Non ho resistito e l’ho reso mio
Sono arrivato in Puglia ieri, con il treno delle tre del pomeriggio, sudato e con la camicia appiccicata alla schiena. Il caldo qui è una bestia, ti entra nelle ossa e non ti molla. La casa dei miei zii è sempre la stessa, un vecchio palazzo di pietra con il cortile polveroso e il profumo di ragù che ti prende appena metti piede dentro. Ero stanco, ma non vedevo l’ora di staccare un po’ dal lavoro in officina. Una settimana di niente, solo mangiare, dormire e guardare il mare. O almeno così pensavo.
Stamattina, mentre aiutavo mia zia a spostare delle sedie in cortile, l’ho visto. Luigi. Non lo vedevo da anni, sarà stato un ragazzino l’ultima volta. Ora è un uomo, ma non come me lo aspettavo. È alto, snello, con i capelli mossi che gli cadono sulla fronte e un modo di camminare che sembra quasi una danza, un’andatura che ondeggia. Portava dei jeans aderenti che gli fasciavano le gambe e una maglietta rossa, attillata, che gli disegnava il torace magro. Mi ha colpito subito, non so perché. Non è solo che è cambiato, è che ha qualcosa di diverso, qualcosa che mi ha fatto fermare e guardarlo più del dovuto.
“Ciao, Massimo,” ha detto, con un sorriso timido, quasi non volesse guardarmi negli occhi. La voce era bassa, morbida, e mi ha fatto uno strano effetto. Ho ricambiato con un cenno, un “Ciao” secco, ma dentro mi si è acceso qualcosa. Non so come spiegarlo, ma mentre lo guardavo attraversare il cortile, con quel culo che si muoveva sotto i jeans, ho sentito una fitta allo stomaco. Una cosa che non mi era mai successa, non con un uomo. Io sono sempre stato uno da donne, uno che non ci pensa due volte a portarsene una a letto. Ma Luigi… cazzo, Luigi mi ha mandato in tilt.
Ho passato la mattinata a fare finta di niente, aiutando in casa, chiacchierando con gli zii, ma i miei occhi lo cercavano. Era sempre un po’ in disparte, seduto all’ombra con il telefono in mano o a disegnare qualcosa su un blocco. Ogni tanto alzava lo sguardo e incrociava il mio, ma poi lo abbassava subito, come se avesse paura di essere beccato. E io, invece di lasciar perdere, mi sentivo sempre più preso. Più lui sfuggiva, più mi veniva voglia di avvicinarmi, di toccarlo, di vedere fino a dove potevo spingermi. Mi sentivo come un cacciatore che ha puntato la preda e non vuole mollarla.
A pranzo ci siamo ritrovati tutti in cucina, il tavolo pieno di piatti e il ventilatore che girava lento sopra le nostre teste. Luigi era seduto di fronte a me, e non so se lo faceva apposta, ma continuava a muovere le mani in un modo che mi distraeva. Gesticolava piano, con le dita lunghe che sembravano accarezzare l’aria. Ho cercato di concentrarmi sul cibo, ma la mia testa andava da un’altra parte. Immaginavo di alzarmi, di tirarlo via da quella sedia, di spingerlo contro il muro e… Cristo, non riuscivo a smettere di pensarci. Come sarebbe stato toccarlo, sentirlo sotto di me, farlo gemere. Mi sono chiesto come sarebbe stato prenderlo, incularlo forte, farlo urlare mentre lo usavo come volevo. Mi sono sentito subito un porco per quei pensieri, ma non riuscivo a scacciarli. Ci penso sempre, anche ora mentre scrivo mentalmente queste cose.
Dopo mangiato, mentre gli altri riposavano, sono uscito in cortile a fumarmi una sigaretta. Il sole picchiava duro, ma non mi importava. Sapevo che lui era lì da qualche parte, lo sentivo. E infatti, dopo qualche minuto, l’ho visto uscire con una bottiglia d’acqua in mano. Si è fermato a qualche metro da me, come se non sapesse se avvicinarsi o no. Ho fatto un tiro alla sigaretta e gli ho detto: “Che fai, ti nascondi sempre?”
Ha riso, un riso nervoso, e ha scrollato le spalle. “No, è che… non so, fa caldo, sto un po’ per conto mio.”
“Ti fa caldo, eh?” ho detto, con un tono che voleva essere una battuta, ma che forse è uscito più pesante di quanto intendevo. Lui ha arrossito, ha abbassato lo sguardo e ha bevuto un sorso d’acqua. Ho notato come le sue labbra si chiudevano intorno alla bottiglia, e mi sono sentito un idiota per averci fatto caso. Ma non potevo farci niente, era più forte di me.
“Vieni qui, non mordo,” gli ho detto, facendo un gesto con la mano. Si è avvicinato, ma con cautela, come se avesse paura di qualcosa. Si è seduto su una sedia a un metro da me, e io ho spento la sigaretta sotto la scarpa. “Non sei molto di compagnia, eh?” ho continuato, cercando di stuzzicarlo.
“Non è quello,” ha risposto, giocherellando con l’etichetta della bottiglia. “È che… non lo so, non sono bravo con le parole. E poi tu sei sempre stato… non so, uno che comanda. Mi fai un po’ impressione.”
Quella frase mi ha colpito. “Impressione in che senso?” ho chiesto, piegandomi verso di lui. Sentivo il sudore colarmi lungo la schiena, ma non era solo il caldo. Era la tensione, il desiderio di vedere come avrebbe reagito.
“Nel senso che… sei sempre così sicuro. Io invece non so mai cosa dire,” ha mormorato, con gli occhi che correvano ovunque tranne che su di me.
“Non devi dire niente se non vuoi,” ho risposto, con una voce più bassa, quasi un sussurro. “Basta che stai qui. Mi piace guardarti.” Non so perché l’ho detto, ma è uscito così, senza filtri. Lui è rimasto fermo, con le guance che diventavano rosse. Ha aperto la bocca per dire qualcosa, ma poi l’ha richiusa. E io, cazzo, ho sentito il sangue ribollire. Volevo avvicinarmi ancora, toccarlo, sentire la sua pelle sotto le dita. Ma mi sono trattenuto, perché sapevo che se avessi fatto un passo di troppo, avrebbe potuto scappare.
Abbiamo passato un po’ di tempo in silenzio, con il rumore delle cicale che ci avvolgeva. Ogni tanto lo guardavo, e vedevo che anche lui mi lanciava occhiate veloci, come se volesse capire cosa stessi pensando. E io pensavo solo a una cosa: a come sarebbe stato averlo, piegarlo, sentire il suo corpo contro il mio. Ci penso sempre, non riesco a smettere. Ogni volta che lo vedo, mi immagino di spogliarlo, di prenderlo con forza, di farlo mio. E più lui mi sfugge, più mi viene voglia di braccarlo, di non lasciarlo andare.
Alla fine si è alzato, dicendo che doveva tornare dentro. “Ci vediamo dopo, no?” ha chiesto, con un tono che sembrava quasi una supplica. Io ho annuito, con un mezzo sorriso. “Certo. Non vado da nessuna parte.”
Ma mentre lo guardavo allontanarsi, con quella camminata che mi faceva impazzire, ho capito che non potevo più ignorare questa cosa. Dovevo trovare un modo per fargli capire che lo voglio, che non sto scherzando. E non so come, ma so che lui lo sente. Lo vedo da come mi guarda, da come arrossisce. Solo che l’imbarazzo lo frena, lo tiene lontano. E io non so quanto riuscirò a resistere prima di fare qualcosa di stupido.
