Con la terapeuta transgender (parte 2)
Giovedì pomeriggio arrivò fin troppo in fretta.
Marco aveva passato tutta la settimana in uno stato di agitazione costante. Al lavoro rispondeva alle mail in modo distratto, a casa era più silenzioso del solito. Giulia gli aveva chiesto due volte se stesse bene. Lui aveva risposto che era solo stanco per il lavoro.
Ma la verità era un’altra: non riusciva a smettere di pensare alla seduta precedente. Alla voce calma di Elena, al modo in cui lo aveva guardato senza battere ciglio mentre lui confessava le sue fantasie più vergognose. E soprattutto al fatto che, per la prima volta, aveva ammesso ad alta voce che a volte immaginava proprio lei.
Entrò nello studio con il cuore che martellava. Questa volta non era in anticipo: arrivò esattamente all’orario concordato.
Elena lo accolse con lo stesso sorriso professionale ma caldo della settimana prima. Indossava un abito tubino color borgogna scuro, aderente quanto bastava per evidenziare la vita sottile e il seno pieno, con una scollatura discreta ma impossibile da ignorare. I tacchi erano un po’ più alti rispetto alla seduta precedente.
«Buongiorno, Marco. Si accomodi pure.»
Si sedette sulla stessa poltrona. Elena prese posto di fronte a lui, accavallando le gambe con quel movimento fluido che ormai gli era rimasto impresso nella mente. Il fruscio del tessuto gli provocò un brivido involontario.
«Come è andata questa settimana?» chiese lei, aprendo il taccuino.
Marco si schiarì la voce.
«…difficile. Ho pensato molto a quello che ci siamo detti. A volte troppo.»
Elena annuì, paziente.
«Ha scritto qualcosa? O ha una fantasia da raccontarmi oggi?»
Marco esitò a lungo. Sentiva il viso che bruciava. Alla fine tirò fuori dalla tasca interna della giacca un foglio piegato in quattro, lo guardò per un secondo e poi lo posò sul tavolino tra loro.
«Ho… provato a scrivere un frammento. Non è granché. Mi vergogno da morire solo a pensare di farglielo leggere.»
Elena prese il foglio con calma. Lo aprì e lesse in silenzio, senza fretta. Marco la osservava, teso come una corda di violino. Ogni secondo di silenzio gli sembrava un’eternità.
Quando lei finì di leggere, alzò lo sguardo su di lui. I suoi occhi erano seri, ma c’era qualcosa di diverso: una luce più intensa, più profonda.
«Grazie per averlo condiviso, Marco. È molto onesto.» Fece una pausa. «Vuole che lo legga ad alta voce insieme a lei, o preferisce che ne parliamo punto per punto?»
Marco deglutì. La gola era completamente secca.
«…ne parliamo.»
Elena annuì.
«Nel testo lei descrive una donna che la fa inginocchiare, le abbassa i pantaloni e le dice che il suo cazzo è piccolo e inutile rispetto al suo. Poi la masturba molto lentamente, negandole l’orgasmo finché non la supplica. È corretto?»
Marco annuì, mortificato. Sentiva il cazzo che iniziava a gonfiarsi dentro i boxer nonostante la vergogna.
«Sì… più o meno.»
Elena inclinò la testa.
«Cosa prova mentre scrive queste cose? Eccitazione? Vergogna? Entrambe?»
«Entrambe» ammise lui con voce roca. «Più scrivo, più mi eccito… e più mi sento patetico.»
Un piccolo sorriso apparve sulle labbra di Elena, appena accennato.
«Bene. È importante riconoscere entrambe le sensazioni. La vergogna è parte del desiderio per lei.»
Lasciò passare qualche secondo, poi continuò con tono più basso, quasi confidenziale:
«Vorrei provare una cosa, se lei è d’accordo. Niente di invasivo. Solo un piccolo esercizio per portare la fantasia un po’ più vicino alla realtà emotiva.»
Marco la guardò, allarmato ma anche curiosamente eccitato.
«Che… che tipo di esercizio?»
Elena si appoggiò leggermente indietro sulla poltrona.
«Vorrei che chiudesse gli occhi per un momento e immaginasse che io sia quella donna. Non deve dire niente di esplicito se non vuole. Ma vorrei che mi descrivesse, con parole sue, cosa sente nel corpo mentre immagina di essere inginocchiato davanti a me.»
Marco esitò. Il cuore gli batteva così forte che temeva lei potesse sentirlo.
Chiuse gli occhi.
«Io… mi sento le ginocchia sul tappeto. Le mani dietro la schiena. Il viso che brucia. E… il cazzo duro, che pulsa, anche se lei non mi ha ancora toccato.»
La voce di Elena arrivò calma, bassa, quasi un sussurro:
«Molto bene. E cosa le direi io, secondo lei?»
Marco deglutì.
«Mi direbbe… che sono ridicolo. Che un uomo sposato come me non dovrebbe eccitarsi così tanto per una donna come lei. Che il mio cazzo è piccolo e non serve a niente… mentre il suo è molto più bello.»
Il silenzio che seguì fu denso, carico.
Quando Marco riaprì gli occhi, Elena lo stava guardando con un’intensità nuova. Le sue gambe erano ancora accavallate, ma aveva cambiato posizione leggermente, come se volesse fargli notare il movimento.
«Sente quanto è potente questa vergogna?» chiese lei dolcemente. «È proprio quella che rende il desiderio così forte.»
Guardò l’orologio.
«Abbiamo ancora venticinque minuti. Vorrei proporle di continuare questo esercizio la prossima volta, ma in modo un po’ più strutturato. Nel frattempo…»
Fece una pausa, poi aggiunse con voce tranquilla ma ferma:
«…voglio che faccia una cosa per me questa settimana. Ogni volta che si masturba pensando a queste fantasie, voglio che si fermi un attimo prima di venire e ripeta mentalmente questa frase: “Sono patetico a eccitarmi così tanto per lei”. Lo faccia almeno tre volte prima di concedersi l’orgasmo. Può farlo?»
Marco la fissò, scioccato e incredibilmente eccitato allo stesso tempo.
«Io… sì. Posso provarci.»
Elena sorrise piano.
«Bene. Non è un ordine, Marco. È un esercizio terapeutico. Ma credo che le sarà utile per capire meglio cosa succede dentro di lei.»
La seduta finì poco dopo. Quando si alzò per salutarla, Marco aveva il cazzo completamente duro e dovette sistemarsi la giacca per nasconderlo. Elena gli strinse la mano più a lungo del necessario, guardandolo negli occhi.
«Ci vediamo la prossima settimana. E ricordi: può scrivermi se sente il bisogno di condividere qualcosa prima.»
Uscì dallo studio con le gambe tremanti. In macchina, parcheggiato a due isolati di distanza, non riuscì ad aspettare. Si abbassò i pantaloni, prese il cazzo in mano e iniziò a masturbarsi furiosamente.
Prima di venire ripeté tre volte, a denti stretti:
«Sono patetico a eccitarmi così tanto per lei…»
Venne con un gemito soffocato, schizzando sul volante, mentre nella mente sentiva solo la voce calda di Elena.
