Racconti Piccanti
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Nel bagno del locale gay

Nel bagno del locale gay

12 Marzo 2026·6 min di lettura

Martina aveva 29 anni e una presenza che non passava inosservata. Quando entrava in un locale, sembrava che l’aria si caricasse di elettricità. Quella sera indossava una minigonna di pelle nera, così corta da lasciare poco all’immaginazione, e tacchi da 14 centimetri che le slanciavano le gambe già lunghe e toniche. Il trucco era pesante, volutamente provocante: eyeliner nero che le incorniciava gli occhi da gatta, rossetto rosso fuoco e zigomi scolpiti da un contouring impeccabile. Non si era mai operata, e non aveva intenzione di farlo. Le piaceva il suo corpo così com’era, e soprattutto le piaceva il contrasto che creava negli altri: una donna da urlo con qualcosa in più, qualcosa che sapeva usare dannatamente bene.

Il locale era un posto di medio livello, uno di quelli con le luci soffuse e la musica elettronica che ti martella il petto. Non era proprio il top, ma era abbastanza discreto per chi cercava un po’ di trasgressione senza finire sulle prime pagine dei giornali. Martina era lì, appoggiata al bancone, con un cocktail in mano, quando lo vide entrare. Andrea, 42 anni, un tipo qualunque a prima vista: camicia azzurra un po’ sgualcita, jeans scuri, capelli corti con qualche filo grigio sulle tempie. Era sposato, lo si capiva dall’anello che non si era nemmeno preoccupato di togliere. Ma i suoi occhi, quelli raccontavano un’altra storia. Occhi che cercavano, che scandagliavano la sala con una fame che non aveva niente di domestico. Andrea era etero, o almeno così si raccontava al mondo. Però ogni tanto si concedeva delle “distrazioni”. Trans, per la precisione. Non era una cosa di cui parlava con nessuno, ma era un bisogno che tornava, ciclico, come un prurito che non riesci a ignorare.

Martina lo notò subito. Non era la prima volta che incrociava uno come lui. Sapeva riconoscere quel tipo di sguardo, un misto di desiderio e imbarazzo, di voglia di buttarsi e paura di essere visto. Sorrise tra sé, bevendo un sorso del suo drink, e decise di giocarci un po’. Si spostò di qualche passo, mettendosi in una posizione che lo costringeva a guardarla. Fece finta di niente, ma sollevò appena la gonna mentre si sistemava sullo sgabello, lasciando intravedere un lembo di mutandina di pizzo nero. Andrea, dall’altra parte della sala, deglutì a fatica. Era già sudato, e non per il caldo del locale.

Dopo qualche minuto di sguardi rubati, Martina decise che era ora di fare sul serio. Scese dallo sgabello con una mossa lenta, calcolata, e si avvicinò a lui. “Ti sei perso o stai solo guardando il panorama?” gli chiese, con un tono che era un misto di sfida e sarcasmo. Andrea arrossì, ma non distolse lo sguardo. “Diciamo che il panorama non è male,” rispose, tentando di sembrare disinvolto. Lei rise, una risata bassa e roca. “Se vuoi guardarlo da vicino, fammi un segno. Non mordo. Beh, non sempre.” E con quella battuta tornò al suo posto, lasciandolo lì a rimuginare.

Andrea rimase fermo per un po’, con il cuore che gli batteva forte. Sapeva che non avrebbe dovuto. Aveva una moglie a casa, una vita normale. Ma quel bisogno, quel maledetto bisogno, lo stava mangiando vivo. Dopo un altro drink per farsi coraggio, si alzò e si avvicinò a lei. “Ok, facciamo due chiacchiere,” disse, con una voce che tremava appena. Martina sorrise, trionfante. “Due chiacchiere? Certo, tesoro. Seguimi.”

Lo portò verso il corridoio che conduceva ai bagni. Non era un posto romantico, ma non era lì per quello. La porta del bagno degli uomini si chiuse dietro di loro con un click. L’odore di disinfettante e sapone economico pizzicava il naso, ma nessuno dei due ci fece caso. Martina si appoggiò al muro, incrociando le braccia sotto il seno, che sembrava sul punto di esplodere dalla scollatura. “Allora, cosa vuoi da me?” chiese, diretta. Andrea si grattò la nuca, nervoso. “Non lo so. Cioè, lo so, ma… non sono sicuro che sia una buona idea.” Lei alzò un sopracciglio. “Se non sei sicuro, quella è la porta. Ma se resti, sappi che non gioco a fare la santarella.” Lui la guardò negli occhi, poi abbassò lo sguardo sul suo corpo. “Resto,” mormorò.

Martina si avvicinò, lentamente, lasciando che la tensione crescesse. Gli sfiorò il petto con le unghie laccate di rosso, poi scese fino alla cintura dei jeans. “Rilassati, non ti mangio tutto in un boccone,” sussurrò, con un ghigno. Andrea fece un mezzo sorriso, ma era teso come una corda di violino. Lei lo spinse delicatamente contro la porta, poi si chinò appena per baciarlo. Un bacio lento, profondo, con la lingua che esplorava senza fretta. Le mani di lui, incerte, le afferrarono i fianchi, sentendo la pelle liscia sotto la gonna. Martina gli morse il labbro inferiore, strappandogli un gemito basso. “Ti piace, vero?” gli chiese, con la voce roca. Lui annuì, senza parole.

Poi lei si staccò e, con un movimento rapido, lo guidò verso il water. La tavoletta era aperta, e Martina ci si sedette sopra, con le gambe divaricate quel tanto che bastava per far capire le sue intenzioni. “Vieni qui,” disse, e Andrea non se lo fece ripetere due volte. Lei gli slacciò i jeans, tirando fuori il suo membro già duro. “Oh, guarda un po’,” commentò con un sorriso malizioso, prima di prenderlo in bocca. Non c’era niente di delicato in quello che faceva: era profonda, intensa, con la gola che accoglieva tutto senza esitazione. Andrea appoggiò una mano al muro, ansimando, mentre l’altra le afferrava i capelli. “Cazzo, sei… sei incredibile,” balbettò. Martina non rispose, ma continuò a succhiarlo con ritmo, mentre con una mano si toccava sotto la gonna, gemendo piano contro di lui.

Dopo qualche minuto, quando Andrea sembrava sul punto di perdere il controllo, lei si fermò. Si alzò, si pulì la bocca con il dorso della mano e gli lanciò uno sguardo di sfida. “Non è finita, tesoro.” Si girò e si piegò sul lavandino, sollevando la gonna per mostrare il sedere perfetto, appena coperto da un tanga nero che spostò di lato con un dito. “Vieni a prendermi,” disse, guardandolo attraverso lo specchio. Andrea non ci pensò due volte. Si avvicinò, le mani che tremavano mentre si posizionava dietro di lei. Le accarezzò le natiche, poi le diede uno schiaffo secco, facendola sobbalzare. “Cazzo, sì,” gemette lei, spingendosi contro di lui. Lui le afferrò i capelli con una mano, tirando appena, mentre con l’altra guidava il suo membro dentro di lei. Entrò piano, sentendo la resistenza iniziale, ma Martina lo incitò con un “Dai, spingi, non fare il timido.” E lui spinse, con forza, strappandole un gemito che riecheggiò nel bagno.

Il ritmo divenne subito frenetico. Andrea la penetrava con colpi decisi, profondi, mentre le sue mani alternavano schiaffi sulle natiche e strattoni ai capelli. Martina si aggrappava al bordo del lavandino, con il viso contratto dal piacere, la bocca aperta che lasciava uscire gemiti rochi. “Più forte, cazzo, sfondami,” gli ordinava, e lui obbediva, sudato, con il respiro corto. L’odore di sesso e sudore riempiva il piccolo spazio, mescolandosi al suono dei loro corpi che sbattevano l’uno contro l’altro. Lei si toccava con una mano, veloce, mentre con l’altra si reggeva. “Sto per venire,” ansimò, e pochi secondi dopo il suo corpo si irrigidì. Venne con un grido strozzato, sparando schizzi sul muro davanti a lei, mentre Andrea, con un ultimo affondo, le si svuotò dentro con un gemito profondo.

Rimasero fermi un attimo, ansimando, con i corpi ancora vicini. Poi Martina si girò, con un sorriso sfrontato, e senza dire una parola gli pisciò sulle palle, ridendo piano. “Un souvenir, tesoro,” disse, con voce divertita, mentre lui la guardava, troppo esausto per reagire, ma con un sorrisetto che gli increspava le labbra.

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