Racconti Piccanti
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In ginocchio al mio nuovo assistente

In ginocchio al mio nuovo assistente

11 Marzo 2026·8 min di lettura

Sono Lorenzo, ho 32 anni, e sono un manager in una grossa azienda di consulenza. La mia vita è tutta numeri, riunioni e scadenze, ma sotto la superficie c’è un lato di me che nessuno conosce. Un lato che mi fa sudare freddo solo a pensarci: una voglia che non riesco a spegnere, un’ossessione per i piedi, per l’essere dominato, per sentirmi piccolo e in balia di qualcuno. Non l’ho mai detto a nessuno, ma ci penso ogni cazzo di giorno.

Circa un mese fa ho assunto Matteo come mio assistente personale. Ha 27 anni, un tipo sveglio, con un sorriso strafottente e un atteggiamento che ti fa capire subito che non gliene frega un cazzo delle formalità. Non so come, ma ho scoperto quasi subito che fa l’escort part-time. Non me l’ha detto lui, l’ho trovato per caso su un sito di annunci mentre cercavo… beh, roba mia. Non gliel’ho mai fatto capire che lo so, ma quella scoperta mi ha mandato in tilt. Ogni volta che lo vedo in ufficio, con quelle scarpe da ginnastica consumate e i jeans aderenti, mi immagino cose che non dovrei. Cose che mi fanno venir duro solo a pensarci.

Era un giovedì sera, dopo le nove. Eravamo gli ultimi rimasti in ufficio, io e Matteo. Dovevamo chiudere una presentazione urgente per il giorno dopo. L’ufficio era deserto, le luci soffuse, solo il ronzio dell’aria condizionata a fare rumore. Lui era seduto di fronte a me, con i piedi appoggiati sulla scrivania, come se fosse a casa sua. Ogni tanto lo guardavo di sottecchi, fissando quelle scarpe da ginnastica sporche di fango, e sentivo una stretta allo stomaco. “Che cazzo guardi, capo?” mi ha detto a un certo punto, con quel tono beffardo che usa sempre. Ho balbettato qualcosa, tipo che ero stanco, ma lui ha sorriso in un modo che mi ha fatto capire che sapeva. Sapeva cosa volevo, anche se non gliel’avevo mai detto.

Si è tolto una scarpa, lentamente, senza smettere di guardarmi negli occhi. “Ti piacciono, eh?” ha detto, muovendo le dita dei piedi dentro un calzino nero, umido di sudore. Ho cercato di negare, di fare il duro, ma il cuore mi batteva così forte che sembrava volesse uscirmi dal petto. Non riuscivo a staccare gli occhi da quel calzino, dall’odore che già sentivo da lì, un misto di sudore e gomma. “Non fare il finto tonto, Lorenzo. Lo vedo come mi guardi i piedi da settimane,” ha aggiunto, con una risata bassa, quasi cattiva. Mi sono sentito nudo, esposto, ma allo stesso tempo eccitato da morire. Non riuscivo a resistere, era come se una parte di me stesse urlando di buttarmi in ginocchio e fare quello che desideravo da sempre.

Lui si è alzato, ha fatto il giro della scrivania e si è messo davanti a me. “Inginocchiati,” ha detto, senza mezzi termini. Ho esitato, il cervello mi diceva di mandarlo a fanculo, ma il corpo non obbediva. Mi sono inginocchiato sul pavimento freddo, proprio lì, nel mio ufficio, davanti al mio assistente. Lui ha appoggiato un piede sul mio petto, spingendomi indietro leggermente, e ha riso. “Bravo, cazzo. Ora annusa.” Mi ha messo il piede in faccia, il calzino umido contro il naso. L’odore era forte, pungente, un misto di sudore e sporco che mi ha fatto girare la testa. Ho inspirato profondamente, incapace di fermarmi, mentre sentivo il cazzo pulsarmi nei pantaloni. “Ti piace, eh, schifoso?” ha detto, e io non ho potuto fare altro che annuire, umiliato ma eccitato oltre ogni limite.

Mi ha fatto togliere l’altro calzino con i denti, un gesto che mi ha fatto sentire ancora più sottomesso. La stoffa era ruvida sulla lingua, il sapore salato del sudore mi ha invaso la bocca. Poi mi ha ordinato di leccargli i piedi, di pulirli per bene. Ho passato la lingua tra le dita, sulla pianta, sentendo ogni ruga, ogni traccia di sporco. Lui gemeva leggermente, ma più che altro rideva, godendosi il controllo che aveva su di me. “Sei proprio un maiale, capo,” mi diceva, e quelle parole mi facevano venire ancora più voglia di continuare.

Dopo un po’, mi ha detto di alzarmi e sedermi sulla sedia. Ero confuso, ma obbedivo a ogni suo ordine come un cazzo di burattino. Ha preso due delle mie cravatte dal cassetto della scrivania e mi ha legato i polsi ai braccioli della sedia. Le ha strette forte, tanto che sentivo la stoffa pizzicare la pelle. “Adesso vediamo quanto resisti,” ha detto, con quel ghigno che mi mandava fuori di testa. Si è messo davanti a me, in piedi, e ha iniziato a sbottonarmi la camicia, lentamente, con una calma che mi faceva impazzire. Mi ha passato le mani sul petto, pizzicandomi i capezzoli con forza, facendomi sussultare. Poi si è chinato e mi ha sputato in bocca, senza preavviso. “Ingoia,” ha ordinato. Ho ingoiato, sentendo il sapore della sua saliva, e mi sono sentito ancora più suo, ancora più in basso.

A quel punto ha aperto la zip dei miei pantaloni, tirando fuori il cazzo che era già duro da far male. “Guarda qua, sei già pronto,” ha detto, ridendo. Ha iniziato a toccarmi, con una mano lenta, quasi pigra, stringendo appena la base e poi risalendo fino alla punta. Ogni movimento era una tortura, perché andava piano, troppo piano, e io sentivo il bisogno di venire che mi montava dentro come una cazzo di marea. “Ti prego, più veloce,” ho detto, con la voce spezzata, ma lui ha riso e mi ha sputato di nuovo in faccia. “Implora meglio,” ha detto. E io l’ho fatto, ho implorato, gli ho detto di farmi venire, di non smettere, che ero suo. Ogni parola mi faceva sentire più umiliato, ma anche più eccitato.

Si è seduto sulla scrivania, proprio davanti a me, con i piedi nudi appoggiati sulle mie cosce. Ogni tanto me li avvicinava alla faccia, ordinandomi di leccarli di nuovo mentre continuava a masturbarmi. Sentivo il sapore del suo sudore mescolarsi al mio, il calore della sua pelle contro la mia lingua. Con l’altra mano mi stringeva le palle, appena un po’ troppo forte, facendomi gemere di dolore e piacere insieme. “Non venire finché non te lo dico io,” mi ha avvertito, e io ho annuito, anche se stavo per scoppiare. Il ritmo della sua mano era sempre lo stesso, lento, deliberato, e io sentivo ogni singolo movimento come se fosse amplificato mille volte. Il suono della mia pelle sotto le sue dita, il mio respiro affannoso, i suoi piedi che sfregavano contro di me: era tutto un casino di sensazioni che mi mandava fuori di testa.

Poi si è alzato, si è messo dietro di me e ha continuato a toccarmi da lì, con il suo petto premuto contro la mia schiena. Sentivo il suo respiro sul collo, il suo odore di sudore fresco mischiato a un profumo leggero di sapone. “Sei mio, cazzo,” mi ha sussurrato all’orecchio, e quelle parole mi hanno fatto quasi perdere il controllo. Ha accelerato un po’ il ritmo, stringendo di più, e io ho iniziato a gemere senza ritegno, con la testa appoggiata allo schienale della sedia. “Vieni per me, maiale,” ha detto alla fine, e non ci ho messo più di due secondi. Sono esploso, con un gemito che sembrava un ruggito, sentendo tutto il corpo tremare mentre venivo sulla sua mano e sui miei pantaloni. È stato intenso, cazzo, uno di quegli orgasmi che ti lasciano svuotato ma soddisfatto, con la testa leggera e il corpo che sembra pesare zero.

Matteo ha sciolto le cravatte dai miei polsi, massaggiandomi un po’ la pelle arrossata. “Non male, capo,” ha detto con un sorriso, pulendosi la mano sulla mia camicia come se niente fosse. Mi ha dato una pacca sulla spalla, si è rimesso le scarpe ed è andato via, lasciandomi lì, ancora seduto sulla sedia, con il fiato corto e i vestiti incasinati. Non ho provato nessun rimpianto, nessuna cazzo di colpa. È stato fottutamente incredibile, e lo rifarei domani stesso se potessi. Sento ancora l’odore dei suoi piedi nella testa, il sapore della sua saliva, e so che questa cosa non finirà qui. Non con Matteo. Non con me.

Nei giorni successivi, l’aria in ufficio è cambiata. Ogni sguardo di Matteo sembra nascondere una promessa, un tacito accordo che mi fa battere il cuore più forte. Mi passa accanto e mi sfiora appena, un tocco casuale che mi fa rabbrividire. Ogni volta che entra nella mia stanza, chiude la porta dietro di sé, anche solo per discutere di un progetto, e io non riesco a non pensare a quella sera. Mi lascia piccoli segnali, come appoggiare i piedi sulla mia scrivania durante una pausa, con un sorrisetto che dice tutto. “Hai bisogno di qualcosa, capo?” mi chiede, e il tono è sempre quello, beffardo, provocatorio. Io cerco di mantenere la compostezza, di fare il professionista, ma dentro sto già cedendo.

Una mattina, mentre stavamo rivedendo dei dati, ha lasciato cadere una penna sotto la scrivania. “Vai a prenderla,” mi ha detto, con un comando che non ammetteva repliche. Mi sono chinato, sentendomi di nuovo piccolo sotto il suo sguardo, e quando mi sono rialzato lui aveva quel ghigno che mi fa impazzire. “Bravo,” ha sussurrato, e io ho sentito un’ondata di calore risalirmi lungo la schiena. So che non dovrei, che questo gioco è pericoloso, soprattutto qui, sul lavoro. Ma non riesco a smettere di desiderarlo. Ogni suo ordine, ogni sua parola, mi lega di più a lui. E una parte di me, quella che ho sempre nascosto, non vede l’ora di vedere fino a dove ci spingeremo.

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