Non so dire di no (parte 2)
Ero lì, nello sgabuzzino che Giovanni chiama ufficio, con il cuore che mi martellava nel petto e le mani sudate. La luce del neon sopra di noi tremolava ogni tanto, dando a tutto un’aria ancora più claustrofobica. Giovanni era appoggiato alla scrivania, con quel sorriso appena accennato che non riuscivo a decifrare. Mi guardava come se stesse giocando una partita a scacchi e io fossi una pedina di cui non aveva ancora deciso il destino. Le sue parole, “Molto interessante”, mi ronzavano nella testa, e io non riuscivo a staccare gli occhi dal pavimento di linoleum tutto graffiato. Non so dire di no, mai, e in quel momento lo sentivo più che mai. Era come se il mio corpo avesse già deciso di stare al gioco, anche se la testa urlava di darmela a gambe.
“Quindi,” ha detto Giovanni, rompendo il silenzio che sembrava pesare tonnellate, “ti piace davvero farti comandare. Non è una supposizione, eh. L’hai praticamente ammesso.” La sua voce era bassa, quasi un sussurro, ma aveva una fermezza che mi inchiodava lì. Ha incrociato le braccia sul petto, e ho notato per un attimo i muscoli che si tendevano sotto la camicia aderente. Non era un armadio, ma aveva una presenza fisica che ti faceva sentire piccolo. I capelli neri corti, la barba curata, quello sguardo che sembrava spogliarti di ogni difesa. Ho deglutito, cercando di trovare una risposta che non mi facesse sembrare un completo idiota.
“Io… non è proprio che mi piace,” ho balbettato, passandomi una mano tra i capelli. “È più che non riesco a oppormi. È diverso, no?” Ho alzato lo sguardo per un secondo, giusto per vedere la sua reazione, ma il suo sorriso non è cambiato. Sembrava divertito, ma non in modo amichevole. Era come se stesse pensando a come usarmi per passare il tempo.
“Diverso un corno,” ha ribattuto, facendo un passo verso di me. La distanza tra noi si era ridotta ancora, e sentivo l’odore del suo dopobarba, qualcosa di forte e speziato che mi arrivava dritto al cervello. “Se non ti opponi, è perché in fondo ti va bene così. Magari ti eccita pure, no? Essere quello che sta sotto, quello che esegue.” Ha inclinato la testa, studiandomi con quegli occhi scuri che sembravano leggermi dentro. “Dimmi che non è vero.”
Ho aperto la bocca per negare, per dire qualcosa, qualsiasi cosa, ma non è uscito niente. Le guance mi bruciavano, e sentivo un calore strano nello stomaco, un misto di vergogna e… qualcos’altro. Non volevo ammetterlo, nemmeno a me stesso, ma le sue parole avevano colpito nel segno. Mi piaceva l’idea di essere comandato, di cedere, di non dover decidere. E lui lo sapeva. Lo vedevo dal modo in cui mi guardava, come se avesse già vinto.
“Non rispondi, eh?” ha continuato, con un tono che era quasi una provocazione. “Va bene, facciamo una prova. Solo per vedere fin dove ti spingi.” Si è passato una mano sulla barba, pensieroso, e poi ha aggiunto, con una calma che mi ha fatto gelare il sangue: “Fammi un favore, Diego. Inginocchiati.”
Ho sbattuto le palpebre, sicuro di aver capito male. “C-cosa?” ho farfugliato, con la voce che tremava. Il cuore mi era schizzato in gola, e sentivo le gambe molli. Non poteva averlo detto davvero. Ma Giovanni non ha battuto ciglio. È rimasto lì, fermo, con le braccia incrociate e un’espressione che non lasciava spazio a dubbi. Non stava scherzando.
“Hai sentito bene,” ha detto, con quella voce bassa e autoritaria che mi faceva venir voglia di sparire e obbedire allo stesso tempo. “Inginocchiati. Qui, davanti a me. Voglio vedere se lo fai davvero, o se stai solo giocando a fare la vittima.”
Non so perché, ma il mio corpo ha reagito prima della testa. Ho fatto un passo indietro, urtando la sedia traballante dietro di me, ma non sono riuscito a dire di no. Non ci riuscivo mai. Dentro di me c’era una guerra: una parte gridava di mandarlo al diavolo, di andarmene e non tornare mai più, ma un’altra parte, più profonda, più oscura, voleva vedere cosa sarebbe successo. E quella parte stava vincendo. Ho abbassato lo sguardo, con le guance in fiamme, e lentamente mi sono inginocchiato sul pavimento freddo e sporco dell’ufficio. Non riuscivo a guardarlo in faccia. Mi sentivo umiliato, ma allo stesso tempo c’era una scarica di adrenalina che mi scorreva nelle vene, qualcosa che non riuscivo a ignorare.
“Bravo,” ha detto Giovanni, e nella sua voce c’era una nota di soddisfazione che mi ha fatto rabbrividire. Si è mosso, avvicinandosi di più, fino a che i suoi piedi, nelle scarpe da ginnastica scure, non sono stati a pochi centimetri da me. “Vedi? Non è stato così difficile. Ti piace, vero? Fammi inginocchiare, hai pensato. E l’hai fatto.”
Ho stretto i pugni, con le unghie che mi scavavano nei palmi. Non volevo rispondere, non volevo dargli ragione, ma il silenzio parlava per me. Sentivo il suo sguardo pesare sulla mia nuca, e poi ho sentito il rumore della sua cintura che si slacciava, un suono metallico che ha fatto schizzare il mio battito a mille. Ho alzato gli occhi, spaventato, e l’ho visto abbassare la zip dei jeans con una calma che mi ha terrorizzato. Non stava bluffando.
“Ehi, aspetta un attimo,” ho detto, con la voce roca, ma lui mi ha interrotto con un gesto della mano.
“Shh. Non fare il timido adesso,” ha detto, con un sorriso che era più un ghigno. “Lo so che ci stai pensando da quando sei entrato qui. E non mentire, Diego. Dimmi, quand’è l’ultima volta che la tua ragazza ti ha fatto un pompino? Scommetto che non succede mai, vero?”
Ho deglutito, con la gola secca. Era vero. Non succedeva mai. E il modo in cui lo diceva, con quella sicurezza arrogante, mi faceva sentire ancora più piccolo. Ho scosso la testa, incapace di parlare, e lui ha riso piano, un suono profondo che mi ha vibrato dentro.
“Lo immaginavo. Beh, ora ci penso io,” ha detto, tirando fuori il cazzo dai boxer. Era già mezzo duro, e io non potevo fare a meno di fissarlo, con una miscela di paura e desiderio che mi mandava in tilt. Era più grande di quanto mi aspettassi, con una vena che correva lungo il lato e una punta già lucida. Ho sentito un’ondata di calore tra le gambe, e mi sono odiato per questo. “Avanti, apri la bocca. Fammi vedere quanto sei bravo a obbedire.”
Non so come, ma l’ho fatto. Ho aperto la bocca, con le labbra tremanti, e lui non ha perso tempo. Ha afferrato la base del suo cazzo con una mano, guidandolo verso di me, e con l’altra mi ha preso per i capelli, tirando appena. Il primo contatto è stato uno shock: il sapore salato, la consistenza liscia ma dura, il calore che mi riempiva la bocca. Ho chiuso gli occhi, cercando di concentrarmi sul respiro, ma era difficile con lui che iniziava a muoversi, spingendo piano ma con decisione. Sentivo il suo odore, un misto di sudore e mascolinità che mi stordiva, e il suono del mio stesso respiro affannoso che mi rimbombava nelle orecchie.
“Così, bravo,” ha mormorato Giovanni, con la voce roca. “Prendilo tutto. Non fare il timido.” La sua presa sui miei capelli si è stretta, e ha iniziato a spingere più forte, più a fondo, fino a farmi quasi soffocare. Ho messo le mani sulle sue cosce, cercando di controllarlo un po’, ma lui era troppo forte, troppo deciso. Sentivo il tessuto ruvido dei suoi jeans sotto le dita, i muscoli che si tendevano a ogni movimento. Ogni tanto mi lasciava riprendere fiato, tirandosi indietro appena, e io ansimavo, con la saliva che mi colava sul mento. Mi sentivo un disastro, ma non riuscivo a smettere. Non volevo smettere.
“Guardami,” ha ordinato, e io ho aperto gli occhi, incontrando il suo sguardo. Era intenso, quasi feroce, e mi ha fatto rabbrividire. “Voglio vederti mentre lo fai. Voglio vedere quanto ti piace.” Ha spinto di nuovo, più veloce adesso, e io ho cercato di tenere il ritmo, con la lingua che scivolava lungo di lui, sentendo ogni dettaglio. Il suono bagnato dei miei movimenti, i suoi gemiti bassi, il modo in cui il suo respiro accelerava: tutto contribuiva a farmi perdere la testa. Sentivo il pavimento duro sotto le ginocchia, il dolore che iniziava a farsi sentire, ma non mi importava. Ero perso in quel momento, in quell’atto di totale sottomissione che mi faceva sentire vivo come non mai.
“Dio, sei proprio bravo,” ha detto a un certo punto, con la voce spezzata dal piacere. “Se continui così, non duro molto.” Quelle parole mi hanno dato una scarica, un misto di orgoglio e desiderio. Ho accelerato, muovendo la testa con più decisione, e lui ha stretto i denti, lasciandosi sfuggire un gemito più forte. Sentivo il suo cazzo pulsare nella mia bocca, sempre più duro, e sapevo che era vicino. “Cazzo, sto per venire,” ha ringhiato, dandomi un ultimo avvertimento, ma non mi sono tirato indietro. Non potevo. Quando è successo, è stato come un’esplosione: caldo, denso, un sapore forte che mi ha riempito la bocca. Ho cercato di deglutire, ma era troppo, e un po’ mi è colato lungo il mento. Lui ha tirato indietro la testa, con un lungo sospiro, e mi ha lasciato andare i capelli, guardandomi con un’espressione che era un misto di soddisfazione e sorpresa.
Sono rimasto lì, in ginocchio, ansimando, con la bocca ancora piena di lui e il viso un casino. Non sapevo cosa dire, cosa fare. Ma non c’era tempo per pensarci. Perché proprio in quel momento, mentre cercavo di riprendere fiato, ho sentito un rumore, un leggerissimo scricchiolio appena fuori dalla porta. Ho girato la testa di scatto, col cuore che tornava a battere a mille, e ho visto un’ombra muoversi dietro il vetro opaco. Qualcuno ci aveva visto. Qualcuno ci aveva spiato. E, anche se non potevo esserne sicuro, qualcosa mi diceva che era Andrea, con quel suo ghigno del cazzo stampato in faccia.
Giovanni deve aver notato la mia espressione, perché si è girato anche lui verso la porta, con la fronte corrugata. “Che c’è?” ha chiesto, con la voce ancora roca. Ma non ho risposto. Non potevo. Ero paralizzato, con la paura e l’adrenalina che mi scorrevano nelle vene. Se era davvero Andrea, ero finito. Non solo per il lavoro, ma per tutto. E, in fondo, una parte di me si chiedeva: cosa avrebbe fatto con quello che aveva visto?
