Racconti Piccanti
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Inculato per bene dai maschioni della squadra avversaria

Inculato per bene dai maschioni della squadra avversaria

12 Marzo 2026·6 min di lettura

Sono Lio, ho 22 anni e, diciamocelo, non sono esattamente il tipo che passa inosservato. Ho i capelli lunghi, sempre un po’ spettinati, che mi arrivano quasi alle spalle, e porto un trucco waterproof perché, beh, sudo come un dannato quando mi muovo troppo. Non che sia un problema: col mio corpo da ballerino, snello ma definito, so che attirerei sguardi anche senza mascara. Quel giorno, però, non ero lì per farmi notare. Ero andato a fare il tifo per degli amici che giocavano una partita di rugby amatoriale in un campetto di periferia. Non sono mai stato un grande appassionato di sport, ma mi piaceva l’idea di urlare e fare casino con la gente.

La partita finisce, gli altri se ne vanno a festeggiare con birre e panini in un bar vicino, ma io resto indietro. Ho dimenticato la borsa con il telefono e il portafoglio sugli spalti, e ci metto un’eternità a trovarla. Quando finalmente la recupero, il campo è praticamente deserto. Sto per andarmene, quando due tizi della squadra avversaria mi intercettano vicino agli spogliatoi. Sono grossi, sui 28-30 anni, con spalle larghe e braccia che sembrano tronchi. Hanno ancora i pantaloncini e le maglie sporche di fango, il sudore che gli cola sulla fronte. Uno, con la barba corta e un ghigno da stronzo, mi guarda dall’alto in basso e dice: “Ehi, ballerino, che ci fai ancora qui tutto solo?”

Non mi piace il tono, ma cerco di fare il simpatico. “Niente, ho perso la borsa, ora me ne vado.” L’altro, più silenzioso ma con occhi che sembrano trapassarmi, fa un passo avanti. “Non così in fretta,” dice, e prima che possa rispondere, mi afferrano per le braccia e mi spingono verso le docce degli spogliatoi. Il cuore mi batte forte, ma non è solo paura. C’è una parte di me, piccola e stronza, che si chiede come andrà a finire. Non so se è adrenalina o pura stupidità, ma non mi ribello subito. Forse perché so che non servirebbe a niente contro due armadi del genere.

Dentro, l’odore di sudore e cloro mi colpisce come uno schiaffo. Le docce sono vuote, le piastrelle bagnate riflettono la luce fioca. Mi spingono contro il muro, e il barbuto mi strappa via la felpa senza tanti complimenti. “Vediamo che cazzo nascondi sotto,” ringhia, e io sento il sangue salirmi alla testa. “Ehi, calmatevi, non c’è bisogno di fare così,” provo a dire, ma la mia voce trema. L’altro ride, un suono basso e gutturale, mentre mi sfila i jeans con una mano sola, lasciandomi in mutande. Sono magro, sì, ma ho le cosce toniche e il culo sodo da anni di danza. Lo vedono, e il barbuto si lecca le labbra come un lupo davanti a un pezzo di carne.

L’acqua calda parte all’improvviso, qualcuno ha aperto il rubinetto, e mi ritrovo zuppo in pochi secondi. Il trucco waterproof tiene, almeno quello, ma i capelli mi si appiccicano al viso. Provo a spingere via il silenzioso, ma è come spingere un muro. Mi bloccano entrambi, uno per lato, e mi costringono a terra. “A pecora, dai, non fare lo schizzinoso,” dice il barbuto, e mi dà uno spintone che mi fa cadere sulle ginocchia. Le piastrelle sono fredde e scivolose, l’acqua mi scorre lungo la schiena. Ho il fiato corto, e una parte di me urla di scappare, ma un’altra, maledetta, sente un calore strano tra le gambe. Non lo ammetterò mai ad alta voce, ma c’è qualcosa nel loro modo di dominarmi che mi manda fuori di testa.

Uno dei due, il barbuto, si mette dietro di me e mi tira via le mutande con un gesto secco. Sento l’aria sulla pelle nuda, poi le sue mani ruvide che mi afferrano i fianchi. “Guarda che bel culetto,” dice all’altro, che risponde con una risata secca. Mi apre le gambe con una spinta, e io stringo i denti, cercando di non far vedere che sto tremando. “Rilassati, ballerino, che ti faccio divertire,” mormora, e sento qualcosa di freddo – probabilmente del sapone da doccia – che mi spalma tra le natiche. Le sue dita ruvide mi esplorano senza delicatezza, spingendo dentro quel tanto che basta per farmi sobbalzare. Non è gentile, ma cazzo, non è nemmeno insopportabile. Stringo le mani sulle piastrelle, l’acqua che mi schizza in faccia, e aspetto.

Dopo un po’, troppo presto o troppo tardi, non so, lo sento spostarsi. Si abbassa i pantaloncini, e il suono della cintura che sbatte contro il pavimento mi fa venire i brividi. “Adesso vediamo come balli davvero,” dice, e senza darmi il tempo di rispondere, mi alza una gamba con una mano, tenendola sollevata come se fossi una bambola. La posizione è umiliante, sono piegato in avanti con il culo in aria, una gamba tesa e l’altra piegata sotto di me. Poi lo sento entrare. È grosso, cazzo, troppo grosso, e brucia da morire mentre mi penetra da dietro. “Piano, cazzo,” sibilo tra i denti, ma lui ride e spinge più forte, come se fossi una troia da film porno. Ogni spinta è un colpo secco, il rumore della sua pelle contro la mia si mischia al suono dell’acqua che scroscia. Sudo, gemo nonostante tutto, e l’acqua mi entra in bocca mentre cerco di respirare.

Non dura molto. Dopo qualche minuto di spinte violente, lo sento irrigidirsi. “Cazzo, ci sono,” grugna, e si svuota dentro di me con un gemito rauco. Sento il calore del suo seme, appiccicoso, che mi riempie, e quando si tira fuori, un rivolo mi cola lungo la coscia, mescolandosi all’acqua. Non ho nemmeno il tempo di riprendere fiato che l’altro, il silenzioso, prende il suo posto. “Tocca a me,” dice, e la sua voce è bassa, quasi un ringhio. Mi afferra i fianchi con mani che sembrano tenaglie e mi penetra senza preavviso. È diverso, più lento ma più profondo, ogni spinta un’agonia che mi fa stringere i denti. Il pavimento è duro sotto le ginocchia, l’acqua mi brucia gli occhi, ma non posso fare niente se non subire.

Improvvisamente, sento un rumore forte, una porta che sbatte da qualche parte nello spogliatoio. Mi blocco, il cuore che mi martella nel petto. “Non qui, vi prego,” sussurro, la voce spezzata, ma il silenzioso ride, una risata cattiva. “Sta’ zitto e prendi,” dice, e spinge più forte, facendomi sobbalzare. Il barbuto, che si è seduto davanti a me su una panca, mi guarda con un ghigno. “Non vuoi che ti sentano, vero?” dice, e prima che possa rispondere, mi ficca il suo piede in bocca. È grosso, ruvido, sa di sudore e sporco, e mi riempie la bocca fino a soffocarmi quasi. “Succhia, dai, che stai zitto così,” ordina, e io non posso fare altro che obbedire, mentre l’altro continua a scoparmi da dietro.

Il silenzioso accelera, le sue mani mi stringono i fianchi così forte che sono sicuro mi lasceranno i segni. Lo sento ansimare, il respiro pesante, il rumore delle sue palle che sbattono contro di me. “Cazzo, sei stretto,” grugna, e dopo un paio di spinte più violente, viene anche lui, svuotandosi dentro di me. Sento il suo seme mischiarsi a quello dell’altro, una sensazione appiccicosa e calda che mi fa rabbrividire. Quando si tira fuori, crollo quasi a terra, le gambe che tremano, il culo che brucia e il seme che mi cola lungo le cosce, portato via in parte dall’acqua calda.

Mi lasciano lì, in ginocchio sotto la doccia, l’acqua che mi scorre addosso come se potesse lavare via tutto. Il barbuto si tira su i pantaloncini e mi guarda dall’alto. “Prossima partita vieni a fare la cheerleader nel parcheggio,” dice con un ghigno, e l’altro scoppia a ridere. Si girano e se ne vanno, lasciandomi solo con il rumore dell’acqua e il battito del mio cuore che non vuole calmarsi.

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