Sghignazzano mentre mi scopo Filippo
Filippo non era tipo da farsi notare, di solito. Ventisette anni, capelli castani mossi, un viso un po’ anonimo ma con due occhi verdi che sapevano colpire se li guardavi bene. Lavorava in un ufficio di marketing, un posto grigio e monotono dove tutti sembravano recitare la stessa parte. Però, ogni tanto, Filippo si trasformava. Si metteva un paio di tacchi, una gonna aderente, una parrucca bionda e andava a ballare in una discoteca gay-friendly del centro. Era il suo modo di sfogarsi, di sentirsi libero. Non lo raccontava a nessuno, soprattutto non ai colleghi. Fino a quella sera.
Era un sabato notte e la discoteca era un caos di luci stroboscopiche e musica che ti perforava il petto. Filippo, con la sua parrucca e un corsetto nero sopra una camicetta trasparente, si muoveva sulla pista con una certa grazia goffa. Non era un ballerino, ma ci provava. Sotto la gonna corta, portava lingerie di pizzo, un segreto che lo faceva sentire audace e vulnerabile allo stesso tempo. Stava bevendo un cocktail troppo dolce quando una voce familiare lo fece gelare.
“Ma guarda un po’ chi c’è. Filippo? Sei proprio tu sotto quella parrucca del cazzo?” Luca, un collega dell’ufficio, alto, spalle larghe, capelli rasati e un sorriso da stronzo stampato in faccia, era lì davanti a lui con una birra in mano. Filippo arrossì fino alle orecchie, il cuore che gli martellava nel petto. Luca lo conosceva come il tizio silenzioso della contabilità, non come… questo.
“Ehi, Luca, che ci fai qui?” balbettò Filippo, cercando di sembrare disinvolto mentre si aggiustava la gonna con mani tremanti.
“Potrei chiederti la stessa cosa. Non pensavo fossi uno da… travestimenti. Stai bene, sai? Però sembri un po’ a disagio, eh?” Luca rise, una risata sonora e un po’ cattiva, ma non cattiva sul serio. Filippo si sentiva esposto, nudo, anche se aveva ancora tutti i vestiti addosso. Eppure, quell’imbarazzo gli scaldava il sangue in un modo che non riusciva a spiegare.
“Non è come pensi, io… ogni tanto mi diverto così,” mormorò, evitando lo sguardo di Luca.
“Tranquillo, non giudico. Anzi, sai che ti dico? Mi piace che hai le palle di fare una cosa del genere. O forse dovrei dire… che hai la gonna?” Luca si avvicinò, troppo vicino, e gli posò una mano sulla spalla. Filippo trattenne il respiro. Poi la mano scese lungo il braccio, sfiorando la stoffa della camicetta, fino a raggiungere il bordo della gonna. “Che hai sotto qui, eh? Sei tutto pizzo e merletti?” sussurrò Luca, con un ghigno. Filippo si irrigidì, ma non si mosse. La vergogna lo stava divorando, ma c’era anche un’eccitazione perversa che gli montava dentro.
Prima che potesse rispondere, qualcuno chiamò Luca dall’altro lato della pista e lui si allontanò con un ultimo sorriso beffardo. “Ci vediamo in giro, principessa,” disse, lasciandolo lì, rosso in volto e con il fiato corto. Filippo rimase fermo per un po’, poi tornò a ballare, ma la testa era altrove. Luca lo aveva visto, lo aveva toccato, e quelle parole gli ronzavano ancora nelle orecchie.
Un’ora dopo, lo trovò di nuovo. Luca era appoggiato al bancone del bar, visibilmente brillo, con un altro bicchiere in mano. I suoi occhi erano lucidi, ma il sorriso era lo stesso di prima, tagliente. “Ehi, la mia principessa è tornata. Non ti stanchi mai di agitarti su quella pista?” disse, avvicinandosi. Filippo cercò di fare un passo indietro, ma Luca lo afferrò per un braccio. “Aspetta un attimo. Non scappare. Ti guardo da un po’, sai? Sei… interessante.”
“Luca, sei ubriaco, lascia perdere,” mormorò Filippo, ma la voce gli tremava. Luca non lo lasciò andare. Invece, si chinò e lo baciò, un bacio duro, con la lingua che sapeva di birra e qualcosa di amaro. Filippo si irrigidì per un secondo, poi cedette, lasciando che Luca lo spingesse contro il muro vicino al bancone. La vergogna bruciava, ma il desiderio era più forte. Sentiva il corpo di Luca contro il suo, il calore, la pressione.
“Andiamo da un’altra parte,” ringhiò Luca, tirandolo per un polso verso i bagni sul retro. Filippo lo seguì, il cuore che gli scoppiava, la testa un casino di pensieri. Entrarono in un cubicolo sporco, con il pavimento appiccicoso e l’odore di disinfettante che pizzicava il naso. Luca chiuse la porta con un calcio e si voltò verso di lui. “In ginocchio,” ordinò, slacciandosi la cintura con una mano. Filippo esitò, ma lo sguardo di Luca non ammetteva repliche. Si inginocchiò, il pavimento freddo sotto le ginocchia nude, e guardò in su. Luca aveva un’espressione dura, eccitata. “Dai, lo vuoi anche tu. Non fare il timido.”
Filippo obbedì, prendendolo in bocca con mani tremanti. Luca gemette, un suono gutturale, e gli afferrò i capelli della parrucca, tirando appena. “Cazzo, sì, così,” mormorò, spingendo i fianchi in avanti. Filippo sentiva il sapore salato, il calore, la pressione contro la lingua. Era umiliante, ma quella sensazione lo faceva fremere di desiderio. Luca continuava a parlare, a voce bassa, con frasi spezzate: “Non pensavo fossi così… bravo. Dai, continua.”
Dopo qualche minuto, Luca lo fece alzare, ansimando. “Spogliati. Voglio vedere tutto,” disse, con un tono che non lasciava spazio a discussioni. Filippo scosse la testa, stringendosi la gonna con le mani. “No, Luca, basta così. Non voglio.”
“Non fare storie. Dai, togli ‘sta roba,” insistette Luca, avvicinandosi. Filippo cercò di resistere, ma Luca era più forte. Con un movimento rapido gli strappò la camicetta, poi gli abbassò la gonna, lasciandolo in lingerie. “Porca puttana, sei davvero tutto in pizzo,” rise, passandogli una mano sul fianco. Filippo si sentiva nudo, vulnerabile, ma il tocco di Luca gli incendiava la pelle. Poi, con un gesto deciso, Luca gli tolse anche il resto, lasciandolo completamente esposto. “Girati,” ordinò.
Filippo si appoggiò al muro, le mani contro le piastrelle fredde, mentre Luca si posizionava dietro di lui. Sentì la pressione, il bruciore, e poi un dolore acuto mentre Luca lo penetrava con forza, senza dargli tempo di abituarsi. Un urlo gli sfuggì dalla gola, un suono strozzato che riecheggiò nel piccolo spazio. “Cazzo, quanto urli,” rise Luca, spingendo più forte. Ogni movimento era ruvido, deciso, e Filippo stringeva i denti, il corpo teso tra il dolore e un piacere contorto che non riusciva a ignorare. L’odore di sudore e sesso riempiva l’aria, mescolandosi al puzzo del bagno.
Fuori, si sentivano voci, risate. “Ehi, avete sentito? Qualcuno si sta dando da fare là dentro!” gridò una voce maschile, seguita da altre risate. Luca, invece di rallentare, spalancò la porta del cubicolo con un calcio, continuando a spingere. “Guardate un po’ come mi scopo Filippo,” disse, con un ghigno, mentre alcuni ragazzi curiosi si affacciavano, sghignazzando e commentando a bassa voce. Filippo abbassò la testa, il viso in fiamme, ma Luca non si fermò. “Dai, non fare il timido, lascia che guardino,” mormorò al suo orecchio, accelerando il ritmo. I movimenti erano profondi, implacabili, i loro corpi che sbattevano insieme con un suono ritmico e osceno.
Alla fine, Luca si irrigidì, un gemito basso gli sfuggì dalla gola mentre veniva dentro di lui, caldo e appiccicoso. Poi si tirò indietro, si sistemò i pantaloni con un gesto rapido e uscì dal cubicolo senza dire una parola, lasciando la porta aperta. I ragazzi fuori continuavano a ridere, qualcuno fece persino un commento sarcastico, ma Filippo non ascoltava. Si richiuse dentro, il respiro pesante, il corpo che tremava. Si appoggiò al muro, sentendo ancora il calore e il disagio di quello che era appena successo. Si rivestì in fretta, con mani incerte, la gonna e la camicetta ormai sgualcite. Era umiliato, sì, ma sotto quella vergogna c’era ancora un’eccitazione pulsante che non riusciva a spegnere.
