Racconti Piccanti
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Una troia per chiudere l’affare

Una troia per chiudere l’affare

10 Marzo 2026·6 min di lettura

Sono Elena, ho 49 anni, e in questo mestiere da agente immobiliare ne ho viste di tutti i colori. Divorziata da un pezzo, non mi faccio fregare da nessuno. Sono cinica, fredda, e so come muovermi con i clienti, soprattutto quelli con i soldi e l’ego grosso come una casa. Oggi però mi sa che ho sottovalutato la situazione. Ho organizzato un sopralluogo alle 19:40 in una villa di lusso in collina, un affare da chiudere a tutti i costi. Il proprietario è Fabio, 52 anni, un tipo rozzo, pieno di soldi, che pensa che il suo conto in banca lo renda irresistibile nonostante quella faccia da bulldog. L’acquirente potenziale è Davide, 29 anni, architetto, uno che si presenta sempre tirato a lucido, con quell’aria da primo della classe che vuole impressionare. Tra loro è odio a prima vista: Fabio lo guarda come se fosse un bamboccio, Davide lo tratta come un cafone. E io? Io sto in mezzo, con il tailleur impeccabile e i tacchi che ticchettano sul marmo, cercando di tenere le redini di una situazione che già puzza di guai.

La visita alla villa inizia in modo normale, anche se l’aria è pesante. Fabio si pavoneggia, racconta aneddoti del cazzo su come ha fatto i milioni, mentre Davide fa domande tecniche solo per farlo sembrare ignorante. Io li lascio sfogare, sorrido, annuisco, ma dentro di me penso che sono due stronzi con troppo testosterone. Mostro le stanze, i bagni di lusso, il giardino con piscina, ma nessuno dei due sembra davvero interessato. È come se stessero giocando a chi ce l’ha più lungo, e io sono il trofeo in palio. Non so perché, ma questo pensiero mi fa salire un calore strano, un misto di fastidio e… eccitazione. Di solito spengo subito certe idee, ma stasera no. Stasera mi sento stanca di fare la parte della signora perfetta. Forse è il divorzio che ancora mi brucia, forse è che non scopo da mesi. Non lo so, ma non faccio niente per fermare questo gioco.

Finita la visita, ci ritroviamo nel salone principale, un posto enorme, vuoto, con solo un lampadario che getta una luce fioca sul pavimento lucido. Sono le 20:30 passate, dovremmo andarcene, ma nessuno si muove. Siamo troppo vicini, in piedi, in un cerchio stretto che non ha senso. Fabio mi guarda con quegli occhi da predatore, come se fossi una bistecca da divorare. Davide, invece, sorride, ma è un sorriso che dice “guardami, sono meglio di questo buzzurro”. Io sto zitta, con le braccia incrociate, ma il cuore mi batte forte. Sento il loro odore, un misto di colonia costosa e sudore. Fabio rompe il silenzio: “Allora, Elena, che dici, chiudiamo ‘sto affare o no?”. La sua voce è ruvida, ma il tono è ambiguo, come se parlasse di altro. Davide ride, una risata secca, e aggiunge: “Dipende da quanto sei brava a convincerci”. Mi stanno provocando, e io lo capisco. Dovrei mandarli a quel paese, prendere la borsa e andarmene. Ma non lo faccio. Resto lì, con un sorrisetto che non so nemmeno da dove venga. “Convincervi? E come dovrei fare?”, dico, con una voce più bassa del solito.

È l’inizio. Fabio si avvicina, mi mette una mano sulla spalla, pesante, come se volesse marchiarmi. “Sai come funzionano certe cose, no?”, dice, con un ghigno. Davide non resta indietro, si mette dall’altro lato, e mi sfiora il fianco con le dita, un tocco leggero ma che mi fa rabbrividire. “Non fare la santarella, Elena. Si vede che ci stai”, sussurra. Ho la testa che gira, una parte di me urla di scappare, l’altra vuole vedere fino a dove arriva questa follia. Non sono mai stata una che si tira indietro, e stasera meno che mai. Li lascio fare, li lascio avvicinarsi, mentre il calore tra le gambe diventa insopportabile.

I preliminari durano un’eternità, e io non faccio niente per fermarli. Fabio mi tira verso di sé, mi bacia il collo con quella barba ispida che pizzica, mentre le sue mani mi stringono il culo attraverso la gonna. Davide, più delicato ma non meno deciso, mi slaccia i primi bottoni della camicetta, lasciando che l’aria fresca mi sfiori la pelle. Mi sussurra all’orecchio: “Sei proprio una gran figa, lo sai?”. Io non rispondo, ma il mio respiro si fa pesante. Mi stanno toccando ovunque, mani ruvide e mani leggere che si alternano, e io mi sento come un giocattolo nelle loro mani. Fabio mi alza la gonna, scoprendo le cosce, e infila una mano sotto, trovando le mutandine già bagnate. “Cazzo, sei fradicia”, grugnisce, e io non so se arrossire o gemere. Davide, nel frattempo, mi tira giù il reggiseno, liberando i seni, e inizia a succhiarmi un capezzolo, con una lingua che sa esattamente cosa fare. Mi tremano le gambe, ma loro mi tengono, uno per lato, come se fossi loro prigioniera. E forse lo sono.

Quando passiamo al sodo, sono già fuori di me. Fabio mi spinge contro il muro del salone, con una forza che mi fa quasi male, ma che mi piace da morire. Mi tira giù le mutandine in un colpo solo, lasciandole cadere sul pavimento, e si slaccia i pantaloni. Il suo cazzo è già duro, grosso, e non perde tempo. “Apri le gambe, puttana”, ringhia, e io obbedisco senza pensare. Mi penetra con una spinta secca, facendomi scappare un urlo che rimbomba nella stanza vuota. È un dolore che si mischia al piacere, e il ritmo che prende è brutale, ogni colpo mi sbatte contro il muro. Sento il suo fiato caldo sul collo, puzza di sigaro e sudore, ma mi eccita ancora di più. “Ti piace, eh? Lo sapevo che eri una troia”, mi dice, e io gemo, incapace di rispondere.

Davide non resta a guardare. Si mette dietro di me, mentre Fabio continua a scoparmi, e mi slaccia del tutto la gonna, lasciandola cadere. Sento le sue mani sulla schiena, poi più in basso, e capisco cosa vuole. “Rilassati, ci penso io”, dice, con quella voce calma che stride con la situazione. Mi inumidisce il culo con la saliva, poi con un dito, e infine spinge dentro il suo cazzo, piano ma senza fermarsi. È stretto, fa male, ma lo voglio. Sono piena, schiacciata tra loro due, con Fabio che mi sbatte davanti e Davide che mi prende da dietro. I loro movimenti non sono sincronizzati, è un casino, ma è proprio questo che mi fa impazzire. Sento ogni spinta, ogni attrito, il rumore dei loro corpi contro il mio, il loro respiro pesante. “Cazzo, che culo stretto”, ansima Davide, mentre Fabio grugnisce: “Vieni, troia, vieni per noi”. E io vengo, forte, con un grido che non riesco a trattenere, mentre loro continuano a spingere, senza rallentare.

Quando finiscono, sono un disastro. Fabio esce per primo, con un gemito rauco, e sento il suo sperma colarmi lungo la gamba. Davide ci mette di più, ma alla fine si tira fuori e mi lascia andare. Mi accascio a terra, con le gambe che non mi reggono, il fiato corto, i capelli appiccicati alla fronte. Loro si rivestono, senza dire molto, ma vedo nei loro occhi una specie di rispetto, o forse solo soddisfazione. Io mi tiro su, raccolgo i vestiti con mani tremanti, ma non provo vergogna. È stato selvaggio, sporco, e mi è piaciuto da morire. Non so se l’affare della villa si chiuderà, ma in questo momento non me ne frega niente. Mi sistemo la camicetta, mi passo una mano tra i capelli, e dico: “Allora, ci sentiamo domani per i dettagli”. Fabio ride, Davide sorride. Usciamo dalla villa senza guardarci indietro, e io so che non dimenticherò mai questa serata.

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