La moglie del mio migliore amico sbava per i miei piedi
Mi chiamo Lorenzo, ho trentotto anni e una vita che scorre senza troppi intoppi. Lavoro come tecnico informatico, ho un appartamento decente in centro e un gruppo di amici con cui passo le serate quando non sono sommerso di scadenze. Una di queste serate è quella di ieri, un sabato qualunque, in cui ci siamo ritrovati a casa di Marco, il mio migliore amico da una vita. C’era anche sua moglie, Giulia, una donna di trentacinque anni con un sorriso sempre stampato in faccia e un modo di fare che ti fa sentire a tuo agio. O almeno, così pensavo fino a ieri.
Eravamo in cinque, seduti nel loro salotto con una birra in mano e una partita di calcio in sottofondo. Io ero stravaccato sul divano, scalzo come al solito, perché odio tenere le scarpe in casa. I miei piedi erano appoggiati sul bracciolo, niente di strano. Ma a un certo punto ho notato qualcosa. Giulia, seduta sulla poltrona di fronte, non smetteva di guardarmi. Non me, proprio i miei piedi. All’inizio ho pensato fosse una mia impressione, ma ogni volta che alzavo lo sguardo la trovavo lì, con gli occhi fissi, un po’ assenti, come se stesse fantasticando su qualcosa. Mi ha colpito, non lo nego. Non è che abbia dei piedi particolarmente belli, sono normali, grandi, un po’ ruvidi sui talloni, ma lei sembrava ipnotizzata.
Ho deciso di non dire nulla, non subito. Abbiamo continuato a chiacchierare, a ridere, a bere. Marco raccontava una storia buffa del lavoro, gli altri ridevano, ma io ero distratto. Sentivo il suo sguardo bruciarmi la pelle. Ogni tanto incrociavamo gli occhi, e lei distoglieva i suoi di scatto, arrossendo appena. Era evidente che si vergognava, ma non riusciva a smettere. E questo, lo ammetto, mi ha eccitato. Non tanto per i piedi in sé, quanto per il potere che sentivo di avere su di lei in quel momento.
Verso le undici, gli altri due amici se ne sono andati, e Marco ha detto che doveva fare una chiamata di lavoro urgente in un’altra stanza. “Torno subito, eh, non fate casino,” ha scherzato, lasciandoci soli nel salotto. Appena la porta si è chiusa, l’aria è cambiata. Ho sentito il cuore battermi un po’ più forte, e ho deciso di giocare le mie carte. Mi sono seduto più dritto, ho messo i piedi sul pavimento, e l’ho guardata dritto negli occhi.
“Giulia, che c’è? Non riesci a staccare gli occhi, vero?” ho detto con un tono calmo, ma fermo, un sorriso appena accennato.
Lei ha sgranato gli occhi, il viso le è diventato rosso fuoco. “Cosa? No, non capisco di cosa parli…” ha balbettato, cercando di ridere, ma era nervosa, si vedeva.
“Non fare la finta tonta. Ti ho vista. Da un’ora non guardi altro. I miei piedi. Ti piacciono così tanto?” Ho inclinato la testa, studiandola. Lei ha aperto la bocca per rispondere, ma non è uscito niente. Era in trappola, e lo sapevamo entrambi.
“Vieni qui,” le ho detto, indicando il pavimento davanti a me. La mia voce era bassa, ma autoritaria. Lei ha esitato, guardandosi intorno come se temesse che qualcuno potesse entrare. “Marco è al telefono, non ci disturba nessuno. Muoviti.”
Con un movimento lento, quasi ipnotico, si è alzata dalla poltrona e si è avvicinata. Tremava appena, ma nei suoi occhi c’era una luce strana, un misto di vergogna e desiderio. “Lorenzo, io… non so cosa sto facendo,” ha mormorato, ma si è inginocchiata comunque, proprio davanti a me, con lo sguardo abbassato.
“Lo sai eccome. Sei patetica, Giulia. Sei la moglie del mio migliore amico, e ti metti in ginocchio per dei piedi. Che razza di donna sei?” Le parole uscivano dure, ma con un tono morbido, quasi carezzevole, per farle male senza spingerla a scappare. Lei ha deglutito, il respiro corto, ma non si è mossa. “Guardali bene,” ho continuato, sollevando un piede e avvicinandolo al suo viso. “È questo che vuoi, no? Annusa. Senti l’odore. Dimmi che ti piace.”
Il suo viso era a pochi centimetri dalla mia pelle. Ho sentito il suo respiro caldo contro le dita, e ho visto le sue narici fremere mentre inspirava. L’odore non era forte, solo un sentore di sudore dopo una lunga giornata, ma lei sembrava in estasi. “Sì… mi piace,” ha sussurrato, la voce rotta, quasi un lamento.
“Brava. Ora lecca. Piano. Dalla pianta al tallone. E non ti azzardare a fare in fretta.” Ho appoggiato il piede sul suo grembo, e lei, senza dire una parola, ha tirato fuori la lingua. La sensazione della sua bocca calda e bagnata sulla mia pelle mi ha mandato un brivido lungo la schiena. Era lenta, come le avevo ordinato, e ogni colpo di lingua era preciso, quasi devoto. Sentivo il suono umido della sua saliva, il calore del suo fiato, e vedevo il rossore sulle sue guance mentre si umiliava davanti a me.
“Patetica,” ho ripetuto, guardandola dall’alto. “Tradisci tuo marito per questo. Per leccare i piedi di un altro uomo. Dimmi, come ti senti? Sporca? Vuota?” Le accarezzavo i capelli con una mano, guidandola, mentre l’altra teneva il piede fermo per lei.
“Mi sento… uno schifo,” ha ansimato tra un colpo di lingua e l’altro, la voce tremante. “Ma non riesco a smettere. Ti prego, non dirlo a Marco.”
“Non glielo dirò. Ma tu fai la brava e continua. Passa alle dita, una per una. Succhiale. Fammi vedere quanto sei disperata.” Lei ha obbedito, prendendo il mio alluce in bocca, succhiandolo con una dedizione che mi ha fatto stringere i denti per il piacere. La sensazione era intensa, il calore della sua bocca, la pressione della sua lingua, il suono dei piccoli gemiti che le sfuggivano mentre lo faceva. L’odore della sua eccitazione cominciava a mescolarsi con quello del salotto, un misto di sudore e desiderio che saturava l’aria.
Dopo qualche minuto, ho ritirato il piede e l’ho guardata. Era un disastro: capelli spettinati, viso arrossato, labbra lucide di saliva. “Alzati e spogliati,” le ho ordinato, senza darle il tempo di pensare. “Voglio vedere tutto.”
Lei ha esitato solo un istante, poi si è alzata e ha iniziato a togliersi i vestiti, con mani tremanti. La maglietta è caduta per prima, mostrando un reggiseno nero semplice, poi i jeans, rivelando un paio di mutandine dello stesso colore. Era in forma, con curve morbide ma definite, la pelle chiara e liscia. “Tutto,” ho ripetuto, e lei ha slacciato il reggiseno, lasciando cadere i seni, pieni e con capezzoli già duri, e poi ha abbassato le mutandine, mostrandomi il triangolo di peli ben curati tra le cosce. Il suo odore, ora, era impossibile da ignorare: caldo, muschiato, un richiamo primitivo.
“Girati. Mani sul divano. Culo in su.” La mia voce era un ringhio, e lei ha obbedito senza fiatare, posizionandosi a quattro zampe, con le ginocchia sul tappeto e le mani appoggiate sui cuscini. Mi sono alzato, mi sono tolto i pantaloni e i boxer in un gesto rapido, liberando il mio uccello, già duro da far male. Era grosso, spesso, con le vene che pulsavano, e lo vedevo riflesso nei suoi occhi quando ha girato appena la testa per guardarmi. “Non ti muovere,” le ho detto, posizionandomi dietro di lei.
Le ho accarezzato le natiche, sode e calde sotto le mie mani, poi ho fatto scivolare un dito lungo la sua fessura, trovandola già bagnata fradicia. Ha lasciato sfuggire un gemito, il corpo che tremava sotto il mio tocco. “Sei una vacca, Giulia. Guarda come goccioli. Tuo marito è in quella stanza, e tu sei qui, pronta a farti scopare da me.” Le ho dato uno schiaffo leggero sul culo, facendola sussultare, poi ho preso il mio uccello in mano e l’ho strofinato contro di lei, dalla base alla punta, lasciandola sentire ogni centimetro.
“Ti prego, Lorenzo… fallo,” ha sussurrato, la voce spezzata dal desiderio. “Non ce la faccio più.”
“Dimmi cosa vuoi. Chiaro e forte. Voglio sentirlo.” Le ho pizzicato una natica, facendola gemere.
“Voglio che mi scopi. Forte. Voglio sentirti dentro. Ti prego.” Le parole le uscivano a fatica, ma erano sincere, crude, disperate.
Senza dire altro, l’ho afferrata per i fianchi e sono entrato in lei, lentamente all’inizio, sentendo ogni centimetro che scivolava dentro. Era stretta, calda, bagnata al punto che quasi scivolavo fuori. Ho spinto fino in fondo, fino a toccare il limite, e lei ha urlato, un suono soffocato contro il divano. “Shh, zitta, vacca. Non vorrai che Marco ci senta, no?” le ho sussurrato all’orecchio, chinandomi su di lei. Il suo odore mi riempiva le narici, un misto di sudore e eccitazione, e il suono dei nostri corpi che sbattevano l’uno contro l’altro era quasi ritmico, un tonfo sordo sul tappeto.
Ho iniziato a muovermi, con spinte profonde e lente, sentendo le sue pareti stringermi a ogni affondo. Le sue mani si aggrappavano ai cuscini, le dita che affondavano nel tessuto, e i suoi gemiti erano bassi, strozzati, come se cercasse di non farsi sentire. “Più forte,” ha ansimato a un certo punto, voltando appena la testa. “Ti prego, più forte.”
“Vuoi che ti spacchi, eh? Sei proprio una troia senza vergogna,” ho ringhiato, aumentando il ritmo. Le sbattevo contro con forza, il suono della carne che sbatteva contro la carne che riempiva la stanza, mescolato al suo respiro affannoso e ai miei grugniti. Le ho afferrato i capelli, tirandoli appena per farle inarcare la schiena, e ho continuato a spingere, sentendo il sudore scivolarmi lungo la schiena. La sensazione era quasi insostenibile: il calore del suo corpo, la stretta attorno a me, il modo in cui si abbandonava completamente.
“Dimmi quanto ti piace. Dimmi che sei una vacca per me,” le ho ordinato, rallentando appena per darle il tempo di parlare.
“Mi piace… mi piace da morire. Sono una vacca, sì, la tua vacca. Non smettere, Lorenzo, ti prego,” ha quasi singhiozzato, il corpo che tremava sotto di me. Ogni parola era un colpo, ogni suono un’ondata di piacere che mi portava più vicino al limite.
Abbiamo continuato così per un tempo che sembrava infinito, cambiando posizione un paio di volte. L’ho fatta girare, mettendola sulla schiena, con le gambe spalancate sul tappeto. La vedevo tutta, il seno che rimbalzava a ogni spinta, il viso contorto dal piacere, la bocca aperta in un gemito silenzioso. Le ho sollevato una gamba, appoggiandomela sulla spalla per andare più a fondo, e lei ha urlato piano, mordendosi un labbro per soffocare il suono. “Ti sto rompendo, eh? Lo senti quanto ti riempio?” le ho detto, la voce roca, mentre sentivo il suo corpo contrarsi attorno a me.
“Sì, sì, lo sento. È troppo… troppo grosso, ma non smettere,” ha ansimato, le mani che cercavano di aggrapparsi a qualcosa, qualsiasi cosa. L’odore del nostro sudore era ovunque, mescolato al profumo del suo corpo, e il tappeto sotto di noi era umido, appiccicoso.
Alla fine, non ce l’ho più fatta. Ho sentito il calore montare, un fuoco che partiva dalla base della schiena e si propagava ovunque. “Sto per venire, Giulia. Dove lo vuoi?” le ho chiesto, rallentando appena, il respiro spezzato.
“Dentro… dentro di me. Ti prego,” ha detto, guardandomi con occhi lucidi, disperati. Non ho esitato. Con un ultimo affondo, profondo e brutale, ho lasciato andare tutto, sentendo il mio corpo svuotarsi dentro di lei. Il piacere era acuto, quasi doloroso, e ho grugnito forte, stringendole i fianchi mentre venivo. Lei ha tremato sotto di me, il corpo che si contraeva in spasmi, e ho capito che era venuta anche lei, senza nemmeno bisogno di toccarsi, solo con le mie spinte e le mie parole.
Siamo rimasti così per un attimo, ansimanti, sudati, con i corpi ancora incastrati l’uno nell’altro. Poi mi sono ritirato lentamente, guardandola mentre si accasciava sul tappeto, le gambe ancora aperte, il respiro irregolare. “Rivestiti, veloce,” le ho detto, rimettendomi i pantaloni. “E non una parola di questo. Mai.”
Lei ha annuito, muta, mentre si tirava su con mani tremanti. Quando Marco è tornato nella stanza, qualche minuto dopo, eravamo di nuovo seduti come se niente fosse, io sul divano, lei sulla poltrona. “Tutto bene, ragazzi?” ha chiesto, ignaro di tutto.
“Sì, tutto a posto,” ho risposto con un sorriso, mentre Giulia abbassava lo sguardo, il viso ancora arrossato. E in quel momento, ho saputo che questo segreto sarebbe rimasto solo nostro.
