La sporca vita di campagna
Sono arrivato alla cascina di Mattia con un nodo allo stomaco, il rumore delle ruote del pullman ancora nelle orecchie e la polvere della strada che mi pizzicava il naso. Milano era lontana, con i suoi palazzi grigi e il wi-fi sempre a portata di mano. Qui, in mezzo al nulla del Piemonte, c’era solo il silenzio rotto dal frinire delle cicale e l’odore acre di terra bruciata dal sole. La cascina era un rudere di mattoni rossi, con il tetto mezzo storto e un cortile pieno di attrezzi arrugginiti. Non ero mai stato in un posto così. Non ci volevo stare.
Mattia mi aspettava sulla soglia, una sigaretta tra le dita e un sorriso storto. Era più grosso di come lo ricordavo, con le spalle larghe da chi passa le giornate a spaccarsi la schiena nei campi. La sua pelle era scura, cotta dal sole, e le mani callose sembravano poter spezzare qualsiasi cosa. “Ehi, Lorenzo, il signorino di città! Finalmente ti degni di venire a vedere come vive la gente vera,” mi ha detto, dandomi una pacca sulla schiena che per poco non mi ha fatto cadere gli occhiali.
“Ciao, Mattia,” ho borbottato, aggiustandomi la montatura. Non sapevo cosa dire. I miei genitori mi avevano spedito qui per tre settimane con la scusa di “staccare dal telefono” e “fare un po’ di vita sana”. Come se stare in questo buco fosse una vacanza. Mattia ha afferrato la mia borsa con una mano sola, come se pesasse niente, e mi ha fatto segno di seguirlo dentro. La casa odorava di legno vecchio e di qualcosa di acre, forse il fumo che impregnava le pareti. La cucina era un disastro, con piatti sporchi ammucchiati nel lavandino e una pentola annerita sul fornello.
“Siediti, che ti spiego come funziona qua,” ha detto, tirando fuori una birra dal frigo e passandomela senza chiedere se la volessi. “Io lavoro nei campi tutto il giorno, quindi tu mi dai una mano in casa. Niente di complicato, roba da niente per uno come te che studia architettura, no?”
Ho annuito, anche se non capivo bene cosa intendesse. Non ero mai stato bravo con le faccende, a casa mia faceva tutto mia madre. Ma non volevo sembrare un incapace già il primo giorno. “Va bene,” ho detto, la voce un po’ incerta.
“Bravo. Stasera prepari la cena, che ne dici? C’è della pasta nel mobile, e in frigo trovi del sugo già fatto. Io mi riposo un attimo, che oggi mi sono spaccato.” Si è buttato su una sedia, allungando le gambe e incrociando le braccia dietro la testa. L’odore del suo sudore mi è arrivato dritto al naso, pungente, quasi aspro. Ho distolto lo sguardo, sentendo le guance scaldarsi senza motivo.
Preparare la cena è stato un casino. Non trovavo niente, la cucina era un labirinto di cassetti pieni di roba a caso, e quando ho messo l’acqua a bollire ho quasi fatto traboccare tutto. Mattia mi guardava dalla sedia, con quel sorrisetto che non capivo se fosse di scherno o di divertimento. “Dai, Lorenzo, non sarà mica così difficile far da mangiare per due, no?” ha detto, aprendo un’altra birra. “Se non ce la fai, ti chiamo Lorenza e ti metto un grembiule.”
Ho stretto i denti, cercando di non rispondergli. Non mi piaceva il modo in cui mi parlava, come se fossi un bambino o, peggio, una specie di servetto. Però non ho detto niente. Ho buttato la pasta nell’acqua e ho mescolato il sugo, sentendo il caldo della cucina che mi appiccicava la maglietta alla schiena.
Dopo cena, Mattia mi ha detto di lavare i piatti. “Io ho lavorato tutto il giorno, tu almeno fai questo, no?” Non era una domanda. Ho annuito di nuovo, con le mani già nell’acqua saponata. Lui si è alzato, ha preso un’altra birra e si è messo a guardarmi dalla soglia. “Sei più utile di una moglie, lo sai?” ha detto ridendo, con quella voce roca che sembrava sempre sul punto di prendermi in giro. Ho sentito un brivido strano lungo la schiena, ma non ho alzato lo sguardo. Ho continuato a sfregare i piatti, sentendo il sapone scivolarmi tra le dita e l’acqua tiepida che mi calmava i nervi.
Le prime sere sono andate così. Ogni giorno Mattia tornava dai campi, sporco di terra e sudore, e mi dava una lista di cose da fare: stendere i panni, spazzare il cortile, portargli da bere mentre si sedeva all’ombra. Non erano compiti pesanti, ma mi facevano sentire fuori posto, come se fossi un intruso che doveva guadagnarsi il diritto di stare lì. Lui mi osservava sempre, con quegli occhi scuri che sembravano pesarmi. Ogni tanto faceva battute, tipo “Lorenza, muoviti, che non ho tutto il giorno,” e io mi sentivo avvampare, un misto di fastidio e di qualcos’altro che non volevo nominare.
Poi, una sera, dopo cena, ha tirato fuori una bustina di plastica da una scatola nascosta dietro il divano. L’odore mi ha colpito subito, pungente, erbaceo, quasi dolciastro. “La coltivo io, questa,” ha detto con un ghigno, arrotolandosi una canna con una calma che sembrava quasi rituale. “È roba forte, mica quella schifezza che vendono in città. La provi con me, dai.”
Ho scosso la testa, un po’ troppo in fretta. “No, grazie, non fumo.”
Mattia ha alzato un sopracciglio, accendendo la canna e tirando una boccata lunga. Il fumo gli è uscito dalla bocca in una nuvola densa, e l’odore mi ha avvolto, facendomi girare un po’ la testa. “Che c’è, fai la signora di città? Dai, non ti fa niente. Siediti qua e rilassati, che sembri sempre con un palo nel culo.”
Ho esitato. Non volevo sembrare un debole, ma non volevo nemmeno fare una figura da idiota. Alla fine mi sono seduto accanto a lui, sul divano sfondato che puzzava di vecchio. Mi ha passato la canna, con quel sorriso che sembrava dire “vediamo quanto reggi.” Ho preso un tiro, piccolo, e subito ho sentito i polmoni bruciare. Ho tossito come un disperato, mentre Mattia rideva forte, dandomi una pacca sulla schiena. “Tranquillo, Lorenza, la prima volta è sempre così. Poi ti ci abitui.”
Non mi ci sono abituato quella sera, né la successiva. Ma ogni notte, dopo cena, Mattia insisteva. “Dai, non fare storie, un tiro non ti uccide.” E io, non so perché, cedevo. Forse perché non volevo discutere, forse perché quel fumo, per quanto mi facesse tossire, mi dava una strana calma, come se il mondo intorno a me rallentasse. La testa mi girava, i pensieri si sfocavano, e per la prima volta in giorni non sentivo quel nodo costante allo stomaco.
Dopo qualche sera, non protestavo più. Prendevo la canna dalle sue mani, sentendo le sue dita ruvide sfiorare le mie per un attimo, e tiravo senza dire niente. Mattia mi guardava, soddisfatto, come se avesse vinto qualcosa. “Vedi che non è male, Lorenza? Ti stai sciogliendo un po’,” diceva, con quella voce bassa che mi faceva stringere lo stomaco. Non rispondevo, ma sentivo il calore delle sue parole, e i suoi occhi su di me mi pesavano più del fumo nei polmoni.
Una di quelle sere, mentre stavamo fuori nel cortile, con il cielo scuro sopra di noi e l’odore dell’erba che si mischiava a quello della terra umida, Mattia si è appoggiato al muro, incrociando le braccia. Era a torso nudo, con la pelle lucida di sudore per il caldo. Ho cercato di non guardarlo, ma i miei occhi continuavano a scivolare sulle sue spalle, sui muscoli tesi del petto. Ha tirato una boccata, poi mi ha passato la canna, sfiorandomi di nuovo la mano. “Sai, Lorenzo, sei proprio bravo a fare quello che ti dico. Quasi mi dispiace che stai qua solo tre settimane,” ha detto, con un tono che non capivo se fosse serio o un’altra delle sue prese in giro.
Ho sentito il volto scaldarsi, e non era solo il fumo. “Non è che ho tanta scelta,” ho mormorato, tirando un sorso per nascondere l’imbarazzo.
Lui ha riso, una risata profonda che sembrava rimbombare nel silenzio della notte. “Vero, ma sembri contento di obbedire, no? Tipo che ti piace quando ti dico cosa fare.” Mi ha fissato, e per un momento ho sentito il cuore battere più forte. Non ho risposto. Non potevo. Ho abbassato lo sguardo, concentrandomi sulla brace della canna che bruciava tra le mie dita.
Ogni sera, dopo quella conversazione, le sue parole mi tornavano in mente. “Ti piace quando ti dico cosa fare.” Non volevo ammetterlo, ma c’era qualcosa nel suo tono, nel modo in cui mi guardava, che mi faceva sentire strano. Non era solo umiliazione, anche se quella c’era, eccome. Era qualcos’altro, qualcosa che mi scaldava dentro, che mi faceva sudare anche quando non faceva caldo. Non capivo, o forse non volevo capire.
Durante il giorno, continuavo a fare quello che mi chiedeva. Preparavo da mangiare, pulivo, gli portavo la birra quando me la chiedeva con un gesto della mano, come se fossi il suo cameriere personale. E ogni volta che mi chiamava “Lorenza” o faceva una battuta su quanto fossi “utile”, sentivo quella stretta allo stomaco, quel misto di fastidio e di un’attrazione che non volevo nominare. Lui sembrava accorgersene, perché il suo sorriso si allargava, e i suoi occhi non mi mollavano mai.
Una sera, verso la fine della prima settimana, stavamo di nuovo fuori, seduti su due sedie di plastica sgangherate nel cortile. Il fumo dell’erba mi aveva reso la testa leggera, e il caldo mi faceva appiccicare i vestiti alla pelle. Mattia era appoggiato allo schienale, con le gambe larghe, una mano che giocherellava con la bottiglia di birra. “Sai, Lorenza,” ha detto all’improvviso, con un tono più basso del solito, “domani arrivano un paio di amici miei, Simone e Ale. Gente del paese, veri uomini, non come quelli che conosci tu in città. Vediamo come te la cavi con loro.”
Ho sentito un brivido, anche se non faceva freddo. “Che vuoi dire?” ho chiesto, con la voce che tremava appena.
Ha ghignato, tirando un altro sorso di birra. “Niente, solo che sono curioso. Voglio vedere se riesci a tenere il passo, o se ti sciogli come burro al sole.” Mi ha guardato negli occhi, e per un momento il silenzio tra noi è stato più pesante del fumo nell’aria. Non ho detto niente, ma dentro di me qualcosa si agitava, un misto di paura e di una curiosità che non riuscivo a spegnere. Chi erano questi amici? E cosa intendeva con “tenere il passo”?
