«Quello che sta descrivendo è molto più comune di quanto lei pensi, Marco. La vergogna è una parte importante di queste dinamiche. Il contrasto tra il desiderio e il senso di colpa può rendere tutto ancora più intenso.»

Fece una pausa, poi aggiunse con tono più basso:

«Vorrei chiederle una cosa. Quando si masturba pensando a queste scene… immagina un volto specifico? Una persona reale? O sono figure anonime?»

Marco esitò. Poi, con voce quasi impercettibile:

«A volte… immagino una donna come lei. Elegante. Autoritaria. Che sa esattamente cosa voglio e me lo fa ammettere.»

Elena non sorrise, ma qualcosa nei suoi occhi cambiò. Un lampo breve, quasi impercettibile.

«Interessante. Grazie per la sincerità.»

Guardò l’orologio sulla scrivania. Mancavano ancora quindici minuti.

«Per oggi abbiamo fatto un buon lavoro. Ha avuto il coraggio di portare qui qualcosa che teneva nascosto da anni. La prossima settimana vorrei che provasse a raccontarmi una fantasia specifica, anche solo un frammento. Non deve essere perfetta. Può scriverla se preferisce, e portarmela. O dirmela a voce. Come si sente più a suo agio.»

Marco annuì, la gola secca.

Quando si alzò per salutarla, Elena gli strinse la mano con fermezza. La sua pelle era calda, morbida, e il profumo leggero di vaniglia gli arrivò di nuovo alle narici.

«Ci vediamo giovedì prossimo, stesso orario. Se nel frattempo sente il bisogno di scrivere qualcosa… può mandarmela via mail. Solo se vuole.»

Marco uscì dallo studio con le gambe molli. Il cazzo gli premeva contro i pantaloni, mezzo duro da almeno venti minuti. In macchina, prima di mettere in moto, dovette respirare profondamente per calmarsi.

Quella sera, a cena con Giulia e i bambini, rideva alle loro storie ma la sua mente era altrove. Continuava a rivedere le gambe accavallate di Elena, la sua voce calma, quegli occhi scuri che lo avevano guardato senza giudicare.

Più tardi, quando Giulia si addormentò, Marco si chiuse in bagno. Si abbassò i pantaloni e si masturbò con furia, immaginando Elena che gli diceva con quella stessa voce tranquilla:

«Dimmi quanto ti eccita essere inutile rispetto a me.»

Venne in pochi secondi, mordendosi il labbro per non gemere, con il senso di colpa che già iniziava a montare.

Ma per la prima volta, la vergogna non era solo dolorosa. Era anche eccitante.

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